Lo spettro di Mira agita Belgrado

Muore a Mosca la vedova di Sloba Milošević. E la Serbia si trova a dover fare nuovamente i conti con una delle personalità di maggior spicco del suo recente passato.
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Mirjana Marković, vedova di Slobodan Milošević nota anche come la “Lady Macbeth dei Balcani”  (causa l’originale trovata di un cronista anglosassone) o “strega rossa” (per via del soprannome affibiatole da un noto campione dell’understatement come Vojislav Šešelj) se n’è andata l’altra sera a 77 anni di età nel suo esilio moscovita,  per una polmonite che è stata conseguenza di un intervento chirurgico. E d’un tratto, la Serbia si trova a dover fare nuovamente i conti con una delle personalità di maggior spicco del suo recente passato.

Della sociologa nata a Požarevac, la stessa città di origine di Slobodan, dove era sbocciato un amore adolescenziale destinato a durare nel tempo, a lungo si è detto tutto il male possibile, e certo lei non era tipo che si sforzasse di farsi benvolere. Non era bella, e questo si sa, reagiva alle critiche con grande durezza, ed anche questo si è visto ampiamente, ma a chi sta scrivendo questo ritratto, invece, accadde proprio alla fine della sua parabola politica, di frequentarla per più di un anno e di conoscerla un po’ più da vicino, cosa che forse autorizza un ritratto postumo piuttosto lontano dalla vulgata corrente.

In breve, era accaduto che subito dopo la caduta del 5 maggio 2000 Slobodan Milošević avesse concesso a La Stampa la sola intervista fatta ad un giornale straniero nell’arco di quasi un decennio, e avendo firmato quell’articolo qualche tempo dopo, quando l’ex presidente venne arrestato in patria da un’entità straniera, mi venne più facile entrare in contatto con sua moglie, che da allora e per lungo tempo continuò ad attaccare il Tribunale dell’Aja ed i nuovi capi politici del suo Paese. Poi nel 2003, subito dopo l’assassinio del premier Zoran Đinđić, Mirjana detta Mira fuggì dalla Serbia per rifugiarsi in Russia, ma di questo parleremo meglio un po’ più avanti.

Se si scorrono i giornali belgradesi di oggi si può comprendere in modo perfetto la carica di imbarazzo, odio represso e frustrazione che continua a gravare su una delle popolazioni più martoriate d’Europa: Politika, il più autorevole quotidiano della capitale che per decenni era stato il megafono di Milošević, non dedica neppure una riga alla notizia, che invece campeggia su tutti gli altri giornali. L’informazione più copiosa ed anche più inutile si può trovare su Blic: ben undici articoli che mettono assieme tutti i luoghi comuni fioriti sulla “Zarina” (già, ci eravamo dimenticati dall’altro brillante soprannome) ma senza che un solo cronista si assuma la responsabilità di ciò che scrive, tutto viene ripreso da questo o quel libro scritto su di lei.

Un documentario della BBC su Mira e Sloba

Alcune accuse smentite dai fatti ancora sopravvivono. Si torna a parlare di Mira e Sloba come di “una coppia che guadagnava enormi ricchezze eseguendo una serie di pratiche scorrette per le quali nessuno avrebbe mai risposto: il contrabbando economico, il contrabbando di tabacco e le uccisioni politiche sono solo alcuni di questi”. Nessuno precisa che nonostante indagini a tappeto di quelle “enormi ricchezze” non si è mai trovata traccia. Quanto agli assassinii del giornalista Slavko Ćuruvija e del politico Ivan Stambolić, per entrambi i quali Mira era stata indicata come “mandante politica”, i magistrati non sono riusciti ad individuare un solo elemento di prova. A sedici anni dalla sua fuga, l’ex signora Milošević per la giustizia serba è risultata colpevole soltanto di abuso d’ufficio per aver fatto assegnare una casa popolare ad una sua cameriera (condanna iniziale a 15 anni di carcere, pena poi riformata con la condanna ad anni uno).

A distanza di così tanto tempo, il solo rilievo condivisibile ancora oggi risale  alla considerazione di uno dei magistrati che avevano inutilmente indagato, il quale scrisse:

Il regime aveva stabilito un livello strutturale: i cosiddetti intellettuali di corte, dunque la mafia economica, la  polizia segreta, l’esercito, il partito di governo, il tutto con Slobodan Milošević e sua moglie Mirjana Marković come centro della rete e personificazione del sistema.

Oggi però sarebbe forse il caso di ricordare che Mirjiana Marković, per quanto odiatissima moglie del presidente più discusso della Serbia contemporanea, non ha mai ricoperto alcun incarico di governo, mentre la sua presenza politica si espresse solo nella fondazione della Jul, partitino ispirato ad un confuso comunismo di stampo tecnocratico, che pure piazzando alcuni suoi esponenti nei ministeri finì sempre col fare da stampella al più forte Sps di Milošević. Probabimente, come tutti dicono, “fra le quattro mura di casa la sua influenza su Sloba era enorme”, sicuramente Mira era donna fortemente influenzata da simpatie inspiegabili come da antipatie ingiustificate, eppure non risulta che sia mai riuscita a mettere becco nella formazione di un governo. A questo pensava Slobodan, per quanto innamorato potesse essere.

La residenza dei Milošević a Dedinje

Ma torniamo al momento della fuga in Russia. In quei mesi Mira Marković aveva accettato l’idea che io scrivessi una sua biografia, e  per questo due o tre volte a settimana mi riceveva nella villa di Dedinje che aveva abitato con il marito. In quei lunghi incontri  (mentre, come emerse più tardi, i servizi segreti della “nuova” Serbia registravano tutto con microfoni direzionali) raccontò moltissime cose. In politica c’era poco da dire,  era stata comunista e continuava ad esserlo, piuttosto vennero fuori alcune cose interessanti sul piano personale.

Lei era nata in provincia come figlia illegittima di Moma Marković, che sarebbe diventato un eroe partigiano, e Vera Miletić, una bellissima ragazza che poi sarebbe stata catturata a Belgrado negli anni della resistenza. L’arresto di Vera fu seguito da una retata, e molti allora avevano detto che sotto tortura la ragazza avesse confessato tutto, però poi Vera era rimasta a lungo in un campo di concentramento spergiurando di non avere mai parlato fino al momento della fucilazione. Mira aveva vissuto e ancora viveva nella mitizzazione della figura materna. Quel fiore bianco di plastica che spesso portava fra i capelli – e non le donava affatto – era appartenuto alla madre.

In quei lunghi colloqui la padrona vera o presunta di Serbia rievocò molte altre cose: per esempio, la figura di un nonno che l’aveva cresciuta proteggendola anche dalla condizione di figlia illegittima che nella provincia serba di allora, comunismo o no, pesava come un macigno. E poi l’incontro a sedici anni con uno Sloba diciassettenne o la presenza, quella sì dittatoriale, di una certa Vuka, che in casa Milošević si occupava dei bambini e comandava a bacchetta anche i datori di lavoro.

Insomma, da quegli incontri ricavai l’immagine  di una donna esasperatamente sensibile, e dunque pronta a reagire in modo esasperato a qualsiasi attacco, vero o presunto che fosse, legata in maniera quasi ossessiva ad un’infanzia trascorsa da emarginata. Una personalità difficile, dunque, ma non quella di un’assassina, almeno per quanto le impressioni possono valere. Un pomeriggio rispose ad una chiamata sul telefonino ed il suo tono di voce cambiò facendosi dolce, quasi sottomesso: era Sloba, che parlava dal carcere di Scheveningen. 

Quanto alle reazioni di cui era capace, può bastare un aneddoto: durante i suoi racconti Mira Marković mi aveva detto ridendo di come in Parlamento  l’ipernazionalista Šešelj l’avesse soprannominata “strega rossa”, poi quando il premier Đinđić venne assassinato lei fuggì poiché era sicura che l’avrebbero arrestata con un pretesto qualunque. Io rimasi privo della fonte ma con molte registrazioni che mi consentirono di concludere il libro, intitolato appunto Memorie di una strega rossa. Qualche mese dopo mi arrivò un sms da un numero russo che diceva: “Trovo molto maleducato il fatto che lei abbia usato quella dizione per intitolare il libro di memorie”. Quel nomignolo lo aveva rievocato lei ridendoci su, e adesso si offendeva.

La controversa storia di Mirjana Marković comunque non finisce qui: Aleksandar Vulić, socialista ed attuale ministro della difesa, oggi augura alla defunta “quella pace che i serbi le hanno negato”, il segretario del partito, Ivica Dačić, manda condoglianze e si mette a disposizione per i funerali, il presidente di Sps, Milutin Mrkonjić, si augura che

il governo crei le condizioni perché i figli di Mirjana Marković possano partecipare alle esequie.

Il problema si pone perché l’ex più potente signora di Serbia ha espresso la volontà di essere tumulata accanto al marito, nel giardino della vecchia casa di famiglia a Požarevac. La figlia Marija potrebbe essere presente , anche se da molti anni si è sposata e vive in Montenegro, il problema si pone per il figlio Marko, anch’egli riparato in Russia dopo l’accusa di contrabbando e ufficialmente latitante per Belgrado. E così Mira Marković darà fastidio anche da morta.

Lo spettro di Mira agita Belgrado ultima modifica: 2019-04-15T20:35:47+02:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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