Le “due Spagne” alla prova del voto

Il 28 aprile inizia un’intensa tornata elettorale, quattro elezioni in meno di un mese, mentre la crisi - istituzionale, politica e territoriale - continua a scuotere le fondamenta democratiche.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

La Spagna si prepara ad affrontare un’intensa tornata elettorale. Il 28 aprile ci saranno le elezioni generali e, solo nella Comunidad valenciana, si voterà anticipatamente per il rinnovo del governo autonomico. Meno di un mese dopo, il 26 maggio, si terranno contemporaneamente le elezioni europee, le municipali e quelle per il rinnovo di tutte le comunità autonome, escluse le cosiddette “comunità storiche”, catalana, basca e galiziana. Quattro elezioni in meno di un mese in un affollamento il cui unico precedente risale al 1979 quando, pochi mesi dopo il referendum di approvazione della Costituzione, Adolfo Suárez convocò le elezioni generali che si tennero il primo marzo, un mese prima delle previste municipali.

La democrazia spagnola si appresta quindi a rinnovare la sua rappresentanza a tutti i livelli amministrativi e nell’Unione, mentre la crisi – istituzionale, politica e territoriale – continua a scuoterne le fondamenta. Si va al voto nel pieno del processo agli indipendentisti catalani, alcuni in carcere da oltre un anno e mezzo, sei dei quali candidati alle elezioni, e dopo lo scandalo dello Spanishgate: settori deviati della pubblica sicurezza che per conto del Pp preparavano falsi dossier per screditare avversari interni ed esterni – il più famoso dei quali è Pablo Iglesias, il leader di Podemos.

I sondaggi danno un quadro nel quale il Psoe dovrebbe essere la prima forza ma non è scontato quale maggioranza potrebbe costruire per varare un governo. Le strade sembrano due, l’accordo con Podemos e i nazionalisti baschi, oppure il governo con Ciudadanos (C’s). Sull’altro fronte, un’alleanza a tre tra Pp, C’s e Vox potrebbe avere i numeri per governare. Ma l’impegno dei popolari è quello più duro: evitare di subire il sorpasso da parte di C’s, o perlomeno limitarne i danni.

Pablo Iglesias, leader di Podemos

Una campagna dominata dallo scontro tra nazionalismi

La campagna elettorale usa toni alti, drammatizza, utilizza e amplifica alcuni temi e ne mette altri in sordina. Alcuni, che ci si aspetterebbe presenti, non hanno spazio. Tra questi, grande assente dal dibattito elettorale, in totale controtendenza col resto dell’Europa, è il tema dell’emigrazione. Come pure lo “scontro di civiltà”. In un paese colpito dal terrorismo islamico più volte e pesantemente, dalle stragi di Madrid dell’11 marzo 2004, 193 morti il bilancio dell’irruzione di Al Qaeda in Europa, al più recente attentato di Barcellona dell’agosto 2017, con sedici morti. Ma la politica ugualmente s’avvita in polemiche incandescenti, in particolare sulla questione territoriale, in una campagna scomposta, aggressiva, tutta giocata al rialzo, resa ancor più confusa e feroce dalle molte battaglie che si combattono dentro ai diversi campi. 

Malgrado il tentativo delle destre di mettere al centro del voto solo la questione catalana e il confronto tra nazionalismi, le inchieste impongono ai partiti di occuparsi anche degli altri temi che per gli spagnoli costituiscono le maggiori preoccupazioni, su tutti il lavoro e la sua progressiva e apparentemente imparabile precarizzazione. Quindi, i lavoratori autonomi, categorie che rappresenta di più la precarizzazione del lavoro, con la partita Iva a celare forme di lavoro subordinato. Un dato in continua crescita e un tema portato da tempo all’attenzione, tra racconti dei genitori di quei ragazzi e le iniziative di giovani sottopagati che raccontano come l’impegno lavorativo assorba vite alle quali impedisce un presente dignitoso e la costruzione di un futuro. 

Nel 2018, secondo le rilevazioni ufficiali, quasi il 22 per cento dei lavoratori spagnoli erano autonomi: 3.258.896 dei quali il 61,1 per cento sono persone fisiche e il 38,9 per cento è costituito da imprese e liberi professionisti (cifre oramai paragonabili a quelle italiane, paese che assieme alla Grecia guida le classifiche di precarizzazione del lavoro nell’Ue). Tutti i partiti quindi propongono misure a sostegno di questo segmento. La destra propone facilitazioni fiscali, C’s una flat tax biennale; la sinistra limitazioni al numero di contratti possibili, al periodo massimo temporale, incentivi alla stabilizzazione e misure per l’accumulazione previdenziale. Altro tema che sta molto a cuore degli spagnoli è quello della sanità, considerato il principale motivo di “orgoglio nazionale”, il sistema sanitario nazionale è considerato più importante risultato della democrazia. Poi la casa, la scuola e le pensioni (strettamente legate alla precarizzazione del lavoro), i pochi altri temi che riescono a fare nel dibattito politico.

Ma media e leader politici ritengono poco profittevoli questi argomenti, preferendo puntare sullo scontro totale tra le “due Spagne”. Sono le destre quelle che più estremizzano la comunicazione, impegnate nella squalificazione degli avversari oltre che nella una cruda competizione nel loro campo elettorale. 

Pedro Sánchez, leader del Psoe

Scontri e confronti nei diversi campi

Malgrado anche la Spagna sembri attraversata dal vento di destra che soffia sull’Europa, questo voto rappresenta per le destre spagnole un punto di svolta non privo di risvolti drammatici. C’è l’incognita di Vox, che attrae elettori del Pp e offre anche una sponda a qualche elettore degli arancioni, che aumenta al massimo la concorrenza tra i due partiti principali del fronte. Per Casado è l’unica chance, con la certezza di essere spazzato via se il risultato dovesse confermare le aspettative più cupe ed essere il peggiore della storia dei popolari. Per Rivera la necessità è quella di riuscire finalmente ad arrivare al governo del Paese, dopo averci provato sia col Psoe che col Pp senza mai arrivare al traguardo. Certo, è giovane, col vento in poppa e pronto a capitalizzare l’eventuale crollo popolare ma rischia di diventare l’eterna promessa non mantenuta della politica spagnola. Rimandare ancora vuol dire avere davanti dei popolari con una leadership più solida di quella, provvisoria, di Casado. Il Pp affronta la seconda tappa della fine del suo monopolio della rappresentanza elettorale del centrodestra, all’interno della fine del bipartitismo spagnolo, in una campagna elettorale drammatica per il futuro del partito. Dopo gli arancioni, che si sono impossessati di parte del voto giovane e urbano, i popolari si devono ora guardare dall’incognita dell’ultra destra machista e neo franchista di Vox. Il giovane segretario Pablo Casado affronta l’impresa spostandosi sempre più a destra, nel tentativo di tamponare l’emorragia e di nascondere le inchieste per corruzione e lo Spanishgate – su cui ci soffermeremo più avanti. Torna, dunque, in campagna elettorale il tema dell’Eta, le mani di Sánchez “sporche di sangue”, le accuse di aver “in nove mesi di governo distrutto la Costituzione” – e tutto il più retrivo armamentario della crispación, l’esasperazione del confronto politico.

A sinistra la conflittualità è ridotta al minimo. Socialisti e viola sanno che lo scontro penalizzerebbe entrambi, come fu in passato, smobilitando l’elettorato. Problema principale di Pedro Sánchez, il quale, paradossalmente, combatte contro i sondaggi che lo danno vincitore, mentre Pablo Iglesias deve dimostrare che lo scivolamento subito da Podemos nelle ultime tornate elettorali non è stato, come molti ritengono, l’inizio del declino. Le due sinistre sanno che per governare dovranno allearsi e le punture reciproche sono quindi rivolte più a confermare al proprio elettorato la giustezza della scelta che a strappare voti. Sánchez sa che un accordo di governo con Iglesias è più accettabile alla maggioranza del suo elettorato rispetto a quello con gli arancioni di Albert Rivera, man mano scivolati a destra dalle posizioni di centro che volevano rappresentare; Iglesias sa che il sorpasso a sinistra è ormai archiviato e deve combattere per conservare, e tentare di recuperare in parte, i suoi voti.

Ma c’è un altro fronte impegnato in una dura battaglia interna, che anticipa quella che si combatterà tra un mese nel voto autonomico e municipale: quello dei partiti indipendentisti catalani. Se il processo in corso a Madrid influenza molto la campagna elettorale nazionale, in Catalogna la contiene per intero, senza lasciare spazio ad altro. La lotta è quella per la supremazia del campo tra il Partit Demòcrata Europeu Català (PDeCAT) di Carles Puigdemont, autoesiliatosi a Waterloo, e Esquerra republicana de Catlunya (Erc) di Oriol Junqueras, dal  novembre 2017 recluso con gli altri nel carcere di Soto Real, piccolo comune vicino Madrid. 

Oriol Junqueras, Raül Romeva, Jordi Sànchez, Josep Rull e Jordi Turull sono i candidati che faranno campagna dal carcere, i primi due per Erc, gli altri per il PDeCAT. Gli è stata negata la libertà ma concessa la possibilità di tenere una conferenza stampa dal carcere. Ha iniziato Junqueras, ex vicepresidente della Generalitat catalana, e poi Sànchez, candidato per il PDeCAT e presidente della Asamblea nacional catalana, associazione civica che è stata il motore di quella campagna che ha portato parte della società catalana dal nazionalismo moderato alla deriva indipendentista. Questi è la carta di Puigdemont per arginare la figura di Junqueras – in quel laboratorio di sentimentalismo politico che è diventato, o è sempre stato, il processismo – il “Processo verso l’Indipendenza” – primo passo della deriva indipendentista di quello che un tempo si definiva catalanismo moderato, sfociata nella supposta dichiarazione d’indipendenza del 20 ottobre 2017.

È uno spettacolo a metà tra tragedia e commedia vedere i candidati fare il loro meeting nel chiuso di una stanza del carcere, con alle spalle la bandiera spagnola e la foto del re. L’eccesso repressivo della carcerazione e la sproporzione evidente dell’accusa di ribellione, danno ali al vittimismo degli indipendentisti e opportunità di celare le accuse che, invece, paiono fondate e dimostrabili, come la disobbedienza e la malversazione. Erc annusa il sorpasso. La forza emotiva della figura di Junqueras incarcerato, mentre Puigdemont ha scelto la fuga, sembra compensata solo in parte dalle traiettorie degli altri candidati in carcere preventivo. Junqueras ha eloquio capace e la sua profonda religiosità cattolica lo eleva sugli altri, sia i politici di professione che il presidente dell’Anc, Jordi Sànchez. Battaglia nella battaglia è poi quella nel PDeCAT, dove Puigdemont è riuscito a conquistare imporre i suoi nei posti migliori nelle liste, espellendo o relegando in seconda fila dubbiosi, scontenti, nostalgici del catalanismo moderato prima della deriva secessionista. Ma questa è una battaglia in due tempi che vedrà il suo culmine tra un mese.

Pablo Casado, leader del Pp

Lo Spanishgate: le cloache dello stato e la “polizia politica”

Accennavamo prima allo Spanishgate, forse è il più grave scandalo democratico, dopo quello dei Gal che funestò la tappa finale dell’era di Felipe González (apparati deviati dello stato che, tra il 1983 e il 1987, rapirono e uccisero attivisti baschi e membri dell’Eta). Chiamato anche “Cloache dello stato”, “polizia politica” o “polizia patriottica”, riguarda l’attività illecita di una parte delle forze di sicurezza tesa questa volta “soltanto” a screditare i nemici interni nel Pp, i partiti catalani e Podemos, attraverso attività di sorveglianza illegali, costruzioni di false prove e dossier consegnati a organi di stampa compiacente che li hanno diffusi. I finanziamenti da parte di Venezuela e Iran sono il vertice delle menzogne costruite a tavolino contro il partito di Iglesias. Non era vero nulla ma su quello son state costruite campagne di discredito che hanno ottenuto i loro effetti. 

Il tema non è centrale come dovrebbe essere in una democrazia vista la gravità dei fatti. Agli interessi della politica di parlarne poco si unisce la subalternità della stampa, impegnata più a schierarsi con l’una o l’altra forze che per il rispetto delle garanzie fondamentali della democrazia. Sono stati due giornalisti della testata on line Público a disvelare la trama nel 2016, Patricia López e Carlos Enrique Bayo. Alcuni mesi dopo producono un’inchiesta filmata dal titolo “Le Cloache dell’Interno” (inteso come ministero). Proiettata con enorme successo in alcune sale di grandi città, viene ripresa da pochi canali televisivi minori e ignorata da quelli maggiori e dalle principali testate giornalistiche. Dal 2017 è pubblicamente visibile in rete. Al centro di tutto, José Manuel Villarejo, ex commissario di polizia divenuto imprenditore nel settore della sicurezza, in carcere preventivo dal novembre 2017. La sua attività illegale fu messa al servizio dei popolari, prima nelle faide interne nel comune di Madrid, poi contro i politici catalani, con la coordinazione tra l’allora ministro dell’Interno del governo popolare, Jorge Fernández Díaz e il capo dell’ufficio anticorruzione catalano, Daniel De Alfonso – intercettati mentre parlavano della trama – poi contro il partito viola. La modalità è sempre la stessa, intercettazioni e pedinamenti illegali, furti di informazioni sensibili, costruzioni di falsi dossier.

Il doppio confronto in televisione

Dopo un lungo tira e molla, alla fine i dibattiti sono stati due. Il primo confronto tra i quattro principali candidati – Vox è stata esclusa perché non aveva rappresentazione parlamentare dopo un ricorso del PDeCAT – si è tenuto lunedì sera sulla televisione pubblicae ha confermato le direttrici di questa campagna elettorale. 

Il tasso di menzogna è molto alto ma i protagonisti sanno che, nell’assordante rumore della propaganda e nella sentimentalizzazione del discorso politico propria del conflitto tra opposti nazionalismi, alla fine la corrispondenza al vero interessa poco. Non saranno i fact checking a spostare le intenzioni di un voto polarizzato sul tema territoriale. La gara a destra è a chi la dice più grossa, sulla questione territoriale, contro i socialisti e Podemos. Gli arancioni  denunciano i “golpisti” catalani, il Pp risponde accusando Sánchez di aver accordato con gli indipendentisti il voto nella eventuale futura investitura in cambio dell’indulto agli indipendentisti sotto processo.

Il socialista, dal canto suo, si è posto decisamente al centro del quadro politico. Pur evocando politiche di redistribuzione di stampo classicamente socialdemocratico ha descritto il Psoe come una forza stabilizzatrice che si rivolge a quell’elettorato moderato disorientato dalla radicalizzazione verbale di Pp e C’s. Non ha mai attaccato Podemos pur proponendosi come contraltare ragionevole al probabile alleato, mentre Iglesias gli ha rivolto qualche moderato rilievo teso più a distinguere la propria identità di sinistra che a squalificarlo. Il leader viola si è voluto mostrare come rappresentante degli interessi nazionali e dello spirito costituzionale, deciso nella descrizione del ruolo: col Psoe per governare col compito di tenere la barra dell’esecutivo a sinistra. Un’immagine colla quale, complice lo scandalo delle “Cloache”, conta di risalire la china. 

Rivera ha sparato su Psoe e Podemos, con qualche puntura al segretario del Pp che ha evitato di rispondere. I due rappresentanti della destra hanno puntato le batterie contro Sánchez, che ha risposto proponendosi come rappresentante della Spagna ragionevole e inclusiva, mantenendo tra loro una certa cordialità. “Non è lei il mio avversario”, ha detto a Rivera a Casado. Ma il popolare ha stentato a stare dietro alla maggiore energia e decisione di Rivera, ingessato anche in quello che forse era un tentativo di mostrarsi più calmo e tranquillizzante per riguadagnare gli elettori moderati. Secondo i media più vicini al centrodestra, il confronto tra i due è stato vinto nettamente da Rivera. E questo ha influito sul dibattito di ieri notte, sulla rete privata La Sexta, al quale Casado è arrivato come all’ultima opportunità. 

L’atmosfera è stata meno neutra, sin da prima dell’inizio, con tre dei contendenti accolti da supporter. Rivera e Casado hanno avuto sul cammino incontri con rappresentanze delle forze dell’ordine, i sindacalisti di Jusapol, un sindacato degli operatori di pubblica sicurezza, per il primo e un associazione di guardie carcerarie per il secondo. Iglesias ha ostentato l’arrivo in taxi come dichiarazione politica. Lo scontro tra il modello Uber e le classiche auto pubbliche vede in Spagna le sinistre saldamente al fianco di queste ultime, soprattutto Podemos, per il quale i tassisti madrileni si sono pubblicamente schierati.

Dalle prime battute si capisce che in gioco ci sono i destini dei due leader della destra. Casado, dopo un primo attacco a Pedro Sánchez sulla questione catalana, con le ripetute accuse di tradimento della Spagna, alle quali si è unito Rivera, ha più volte incrociato le lame con il suo “non avversario”. Gli attacchi al socialista si sono alternati a duelli tra le due destre, non più in guanti bianchi. Il risultato è stato un confronto ancora più confuso e duro, nel quale Iglesias ha provato a cogliere l’occasione di stigmatizzare le modalità “poco serie” di discutere i problemi del paese, distinguendosi dagli avversari ma anche dal possibile alleato, e in cui Sánchez ha conservato sostanzialmente le posizioni presso l’elettorato moderato. Un elettorato la cui reale consistenza si capirà, però, solo dai risultati e, concretamente, dallo studio dei flussi elettorali. E che comunque, dagli ultimi vietati ma sussurrati sondaggi, non parrebbe garantire ai due partiti di sinistra la possibilità di governare senza l’appoggio, almeno, del Partido nacionalista vasco.

I commenti del giorno dopo, e i non rappresentativi sondaggi delle versioni on line dei principali quotidiani, ci dicono la tecnica di Casado ha funzionato. Costringendo Rivera al corpo a corpo lo ha costretto a mettere da parte la sua immagine moderata, potendosi considerare come il vincitore del confronto tra i candidati delle destre. Il preferito dal pubblico è stato Pablo Iglesias. Secondo i commentatori è stato l’unico che è riuscito a legare l’illustrazione del suo programma elettorale ai ritmi della polemica viso a viso. La performance di Sánchez è la meno gradita ma non era l’esposizione che ora cercava il candidato socialista quanto dare una sensazione di tranquillità e affidabilità.

La Spagna va quindi verso un voto che potrebbe cambiare ulteriormente il suo panorama politico. Un voto che verrà ancora una volta deciso dalla España vacía, quelle aree interne e poco popolate alle quali il sistema elettorale garantisce una sovra rappresentazione in termini di seggi, che finora erano state la carta migliore dei popolari. Dopo gli scandali di corruzione potrebbe non essere più così, e in questo modo va letto il grande impegno del leader socialista in queste aree durante la campagna elettorale. La gara più difficile sembra essere quella del Partito popolare che, oltre al rischio di perdere la centralità a destra, potrebbe vedere in gioco la sua sopravvivenza.

Le “due Spagne” alla prova del voto ultima modifica: 2019-04-24T15:57:12+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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