La forza di quattro piccoli può fermare i sovranisti

Portogallo, Irlanda, Malta e Lussemburgo sono gli unici stati dell’Unione Europea a non avere nei rispettivi parlamenti alcuna forza di estrema destra.
scritto da MASSIMILIANO CORTIVO

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.

E poi ne rimasero quattro, appunto. Come nel romanzo giallo di Agatha Christie. La letteratura in questo caso è solo una suggestione e i quattro della filastrocca sono quattro Paesi: Portogallo, Irlanda, Malta e Lussemburgo. Unici stati dell’Unione Europea a non avere nei rispettivi parlamenti alcuna forza di estrema destra. A lasciare da soli i cosiddetti ”piccoli” ci hanno pensato le recenti elezioni politiche spagnole che hanno, sì, decretato la vittoria di ”Pedrito el guapo” Sánchez ma hanno al tempo stesso portato per la prima volta all’interno dell’Assemblea una formazione sovranista e anti-europea come quella di Vox. Un aspetto su cui si è detto e scritto molto senza però spostare il faro dell’attenzione sul rimanente scenario di ”resistenza”.

Dopo la Spagna, finora anch’essa impermeabile all’assalto globale del populismo estremo, rimangono solo le briciole. Perché di questo stiamo parlando, nonostante alcuni di loro abbiano alle spalle e nelle vene (ecco uno dei motivi della loro particolarità) una storia nazionale gloriosa di cui vantarsi. Non possono che essere considerate delle briciole infatti i sedici milioni di abitanti che Portogallo, Irlanda, Malta e Lussemburgo fanno se messi tutti e quattro assieme (gli stessi di una immaginaria macroregione composta da Veneto, Lombardia e Friuli). Una cifra che corrisponde al 3,2 per cento della popolazione europea che invece viaggia spedita attorno ai 512 milioni. Davvero poca cosa. 

A mettere alle corde i quattro piccoli (e piccolissimi) stati è stato un signore di 43 anni appena compiuti, Santiago Abascal Conde [nella foto in alto d’apertura], che nelle ultime settimane alla guida di Vox ha trascinato il 10,3 per cento degli spagnoli verso posizioni euroscettiche, contrarie all’immigrazione, all’islam e al multiculturalismo. Con il suo successo – perché di successo bisogna parlare anche se le previsioni lo davano su numeri ancora più elevati – e il primo ingresso dell’estrema destra (con 24 seggi) nel parlamento spagnolo, anche l’ultima nazione europea di peso si uniforma alla tendenza politica mondiale e lascia a prendere vento solo quattro corridori fuori dal gruppo. Se questi siano in fuga o staccati in fondo, verso le ammiraglie, dipende dai punti di vista e una risposta arriverà dalla storia. Per il momento proviamo in pochissime righe a capire il perché del loro isolamento europeo (e planetario). 

Mettendo da parte il minuscolo e anomalo granducato nel cuore dell’Europa e un’isola la cui capitale conta appena 6.444 abitanti, le attenzioni si concentrano sul Portogallo, il cui governo è l’unico nell’Unione ad essere appoggiato da un partito comunista, e sull’Irlanda in cui due movimenti conservatori e uno di sinistra si dividono dal dopoguerra i seggi (e talvolta anche le poltrone del governo). Anomalie di due Paesi ”giovani“ che portano ancora le evidenti ferite di una storia recente. Se dalle parti di Lisbona il 25 aprile dei garofani è un’immagine gloriosa che ha compiuto appena 45 anni e gli spettri del passato sono dunque vivissimi, in quell’isola accanto alla Gran Bretagna i “troubles”, gli scontri con l’Irlanda del Nord, finiscono addirittura con il “Good Friday Agreement“ firmato il 10 aprile nel 1998, appena ventun anni fa. Bruciature della storia che hanno lasciato cicatrici nel tessuto politico dei due Paesi rimescolando talvolta gli equilibri e soprattutto le commistioni tra partiti e ideologie.

Non è un caso, ad esempio, che indipendentismo e identitarismo in Irlanda siano fortemente connotati a sinistra, e che in Portogallo il partito comunista abbia venature nazionaliste e di sicuro orgoglio patriottico. Tematiche che in tutti gli stati dell’Unione sono accoppiate a movimenti più o meno di destra, tra Lisbona e Dublino si trovano in maniera trasversale lungo l’arco democratico. Con la sinistra e il centro che spesso sono impegnati – scientemente o meno – a togliere la terra sotto i piedi delle nascenti formazioni populiste e sovraniste. Un po’ come se il populismo che negli ultimi tempi troneggia in mezza Europa fosse entrato a dosi omeopatiche  nei due Paesi prima dell’esplosione del sentimento identitario che ha poi portato alla recente formazione del Gruppo di Visegrád. Se in Francia parliamo di populismo il punto di riferimento è quello dell’eterna “promessa” Marine Le Pen, se lo facciamo in Ungheria ecco Orbán, e via dicendo, senza mai spostarci dall’estrema destra. In Portogallo invece le cose stanno diversamente.

La figura più prossima a una sorta di sentimento populista è infatti il presidente della repubblica Marcelo Rebelo de Sousa che il filosofo francese Bernard- Henry Lévi quindici giorni fa ha curiosamente definito un “muro simbolico” proprio contro l’avanzamento del populismo: un presidente popolare, esponente di una destra liberale che si trova a convivere (più o meno pacificamente, nonostante le aspettative) con un governo di forte impronta socialista. Altro scenario ma ugualmente trasversale, quello irlandese. In cui l’humus populista da cui si stanno nutrendo le forze di estrema destra europee è qui equamente diviso tra destra e sinistra.

Lo troviamo sia nel movimento indipendentista di sinistra Sinn Féin che tra i Soldati del Destino del Fianna Fáil nati negli anni venti a sinistra ma ben presto passati a posizioni decisamente conservatrici. Se questi due piccoli Paesi europei (e gli altri due, Malta in primis con la questione degli sbarchi estivi) rimarranno o meno impermeabili all’ondata reazionaria e sovranista lo vedremo nei prossimi mesi, non certo anni. Qualcosa inizia a scricchiolare, perlomeno in Portogallo. Da qualche mese è spuntato André Ventura, professore e commentatore televisivo che ha lanciato il partito “Chega” e che ora si presenta alle europee in coalizione con monarchici e altri ultra conservatori sotto il nome comune di “Basta”. I punti forti del suo programma? Castrazione chimica, lotta ai rom, no ai matrimoni gay. E tutto “sem medo”, senza paura.

La forza di quattro piccoli può fermare i sovranisti ultima modifica: 2019-05-01T20:46:41+02:00 da MASSIMILIANO CORTIVO

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