Ratzinger. Il nuovo fronte d’attacco alla laicizzazione

Il papa emerito. Bannon. I “teocon”. Ferrara. La controffensiva conservatrice cerca basi più solide, mentre la spinta populista non sembra più sufficiente ora che dalla parte destruens bisogna passare a quella construens.
scritto da MICHELE MEZZA

Giuliano Ferrara nel suo permanente e lucido ruolo di prete spretato della chiesa comunista e di ateo aspirante a una nuova e inesorabile Chiesa cattolica, spiega come l’uscita di Benedetto XVI sulle colpe del lassismo sessantottino per le degenerazioni pedofili del clero, come un vero attacco teologico all’interno del percorso conciliare di cui papa Francesco è l’epilogo naturale, pone così un presupposto forte, un pensiero lungo, per una nuova cultura reazionaria e autocratica che dovrebbe rielaborare l’ondata populista già in via di lenta dissoluzione. Papa Ratzinger al momento delle sue dimissioni nel fatidico febbraio del 2013 spiegò in una breve declaratio che lasciava “il ministero petrino” sentendosi inadeguato a governare la barca di San Pietro “in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto” [“nel mondo d’oggi soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede”].

In quel rapidis i più vedevano le contorsioni disintermedianti della nuova società tecnologica. In realtà, con il rigore che si deve riconoscere al filosofo Ratzinger, papa Benedetto XVI lasciava per l’ingovernabilità che vedeva dominare la Chiesa, dopo la lunga ondata di quello straordinario e secolarizzato fenomeno che fu il Concilio di Giovanni XXIII, ma soprattutto per quel timbro di razionale scetticismo che vi impresse papa Paolo VI con il suo umanissimo e laicissimo dubbio che faceva aleggiare sulla sua fede.

La pedofilia, e tutte le deformazioni sociali, fa intendere il papa emerito, dunque anche le attuali convulsioni tecnologiche, dipendono da quel varco che fu imprudentemente aperto dall’ala conciliare del mondo cattolico e che la successiva militarizzazione di Giovanni Paolo II non fu in grado di ricondurre a una coerenza teologica.

Siamo forse dinanzi a un passaggio storico, che vede una delle ormai superstiti autorità intellettuali, forse l’ultimo vero mediatore ancora in servizio permanente effettivo, ergersi a guida di una vera e organizzata reazione culturale al dominio materiale che oggi vede come motore il calcolo e come effetto l’individualizzazione di ogni comportamento, dunque di ogni etica reale.

Si sta delineando un nuovo fronte di attacco alla laicizzazione della vita, che congiunge, come inevitabile e cognitivamente corretto, la linea dell’emancipazione degli individui dalle discipline sociali (dal lavoro alle autorità mediatiche) con la scomposizione dei poteri portanti del pianeta di cui la Chiesa si sente parte e bersaglio. Joseph Ratzinger si trova inevitabilmente a raccogliere un messaggio che gli viene da tempo recapitato dalla destra americana, prima nella versione dei teo con, soffocati dalla contraddizione di coniugare la volontà di ripristino dei valori tradizionali con la salvaguardia di un modello americano basato proprio dell’edonismo individuale, poi con il nuovo fronte trumpiano, in cui sono le élite liberal e liberiste, per la prima volta congiunte nell’avversione del populismo trasversale di Bannon, messe nel mirino, per una vera crociata bianca, proprietaria, e identitaria, di quel popolo dell’Occidente umiliato da una globalizzazione che le socio-tecnologie individualizzano e le culture libertarie rendono incontrollabile.

Converge in questo filone l’esasperazione anti-competitiva dei produttori minacciati dal vento asiatico, le pulsioni di insicurezza dei mediatori di tutte le risme minacciate dalle pratiche circolari e condivise della rete, le frustrazioni di leadership umiliate dal continuo logorante controllo critico di una moltitudine che ha strumenti e ambizioni per avvicinarsi ormai al potere reale.

La spinta populista non sembra più sufficiente ora che dalla parte destruens bisogna passare a quella construens. Non è roba né per Salvini, né tanto meno per Órban o Le Pen. Bisogna appoggiare la controffensiva della tradizione su basi solide, su blocchi sociali armati di una vera rappresentanza degli interessi strategici, sulla convergenza di famiglie e su robusta ambizione di comando.

Insomma bisogna passare al Termidoro, dopo aver gelato ogni velleità rivoluzionaria, avrebbe detto Marx.

In questo processo diventa fondamentale per questo nuovo schieramento da una parte, integrare le basi popolari, le aree di emarginazione, le periferie del mondo, dando loro una prospettiva di aggancio al convoglio del benessere, mediante assistenza e muro contro gli eventuali concorrenti come sono gli immigrati. Dall’altra bisogna neutralizzare quel ceto produttivo e creativo che sta invadendo le città, riclassificandole urbanisticamente e producendo ricchezza sia tecnologica che immobiliare in tutto il mondo. Per questo bisogna subordinare le piattaforme agli stati. In questo modo la galassia neo vandeiana trova l’aggancio con il fronte autarchico russo cinese. E qualcosa di molto più complesso e organico rispetto ai tiratemi giacca di Zaia e Fontana che come governatori del Lombardo Veneto chiedono a Salvini l’autonomia differenziata. È una vera svolta strategica che potrebbe dare forma a un corso della storia mondiale. In questa visione la sinistra non è minoritaria. Semplicemente non esiste.

Non ha basi sociali, nessuna strategia negoziale, né potere rappresentativo. È testimonianza di una tradizione minoritaria di un Occidente che non c’è più. Forse per provare almeno a stare in questo tempo bisognerebbe tornare al Marx dei Grundrisse che spiegava come è dell’anatomia dell’uomo che si ricava quella della scimmia, ossia che è proprio dal punto più alto dello scontro sociale e culturale che si può ricostruire una strategia di rappresentanza e alleanze sociali.

L’anatomia dell’uomo metaforica oggi coincide proprio con l’anatomia dell’uomo fisica: Ratzinger coglie nei suoi appunti un filo che lega politica e corpo. Lo individua nel legare Sessantotto e pedofilia. Oggi quel filo, come hanno visto i grandi filosofi liberali paralizzati da una mancanza di strumenti e di ambizioni a cambiare il mondo e non solo a descriverlo, da Heidegger a Severino, connette l’evoluzione umana con la potenza tecnologica, con al centro quella che ormai è la calcolabilità del desiderio, che è declinata in ogni frangente della nostra vita da quando guardiamo la televisione a quando comunichiamo con i nostri figli, o realizziamo servizi riprodotti mediante lo scambio di simboli.

È da qui che si devono tracciare i perimetri del nuovo conflitto sociale. La destra ha fissato il proprio campo: Dio, famiglia, proprietà, tutele. E l’ultimo elemento della nuova tetralogia a riclassificarne il resto: non si torna al moderatismo piccolo borghese, si vuole costruire un nuovo impero dove l’autenticità dell’Occidente, direbbe minacciosamente l’Heidegger filo-nazista, si qualifica per antagonismo con il resto del mondo e per controllo assistenziali di una moltitudine dei subordinati sociali.

E la sinistra che dice? Ma quale sinistra? In questa dialettica come aggredire il campo? Esattamente dai due snodi che la destra vuole controllare: le piattaforme intelligenti e gli utenti marginali. L’unica risposta che una sinistra può dare è sempre e solo quella di una nuova animazione sociale di questo scenario mediante l’innesto di conflitti che trasformino in protagonismo e organizzazione la subalternità. La potenza di calcolo, che rimane una straordinaria opportunità di emancipazione degli individui, deve essere civilizzata mediante la continua e processuale integrazione di elementi etici. L’etica diventa infatti il fattore che rende il popolo dei creativi digitali autori autonomi e non semplici web master di un piano superiore e gli utenti collaudatori e validati di ogni servizio.

Per questo bisogna riempire il deserto che la destra populista sta allargando nel rapporto fra calcolanti e calcolati. Bisogna accorciare questa distanza. I soggetti negoziali per questa strategia di mobilitazione sociale sono ad esempio le città, che non a caso Bannon e papa Ratzinger guardano con sospetto: le amministrazioni metropolitane oggi possono integrare gli interessi delle categorie artigiane e professionali che vivono in rete, animando una diffusa contrattualità del calcolo (sanità, informazione, commercio, produzione, amministrazione). Per arrivare a questo bisogna però fare come giustamente Ferrara apprezza di papa Ratzinger: lavorare sulla visione e colpire il nemico con un pensiero alternativo, ri-tematizzando la storia.

Bisogna dare un’anima al processo digitale, rileggendo il Sessantotto come conflitto permanente fra proprietà e autonomia, fra Richard Stallman e Bill Gates nel software, ad esempio. Su questo livello non sono ammesse furbizie o scorciatoie. 

Zingaretti, o in Francia la galassia socialista, o Corbyn in Inghilterra, o ancora il fronte multicolore americano, devono dare forma e rigore a questa battaglia culturale. Senza pensare di potersela cavare solo con le gaffe dell’avversario.

Come diceva Victor Hugo, non c’è una cosa più forte di “un’idea il cui momento è ormai giunto”.

Ma non c’è nulla di più terribile della responsabilità di chi non lo ha percepito.

Ratzinger. Il nuovo fronte d’attacco alla laicizzazione ultima modifica: 2019-04-14T17:19:44+01:00 da MICHELE MEZZA

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