“La soverchiante tempesta emotiva e passionale” del maschio

Considerazioni a proposito della sentenza della Corte d’assise di Bologna che ha dimezzato la pena per l’assassino della donna con cui intratteneva una relazione, perché in quel dato momento era in preda a “una soverchiante tempesta emotiva e passionale”.
TIZIANA PLEBANI
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Il ritmo degli avvenimenti e i modi con cui rimbalzano nei media rendono difficile la sedimentazione di una riflessione approfondita. Talvolta vale però la pena di ritornare a ciò che è accaduto e far ordine nei pensieri al di là dello scalpore delle notizie. Torno dunque alla sentenza con cui, il marzo scorso, la Corte d’assise di Bologna in appello, pur confermando la condanna, ha dimezzato la pena per l’uomo che tre anni fa strangolò la donna con cui intratteneva una relazione.

I magistrati hanno tenuto conto della perizia psichiatrica che riteneva che in quel dato momento l’uomo fosse in preda a “una soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Lo sconto di pena per la Corte d’assise è stato dunque giustificato dalla convinzione che l’ira scatenata dalla gelosia fosse un’emozione così forte da vanificare ogni tentativo di controllo e che andasse pertanto messa in conto a parziale discolpa dell’azione criminale. Non mi soffermo su quanto la sentenza contenga, forse all’insaputa dei magistrati, un persistente legame con la concezione di monopolio e possesso del corpo femminile da parte maschile che sorreggeva il delitto d’onore, rimasto in vigore nella legislazione italiana sino al 1981; mi interessa invece sottolineare qui un altro aspetto.

Occupandomi da tempo di storia delle emozioni, mi sono stupita nel rintracciare in tale credenza della Corte d’assise idee filosofiche del mondo classico a riguardo delle “passioni”. Così infatti gli antichi denominavano le emozioni, nel senso più proprio del termine. Pensavano infatti che fossero turbamenti dello stato di quiete tali da sottoporre l’individuo a una forza estranea alla sfera razionale e che necessitava di governo, come aveva messo in luce Platone con la metafora della biga che rappresentava l’anima razionale: il conducente doveva reggere saldamente le redini dei cavalli che incarnavano la parte concupiscente e irascibile. Quest’anima razionale apparteneva agli uomini adulti, mentre fanciulli, schiavi e donne non possedevano tale capacità di dominio.

Da tempo ormai la neuroscienza e la psicologia cognitiva, oltre che la filosofia, hanno dimostrato che le emozioni non sono forze oscure e incontrollate e che non dimorano in un campo opposto all’area cognitiva, bensì ne fanno parte. Inoltre gli studi storici sulle emozioni, un campo in pieno sviluppo nel mondo anglosassone, hanno evidenziato quanto la sfera affettiva, ben lungi da essere solo “naturale” e istintiva, sia plasmata dalle costruzioni sociali e culturali e venga in gran parte influenzata da ciò che ogni periodo storico e società pensa e trasmetta sui generi.

Impariamo sin da piccoli a definire ciò che percepiamo con le parole che ci vengono consegnate dai genitori, dalla scuola, dalle forme della comunicazione, con sottolineature sovente assai diverse per maschi e femmine, basti solo pensare alla paura e al coraggio, alla vergogna e alla rabbia. Ma questa “interpretazione” di ciò che sentiamo, proprio perché è elaborata attraverso la cultura specifica di quel dato momento storico, è dinamica: il lessico delle emozioni e dei sentimenti non solo è cambiato nel tempo ma anche il substrato emotivo che lo contraddistingue non è rimasto immutato.

Questa breve premessa serve a riprendere il discorso sulla sentenza e a riflettere sulla particolare emozione che è in gioco in questa vicenda – “l’ira” e il suo corollario di azioni violente (= tempesta emotiva) – ricollegandomi a uno studio che ho condotto sulla rappresentazione di quest’emozione all’inizio del Cinquecento per osservare persistenze e distanze rintracciabili nella decisione dei giudici di Bologna e nelle credenze coinvolte.

L’ira nel mondo antico e medievale era un’emozione che aveva un gran peso nella simbologia e nella gestione del potere. Era un attributo solo maschile, tuttavia non di tutti ma solo dei sovrani ed era concepita come uno strumento di giustizia, talvolta crudele ma legittimo poiché rifletteva una società fortemente gerarchizzata. Anche il padre e il marito rivestivano una sorta di sovranità nell’ambito familiare e a loro era attribuito lo ius corrigendi che permetteva l’uso della forza.

Nei trattati di diritto si esaminava la casistica relativa, sentenziando che un marito poteva percuotere la propria moglie, al fine di convincerla a ottemperare ai suoi doveri e a rifuggire i vizi, anche con il bastone ma si doveva evitare di procurarle danni permanenti.

L’ira non era concepita pertanto come un’emozione irrazionale: la natura degli uomini, calda e secca, li esponeva a brevi attacchi di collera e di aggressività attraverso i quali potevano difendere e gestire il loro onore, perché risiedeva nel loro ambito di autorità e governo mentre le donne non erano in grado di farlo. Alle donne veniva invece attribuito il “furore”, un’emozione priva di razionalità e pericolosa sia per sé che per gli altri.

Tuttavia alla fine del Medioevo la violenza domestica cominciò a essere avvertita come un’emergenza e un problema sociale da affrontare e arginare, spingendo a riconsiderare, alla luce anche della sensibilità umanistica, gli ambiti e le prerogative del pater familias e dello ius corrigendi. Inoltre si incrementava il numero di donne che denunciava ai tribunali i maltrattamenti e le percosse da parte del marito e le fonti dell’epoca testimoniano un’accresciuta sensibilità dei giudici e dell’opinione pubblica rispetto a gesti violenti, specie se ripetuti e inferti con armi.

Ciò conduceva a una riconsiderazione dell’accettabilità dell’ira anche per il progressivo assorbimento da parte dello stato della gestione della violenza e per la progressiva erosione del potere del pater familias: così l’ira si avviava a a divenire nel prosieguo un’emozione negativa e antisociale.

Torniamo ora all’oggi, a quella sentenza e a ciò che sembra esprimere. Parte del mondo della comunicazione, persino all’interno delle istituzioni, è tornata, nonostante le opinioni degli scienziati, a considerare le emozioni come forze prepotenti e incontrollabili e che siano soprattutto gli uomini a non essere in grado di fare argine a tale coercizione.

È preoccupante che si consolidi questo approccio alla sfera affettiva e che trovi sponda nell’opinione pubblica: non si tratta infatti in realtà di emozioni ma di credenze sulla natura umana connotate dalla sfiducia nella possibilità di una buona integrazione tra percezioni, ragionamento e azioni, specie, a quanto pare, per ciò che riguarda le relazioni tra gli uomini e le donne.

Come ho cercato di illustrare, sono le nostre costruzioni mentali e culturali che di volta in volta modellano ciò che proviamo, suggeriscono schemi in cui inserire l’emozione, interpretandola e suggerendo l’azione più consona. Quest’opera di “traduzione”, di comprensione di ciò che avviene dentro di noi, influenza la nostra intimità ma ancor di più i nostri scambi sociali.

In una società in cui da molte parti proviene la spinta ad avere paura e a difendersi dagli altri – una paura che più che una percezione reale diviene pertanto una costruzione culturale trasmessa e sconnessa al singolo contesto – questa sfiducia e il conseguente senso di impotenza di fronte a eventi dolorosi condiziona il modo con cui sappiamo affrontare il dolore, il rammarico, la rabbia, la nostalgia per un amore perduto.

Pensare di essere in balia di tempeste emotive può scatenare, al posto di una riflessione, un’azione violenta che appare così in qualche modo giustificata.

Se questa è la cornice di senso più generale, chiediamoci ora se l’accettabilità dell’ira maschile nei confronti delle donne nella nostra società sia stata contrastata con efficacia oppure sia stata tollerata se non legittimata nel discorso pubblico, nelle istituzioni, nei media, permettendo così che in alcuni uomini sia apparsa ancora come una forma di drammatica regolazione dei rapporti di potere tra i sessi, ormai totalmente scardinati ed esangui.

L’autrice interverrà al seminario
Il racconto della violenza: emozioni, genere e politica tra medioevo ed età contemporanea
che si terrà a Padova dal 7 al 9 maggio 2019, presso la Sala Bortolami, Palazzo Jonoch Gulinelli, via del Vescovado, 30.

“La soverchiante tempesta emotiva e passionale” del maschio ultima modifica: 2019-05-04T16:45:42+02:00 da TIZIANA PLEBANI

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