De Michelis. Perché il riformismo è rimasto minoritario

Per capire i motivi dello stato di minorità in cui ha operato – e continua ad operare – il riformismo nell’Italia repubblicana non ha che da ripercorrere le tappe della carriera politica di Gianni De Michelis, una carriera punteggiata di felici intuizioni quasi mai seguite da coerenti svolgimenti.
scritto da Luigi Covatta

Chi vuole capire i motivi dello stato di minorità in cui ha operato – e continua ad operare – il riformismo nell’Italia repubblicana non ha che da ripercorrere le tappe della carriera politica di Gianni De Michelis, una carriera punteggiata di felici intuizioni quasi mai seguite da coerenti svolgimenti: a cominciare dalla battaglia per evitare la musealizzazione della sua città. Ad animarla non era la sottovalutazione del tema della tutela. Al contrario, era la convinzione che Venezia dovesse essere vissuta per evitarne il degrado: magari anche sottoponendola allo stress test dell’Expo 2000, o collocando la sede europea del museo Guggenheim alla Punta della Dogana, come aveva chiesto nel 1990 l’omonima Fondazione.

Nel primo caso bastò la negligenza della nettezza urbana il giorno dopo il concerto dei Pink Floyd a dare fiato alle trombe dei catastrofisti: e nel secondo furono addirittura beghe di partito a suggerire l’improbabile ipotesi del trasferimento della sede del Consiglio regionale nel palazzo fatiscente della Dogana da Mar pur di tagliare la strada al progetto sostenuto anche da De Michelis. Per cui la Fondazione Guggenheim ripiegò su Bilbao, mentre a Venezia ancora si discute del ticket d’ingresso per governare i flussi dei turisti della domenica.      

Del resto con le vestali del patrimonio culturale De Michelis si era già confrontato qualche anno prima, quando da ministro del Lavoro aveva concertato col ministro dei Beni culturali Nino Gullotti il progetto dei “giacimenti”. Si trattava di applicare quelle che allora si chiamavano “nuove tecnologie” alla valorizzazione del nostro patrimonio storico-artistico, promuovendo così lo start up di imprese dedicate e la formazione di nuove professionalità, ed era stato accolto con favore da Augusto Graziani e da Renzo Piano, da Federico Zeri e da Umberto Eco: il quale non si era neanche sottratto all’onere di giustificare il forse discutibile riferimento al petrolio, spiegando che anche in quel caso si trattava di raffinare il greggio sepolto sotto secolari biblioteche sempre uguali a se stesse.

Tuttavia non la pensavano così né l’accademia, né la burocrazia, né il ceto politico. L’accademia non capiva per quale motivo doveva contrattualizzare il lavoro in nero di allievi ed assistenti; la burocrazia temeva che i detentori di nuovi saperi scalzassero i sacerdoti dei saperi tradizionali; ma soprattutto il ceto politico trovò intollerabile l’idea di restare escluso dal reclutamento degli operatori: per cui tagliò in Parlamento la seconda tranche dei finanziamenti previsti, per destinarla, con l’articolo 28 della legge finanziaria 1987, a progetti di “valorizzazione” elaborati dai Comuni ed eseguiti da operatori assunti ictu oculi dagli stessi sindaci. Fu così che in alcune regioni italiane fino a pochi anni fa, fra le tante categorie di precari c’erano ancora gli “articolisti”, mentre solo recentemente il ministero dei Beni culturali ha sdoganato i beni rinvenienti dall’esperimento ed il British Museum ha potuto allestire con essi una mostra su Pompei che è durata più di un anno.

Gianni De Michelis ebbe poi la ventura di vivere da ministro degli Esteri gli anni cruciali a cavallo fra anni ’80 ed anni ’90. In quella veste non si limitò ad interpretare il ruolo passivo tradizionalmente riservato alle potenze minori. Intuì anzi che, se non altro per la propria collocazione geografica, l’Italia poteva svolgere un ruolo attivo rispetto alla dissoluzione dell’impero sovietico ed alla stessa fine dell’Urss. Perciò, per esempio, dopo avere resistito finchè aveva potuto allo smembramento della Jugoslavia (contrastato in questo dalla Germania federale e dal Vaticano, preoccupato più del destino dei cattolici croati che dell’equilibrio della regione) concepì prima la Conferenza pentagonale (Italia, Austria, Ungheria, Slovenia e Cecoslovacchia), e poi la regione euro-adriatica. A Maastricht cercò anche di sostenere Gorbaciov nel suo percorso di fuoruscita graduale dal comunismo: ma anche in quel caso dovette subire le scelte diverse di Reagan e di Kohl (col supporto di Mitterrand).

Apparentemente l’unica intuizione che poi ebbe un seguito coerente fu quella relativa al taglio della scala mobile: ma in quel caso si trattò di eterogenesi dei fini. Con l’avallo di Craxi aveva portato avanti la trattativa con Cgil, Cisl e Uil fino all’inverosimile, perché entrambi pensavano (forse velleitariamente) che coinvolgere la Cgil nell’accordo avrebbe consentito di riaprire in qualche modo il dialogo a sinistra: fu l’ostinazione di Berlinguer, alla fine, a costringere il governo a decidere (ed a tagliare drasticamente l’inflazione). Anche in quel caso, tuttavia, si dovette misurare con le resistenze dell’establishment, tutt’altro che incline a sfidare il Pci.

La vicenda politica di Gianni De Michelis, quindi, testimonia delle difficoltà che hanno incontrato i tentativi di modernizzare un paese in cui il blocco sociale conservatore era ed è rimasto ben solido. Per il resto, posso dire solo che ero suo amico da più di cinquant’anni, e che non mi ha mai invitato ad andare in discoteca né mi ha presentato signore di piccola virtù. Con la speranza che almeno adesso Gianni venga ricordato per le sue intuizioni e non per le chiacchiere da osteria che lo hanno perseguitato.

De Michelis. Perché il riformismo è rimasto minoritario ultima modifica: 2019-05-11T19:11:23+02:00 da Luigi Covatta

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento