Oltre il clima di paura, una speranza per il clima

Alla vigilia del voto europeo, l’ambientalismo potrebbe essere il vero argine al sovranismo
scritto da MATTEO ANGELI
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In Europa le ragioni per stare insieme non vanno cercate solo nel passato ma anche nel futuro

esorta la filosofa messinese Caterina Resta nella raccolta di interviste “Europa sovrana”, recentemente edita da ytali.

Parole che fanno subito pensare al tema della lotta al cambiamento climatico, grande sfida del nostro tempo, che nessuno stato può vincere da solo.

Una febbre, quella causata dal riscaldamento globale, che sta già mostrando i primi sintomi. Se non verrà fatto nulla per curarla, si stima che la temperatura globale media aumenterà tra 1,1 e 6,4 °C entro la fine del secolo. Inondazioni, siccità, piogge, ondate di calore saranno sempre più frequenti. Si estingueranno molte specie animali, aumenteranno le malattie dell’uomo e migliaia di persone migreranno in fuga da questi pericoli. La tempesta Vaia, abbattutasi sul Triveneto a ottobre 2018, ci ha fatto toccare con mano il potenziale devastante di questo fenomeno.

Inondazioni causate dalla tempesta Vaia a Dimaro, in Trentino.

Secondo il rapporto Stern, commissionato da Gordon Brown quando era ancora cancelliere dello Scacchiere britannico, la gestione del riscaldamento globale costerebbe all’incirca l’1 per cento del Pil mondiale all’anno, mentre il costo di un mancato intervento ammonterebbe al 5 per cento, fino ad arrivare al 20 per cento del Pil globale nello scenario peggiore tra quelli ipotizzabili.

L’Unione europea è una grande potenza economica che produce più del 20 per cento del Pil mondiale e ciò comporta importanti responsabilità per quanto riguarda le emissioni di gas serra. Ma è anche vero che l’efficienza energetica della produzione europea è tra le più alte al mondo, il che si traduce in un impatto sulle emissioni globali di CO2 del 10 per cento circa.

Inoltre, da anni l’Unione europea ha assunto la leadership nella lotta al cambiamento climatico, esercitando una pressione costante sugli altri attori globali per legarli a trattati internazionali, come l’accordo di Kyoto o quello più recente di Parigi, che non sarebbero mai stati possibili senza un impulso europeo.

Nel dicembre 2015, infatti, dopo oltre due decenni di negoziati, è stato adottato il primo accordo universale per lottare contro il cambiamento climatico, in occasione della ventunesima conferenza delle parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutasi a Parigi.

L’accordo di Parigi ha l’ambizione di mantenere l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto” di 2°C, cercando nel contempo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.

Come? Le parti si propongono di stabilizzare quanto prima le emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale e di conseguire le zero emissioni nette nella seconda metà del secolo.

In particolare, entro il 2030 l’Unione europea si impegna a ridurre le emissioni di gas serra del 40 per cento (rispetto ai livelli del 1990), a fare in modo che le energie rinnovabili rappresentino il 32 per cento della produzione energetica e a migliorare l’efficienza energetica del 32,5 per cento.

Negli ultimi anni, le istituzioni europee hanno moltiplicato gli sforzi per trasporre in leggi vincolanti questi obiettivi. C’è stato un riordino del Sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra, che stabilisce un tetto massimo complessivo alle emissioni consentite sul territorio europeo nei principali settori industriali e nel comparto dell’aviazione: è stata ridotta la disponibilità dei permessi di emettere CO2 e sono stati incoraggiati gli investimenti a basse emissioni.

È stata approvata una nuova direttiva sull’efficienza energetica degli edifici, che obbliga i costruttori di nuovi stabili a rispettare determinati standard e che impone agli enti pubblici di apportare miglioramenti sugli edifici già esistenti (scuole, ospedali, amministrazioni ecc.).

Inoltre, un mese fa, dopo lunghe discussioni, il Parlamento europeo ha votato una nuova direttiva sulle emissioni di gas serra prodotte dalle automobili, secondo la quale i costruttori saranno tenuti a realizzare veicoli in grado di diminuire del 37,5 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030. Un obiettivo impegnativo, che sarà raggiungibile solo passando da motori a combustione a macchine elettriche o a idrogeno.

Ora, alla vigilia del voto per il rinnovo dell’Eurocamera, il cambiamento climatico e le altre tematiche ambientali rivestono una maggiore centralità nei programmi dei vari partiti europei rispetto a cinque anni fa. Le soluzioni proposte sono diverse e a volte contrastanti.


Proiezioni EU28 sui seggi del prossimo Parlamento europeo (fonte: Parlamento europeo)

Se da un lato il Partito popolare europeo, grande favorito, continua a mettere al centro della sua ricetta “crescita e competitività”, sostenendo che le politiche ecologiste potrebbero ostacolare lo sviluppo economico, dall’altro partiti come i Verdi, i Socialisti e Democratici e la Sinistra europea sottolineano la necessità di un approccio differente alla crescita, più inclusivo, con la fine dell’austerità per fare posto a un “New Deal” verde, in grado di trasformare l’Europa in un’economia a zero emissioni, investendo in maniera massiccia nella ricerca ambientalista e nelle energie rinnovabili.

Il New Deal verde è piano visionario che prospetta una rivoluzione ecologica e sociale, fatta di “piena occupazione verde”, sostegno al reddito e alla ricollocazione dei lavoratori del settore fossile in dismissione, politiche sociali ed economiche di equa redistribuzione del reddito, investimenti sostenibili, promozione di lavoro dignitoso e “pulito”, pari opportunità oltre ogni barriera di genere.

Per quanto riguarda le emissioni causate dai trasporti, i Verdi e i Liberali propongono di introdurre una tassa sul carburante per aerei, dato che al momento il settore dell’aviazione gode di vantaggi fiscali pur essendo un’importante fonte di emissioni di gas a effetto serra, e sostengono l’importanza di rafforzare la rete ferroviaria, per promuovere il passaggio del trasporto di merci e persone da gomma a rotaia, così come fanno anche i Popolari.

È un’unanimità che non stupisce: nel continente le emissioni di CO2 diminuiscono in tutti i settori tranne che in quello del traffico. La mobilità è quindi la grande sfida: per ridurre le emissioni, non basta passare alle auto elettriche, ma è necessario spostare almeno parte del traffico stradale e aereo sui treni.

C’è poi tutto il discorso legato al commercio. Se i Popolari sostengono che le considerazioni ecologiche potrebbero limitare il commercio e la crescita, partiti come i Verdi, i Socialisti e Democratici e la Sinistra europea affermano di voler rivalutare il ruolo delle politiche commerciali, facendo leva sull’importanza di negoziare accordi rispettosi dell’ambiente e della dignità umana e animale.

Infine, Socialisti e Verdi propongono l’introduzione di una carbon tax europea– una tassa sulle emissioni di CO2 – da implementare secondo la logica di una “giusta transizione”, ovvero una gestione della “decarbonizzazione” che non carichi di peso sproporzionato i lavoratori e i consumatori “deboli” delle fonti fossili.

L’errore da evitare è l’ecotassa à la Macron: in un periodo di crisi economica e di redistribuzione dei redditi a favore dei ceti più ricchi, misure “teoricamente giuste” rischiano di scatenare l’ira di chi a stento arriva a fine mese.

Gilet gialli

Serve il coraggio politico di far pagare di più a coloro che inquinano di più – per evitare situazioni come quella dei gilet gialli in Francia, dove il tentativo di chiedere ai ceti più poveri di sopportare il costo delle politiche di adattamento ha innescato la scintilla che ha dato il via alla protesta.

Trovare i nomi dei grandi inquinatori è facile: secondo alcuni studi, sarebbero “solo” novanta le compagnie responsabili dei due terzi delle emissioni di gas serra nel pianeta. Farli pagare sarà, invece, probabilmente più difficile, perché richiederà una netta rottura con il passato.

Rottura o, perlomeno, cambio di marcia, che potrebbe avvenire dopo il 26 maggio. Se, come prevedono i sondaggi, il Partito Popolare Europeo arriverà primo, per governare sarà costretto a negoziare con Socialisti e Democratici, Liberali e forse anche con i Verdi.

Non è dato sapere fin da ora quali saranno i paletti che verranno posti durante i negoziati, ma è ipotizzabile che i partiti progressisti, vista la rinnovata attenzione che rivolgono ai temi ecologici, porteranno il Partito Popolare Europeo a rivedere verso l’alto le sue ambizioni in materia di obiettivi ambientali.

In gioco c’è l’opportunità di iscrivere la lotta al cambiamento climatico tra le priorità della prossima Commissione europea. Una lotta che, per essere vinta, non può essere ostaggio di un uno o dell’altro colore politico, ma necessita di un fronte il più possibile vasto.

Oltre il clima di paura, una speranza per il clima ultima modifica: 2019-05-08T18:02:37+02:00 da MATTEO ANGELI

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