Un tuffo nel Novecento italiano

M9 mette in mostra “L’Italia dei fotografi. 24 storia d’autore” con la messa a fuoco del nostro Paese e allo stesso tempo dando risalto a chi quegli scatti li ha fatti, quelle inquadrature le ha cercate, quelle immagini le ha realizzate.
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

Se non tutti, sono proprio tanti, questi ventiquattro fotografi che riescono a coprire la nostra Italia del Novecento in tutti i suoi aspetti essenziali: cultura, geografia, emozioni, lavoro, sessualità, magia… M9, il nuovo Museo multimediale del Novecento nel centro di Mestre, mette in mostra “L’Italia dei fotografi. 24 storia d’autore” con la messa a fuoco del nostro Paese e allo stesso tempo dando risalto a chi quegli scatti li ha fatti, quelle inquadrature le ha cercate, quelle immagini le ha realizzate. 

Spesso impiega una, due ore prima di scattare una fotografia. Non di rado l’attrice finisce quasi per svenire dallo sforzo al quale è sottoposta sotto le luci calde dei proiettori. Questo, dice Ghergo, è il momento migliore per ottenere l’espressione voluta: quando la volontà del soggetto non si oppone più alla volontà del fotografo.

Lo racconta Alice Ghergo a proposito di Arturo Ghergo di cui sono esposte alcune immagini per il tema Divi dagli anni Trenta agli anni Cinquanta: Alida Valli cattura il nostro sguardo con i suoi occhi magnetici o Rossella Martini rivela nella sua affascinante rassegnazione la determinazione del fotografo.

Arturo Ghergo, Marella Agnelli

Oppure Nino Migliori che con il tema Gente dell’Emilia, rivela:

Ecco come nascono gente del Sud e gente dell’Emilia, come visite, per andare a vedere e capire e ricordare, ma stando dentro, voglio dire proprio stando dentro le loro case. Io vivevo con loro, mangiavo con loro, usavo il loro gabinetto, non sentendomi estraneo, entravo, ben accolto, per qualche giorno ero parte della famiglia, in cambio regalavo qualcosa di semplice, le banane, la frutta, le arance…

Mario De Biasi ci mostra una selezione sugli Anni Cinquanta:

Non sono mai partito alla sbaraglio, ma sapendo già tutto quanto era possibile sul tema delle mie foto. E preparavo anche una scaletta delle immagini da fare, che poi aggiornavo, integravo, modificavo giorno dopo giorno, sul campo, mi preoccupavo pure di scattare un’inquadratura verticale e orizzontale di ciascuna delle foto per dare la più ampia libertà al grafico che avrebbe dovuto impaginare.

Carla Cerati racconta il backstage dei manicomi, ma mostra anche le immagini della società mediatica negli anni Settanta con gli eventi dell’epoca:

La mia intenzione era gettare un’occhiata critica in quella parte della nostra società, ma mi dovetti correggere poiché questo avrebbe lasciato supporre la presunzione di non farne parte io stessa, e invece ero come il bambino allo zoo davanti alla gabbia delle scimmie: le osserva e si diverte mentre altri lo osservano e si divertono del suo divertimento.

Carla Cerati, Ospedale psichiatrico, Firenze, 1968

Negli stessi anni Lisetta Carmi crea un reportage sui travestiti:

Osservare i travestiti mi ha fatto capire che tutto ciò che è maschile può essere anche femminile, e viceversa. Non esistono comportamenti obbligati, se non in una tradizione autoritaria che ci viene imposta dall’infanzia.

La poesia fotografica di Mario Giacomelli è persino nel titolo: Io non ho mani che mi accarezzino il volto. Tutte fotografie in bianco e nero, essenziali, nei momenti più giocosi della vita dei preti, in un ritratto allegro, fuori schema e di pura emozione. E infatti, spiega:

Le foto che ho fatto, le ho fatte prima di scattarle; prima erano dentro di me, poi sono uscite. Perché è come organizzare qualcosa; viene come vuoi tu.

Si continua a immaginare con i paesaggi italiani di Luigi Ghirri ne Il profilo delle nuvole:

In ogni visitazione dei luoghi portiamo con noi questo carico di già vissuto e già visto, ma lo sforzo che quotidianamente siamo portati a compiere, è quello di trovare uno sguardo che cancella e dimentica l’abitudine.

E a sua volta Gabriele Basilico ci accompagna oltre le immagini alle quali ci ha abituato pur mantenendo le sue ricorrenze fotografiche nella Milano delle fabbriche spiegando i come e i perché delle sue scelte:

Per quanto sempre sedotto dalla grande architettura, dalle opere antiche e moderne dei maestri, continuo incessantemente a coltivare un’attrazione irresistibile per la città “media”, per le periferie dove la concentrazione creativa e la qualità progettuale si diluiscono fino a smarrirsi.

Gianni Berengo Gardin che ha

sempre apprezzato il fotografo che più che interprete è testimone della realtà che lo circonda, come in fondo ho cercato di essere io stesso

non si smentisce con alcuni scatti crudeli quanto perfetti in manicomio:

Come quando a Firenze il primario ci aveva impedito di entrare, forse perché si trattava di uno dei manicomi peggiori d’Italia, e i malati ci hanno fatto entrare facendoci passare, durante una sua assenza, come parenti in visita.

Lisetta Carmi, I travestiti, 1965-1971

E poi, basta volgere lo sguardo, per entrare negli spazi immensi di Franco Fontana, con i colori geometricamente divisi, con un bianco che ti apre all’invisibile e un blu che dà le vertigini per la sua profondità:

Non si può conoscere l’essenza delle cose se si crede solamente che un fiore sia solo un fiore, che una nuvola sia solo una nuvola, che il mare sia solo il mare, un albero solo un albero o un paesaggio solo un paesaggio. L’artista, fotografando, inventa soggettivamente la sua realtà.

E di nuovo si passa alla realtà nuda e cruda, quella oggettiva, de La mafia a Palermo di Letizia Battaglia:

Non è solo la storia di un uomo che è stato ammazzato o di un bambino che è morto perché aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, ma è una storia che sento collettiva […]. Nel momento in cui fotografo non ci deve essere sciatteria, non ci deve essere casualità. In quel momento devo onorare il dolore, la tragedia.

Mario Cresci con Ritratti reali ci mette appunto davanti a una realtà che sembra costruita nella fantasia e spiega la cornice che racchiude ogni espressione fermata per sempre in un clic:

Guardare vedere osservare e poi agire, ma anche resistere con la maggior densità culturale possibile, prima di produrre opere, perché spesso è più coinvolgente conoscere il percorso compiuto dall’autore nel realizzare l’opera che l’opera stessa.

Impossibile raccontare tutto quello che racconta la mostra, impossibile spiegare ogni foto, ogni passaggio, e gli autori sono tanti per essere messi nel giusto risalto come meriterebbero in queste righe. C’è Mimmo Jodice con Vedute di Napoli e con

il mio togliere le persone, svuotare la scena da ogni riferimento quotidiano risponde a un’esigenza profonda, ripulire l’immagine per lasciare spazio solo a ciò che vuoi significare.

Giovanni Chiaramonte nel suo viaggio nella rappresentazione propone

lo spazio del contemporaneo, dove sono egualmente significativamente presenti tutte le forme e tutte le figure dell’intera storia dell’Occidente, in una condizione esistenziale mai prima conosciuta.

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il viso, I Pretini, 1961-63

Ferdinando Scianna mette in scena Le feste religiose in Sicilia: una vera e propria rappresentazione in bianco e nero dove comprendiamo che “essere siciliani è una specie di destino”. Massimo Vitali con Le spiagge e le discoteche italiane ferma l’immagine sul macroscopico cambiamento dell’oggi con lo ieri dell’Italia. E la comparazione con le foto di Riccardo Moncalvo e le sue spiagge geometriche ed eleganti è immediata, e subito dopo è struggente. Mentre Maurizio Galimberti sfuma i ritratti, rende morbide le linee, tratteggia le ombre per andare “ben oltre la sfera della tecnica, per abbracciare quella del vedere e del sentire”.

Olivo Barbieri aggiunge l’artificio della luce nei suoi paesaggi:

Per immaginare il futuro bisogna riprogettarlo. La mia idea è stata quella di prendere in esame luoghi e oggetti in funzione di una possibile riprogettazione.

Luca Campigotto conserva il punto luce di Venezia, da sola, senza anima viva, illuminata dal buio che la circonda. Francesco Jodice riesce a creare in una sola immagine la distanza o, come dice lui, la disappartenenza dell’uomo dalle cose del mondo, ogni foto diventa così un quadro di estraneamento.

Tazio Secchiaroli mostra la magia del cinema non nel backstage, ma proprio mentre “si gira”, nel suo cuore. Ugo Mulas ci rivela la verità di una Milano che adesso è un’altra cosa. E confida il suo inizio:

Scoprivo in quelle immagini cose che non avevo previsto, e che vi erano entrate in virtù del meccanismo, della macchina, dell’ottica, della chimica, e questo mi ha dato anche una sensazione di potenza.

È impossibile descrivere le fotografie: per entrare un poco nel mondo della fotografia è più facile ascoltare le storie dei fotografi, i loro ricordi, i loro inizi. La Mostra di M9 propone una serie di videointerviste a molti fra loro grazie ai quali si scoprono aneddoti, battute, dolori, tensioni, cronaca di un mondo appena passato in cui ci si tuffa con l’apparente facilità – e la spettacolarità – del “tuffatore” di Migliori, manifesto dell’esibizione. È impossibile descrivere una fotografia, bisogna guardarla. È impossibile capire cosa c’è dietro una fotografia, anche guardandola. E Fulvio Roiter spiega così l’inspiegabile:

La fotografia non è una professione, è un modo di vivere.

L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore
a cura di Denis Curti
22 dicembre 2018 – 16 giugno 2019

Info orari e biglietteria: www.m9digital.it/it/orari-biglietteria
catalogo pubblicato da Marsilio

Per chi vuole approfondire: sabato 25 maggio giornata di studio (dalle 10 alle 18) su 

È ancora fotografia? Le immagini al tempo del web e dei social. 

Curata da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci, vedrà la partecipazione di alcuni dei maggiori esperti di fotografia, comunicazione e social media, oltre a scrittori, giornalisti, storici e sociologi.

Un tuffo nel Novecento italiano ultima modifica: 2019-05-05T17:52:19+02:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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