S’incrina il potere del Sultano

Il consenso popolare del presidente Erdoğan, già indebolito dalla crisi economica, segna una frenata nelle recenti elezioni amministrative, svoltesi in un clima fortemente antidemocratico
scritto da MILENA NEBBIA

[Diyarbakir]

Una vittoria mutilata, ma soprattutto viziata da frodi, quella dell’Akp di Erdoğan alle elezioni amministrative in Turchia: il partito di governo del presidente e gli alleati nazionalisti hanno conquistato la maggioranza dei comuni, ma hanno perso Ankara e Istanbul e molte municipalità del Kurdistan, anche grazie a voti fasulli.

Un paio di anni fa ero a Londra per ricevere un premio – racconta Delal, 32 anni, interprete e guida per giornalisti di Diyarbakir (Amed in curdo) – e ho fatto un intervento in cui non c’era nulla di politico affermando soltanto che il giornalismo ha un valore come mezzo per ricercare la verità, quindi il giorno dopo ho saputo che la polizia era venuta da me, a casa, e il mio avvocato mi ha consigliato di non tornare per qualche giorno. Quando sono rientrata, sono andata alla stazione di polizia per capire di cosa mi si accusava e perché mi stavano cercando, visto che non ho mai fatto nulla di illegale, ma per un lungo periodo ho vissuto come una prigioniera in casa mia.


Delal è una mamma single nata e vissuta nel Kurdistan turco, che negli ultimi ha assistito ad un forte giro di vite nei confronti dei diritti dei curdi da parte del governo turco. A parte la crisi economica che sta attanagliando il paese, con la disoccupazione ai massimi livelli, l’inflazione e il crollo della lira turca, il territorio è totalmente militarizzato con posti di blocco della polizia e dell’esercito dappertutto lungo le strade.

Quello a cui si riferisce Delal, però, è soprattutto l’intervento di Erdoğan negli ultimi tre anni, dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, sui diritti delle persone, di cui lei stessa ha fatto le spese.

Il mio è stato il destino di molti insegnanti, avvocati, studenti, dottori e accademici negli ultimi anni, che hanno perso il lavoro o sono stati incarcerati solo per aver pronunciato la parola pace.

È vero l’Università di Firenze ha chiuso il programma Erasmus con la Turchia perché non si riuscivano più ad avere contatti a livello accademico.

aggiunge Cecilia Soldino, 23 anni, una studentessa di medicina di Firenze giunta nel Kurdistan turco con la delegazione di osservatori elettorali dell’Uiki (Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia)

Negli ultimi tre anni il presidente Erdoğan e gli alleati nazionalisti hanno virtualmente distrutto le già deboli e fragili istituzioni democratiche del Paese. Il carattere di questo nuovo regime si rivela meglio nelle sue pressioni sull’opposizione, in primo luogo i curdi e l’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, partito che unisce forze filo-curde e forze di sinistra.

Attualmente, oltre cinquemila membri dell’Hdp sono in carcere, compresi otto ex deputati, cinquantanove sindaci curdi e molti amministratori e membri del partito. In questo processo, oltre centocinquantamila persone sono state epurate senza alcuna decisione del tribunale, oltre duemila ong e duecento media, molti dei quali curdi, sono stati banditi e più di centosessanta giornalisti incarcerati.

La stretta sull’Hdp si è intensificata in vista delle elezioni locali. Il giorno precedente il voto amministrativo, il 30 marzo, lungo la strada da Diyarbakir a Siirt, una delle città il cui sindaco era stato appunto rimosso e imprigionato da Erdoğan con l’accusa di terrorismo, si è creata una lunga colonna di ben diciotto pullman seguiti dalle camionette della gendarmeria.

Non poteva trattarsi ovviamente di turisti in quella zona, in questo periodo dell’anno, secondo la guida e interprete del gruppo di osservatori, Mustafa, 31 anni, lui stesso candidato come consigliere a Siirt, un tecnico informatico nelle scuole con un salario di duemila lire turche mensili, poco più di trecento euro. Ha spiegato che erano militari che stavano raggiungendo i comuni più remoti del distretto aggiungendo che il giorno dopo tutto sarebbe risultato chiaro.

E così è stato: ad Eruh, comune di montagna di circa undicimila abitanti, un tempo roccaforte del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), è risultato evidente non solo lo spiegamento di camionette della polizia, ma anche che l’elevato numero di giovani uomini che si recava al voto altri non erano che appartenenti alle forze di polizia che, pur non registrati, cercavano di cambiare le sorti del voto. La cosa è stata poi anche riferita, fotografata e filmata all’interno dei seggi da un deputato dell’Hdp. Erdoğan voleva a tutti i costi fare di Eruh il simbolo della sua vittoria sul movimento curdo.

La vittoria è andata alla fine proprio all’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), il partito conservatore curdo, contro l’Hdp della coraggiosa e battagliera candidata Cecile Babaoglu del Tja, il Movimento di Liberazione delle Donne. Ma la sua è stata una vittoria viziata dalle frodi in modo macroscopico, come in altre municipalità del distretto, come ha confermato ad una settimana dalle elezioni la Commissione Affari Esteri dell’Hdp.

Il regime del terrore non potrà durare a lungo, la perdita delle grandi città, e delle raccaforti curde come proprio Siirt e Diyarbakir, il suo discorso in compagnia della sola moglie dal famoso balcone del suo quartier generale, la dice lunga sulla solitudine in cui si trova.

S’incrina il potere del Sultano ultima modifica: 2019-04-19T23:30:25+02:00 da MILENA NEBBIA

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