La Serenissima torna alla Biennale

Riapre completamente rinnovato il Padiglione Venezia dei Giardini, con una mostra vasta, intelligente e variegata che penetra a fondo nell’anima della città.
scritto da ENNIO POUCHARD

Ai Giardini della Biennale c’è un unico padiglione non rapportato in alcun modo, nei programmi e nell’organizzazione, con gli altri: ben visibile, in alto, porta il nome prestigioso della Serenissima.

Costruito nel 1932 su progetto dell’architetto veneziano Brenno Del Giudice, il Padiglione Venezia era stato ideato con il fine di testimoniare, attraverso iniziative studiate accortamente, l’inventiva e la produttività locali, ma, nei miei ricordi, quasi mai ha superato il livello della rassegna commerciale.

Il Padiglione rinnovato

Ha perciò un quid di eccezionale novità che quest’anno si presenti con una mostra vasta, intelligente, variegata, che già nel programma penetra a fondo in quell’insieme mitologico, storico, poetico, artistico e multi-culturale che costituisce l’anima della città.

Curatrice dell’evento è Giovanna Zabotti, storica dell’arte veneziana, co-fondatrice nel 2005 di Fondaco Italia, di cui oggi è art airector e vicepresidente. Tra i più recenti progetti da lei ideati e coordinati ricordiamo Up! Marghera on stage al Padiglione Venezia, per la Biennale Architettura del 2016 e, in concomitanza con la Biennale Arte del 2018, La Passione e la Visione alla Fondazione Bevilacqua La Masa, che portava in luce la figura di Riccardo Selvatico, ideatore nel 1895 della Biennale di Venezia.

Al suo fianco il commissario Maurizio Carlin, i due direttori artistici, Alessandro Gallo e Stelios Kois, un nutrito comitato scientifico e operativo (Matteo Ballarin, Nicola Ferrari, Francesca Giorgi Pierfranceschi, Cristiano Grisogoni, Lorenzo Poggiali, Tonino Zera), per la regia organizzativa di Fondaco Italia e l’adesione di due partner istituzionali, la Fondazione Musei Civici di Venezia e l’ente VeLa, e il sostegno di sponsor finanziatori di un budget di notevole entità.

Giovanna Zabotti con la sua squadra

Il criterio di Bodies in Alliance del progetto indica un’identità comune non solo per caratteristiche etniche ma anche per una condivisione di esperienze tangibili, concretizzate nel Padiglione portando il visitatore all’interno di una struttura che rappresenta la città, le cui componenti sono state connotate dai singoli artisti in modo da determinare la compartecipazione fisica del visitatore negli spazi disponibili.

Il gruppo Plastique Fantastique – fondato nel 1999 a Berlino e diretto dall’architetto italiano Marco Canevacci assieme alla sudcoreana Yena Young, e specializzato nel creare ambienti temporanei vivibili con plastica riciclata – ha creato una struttura gonfiabile che come un tunnel percorre in lunghezza l’intera galleria, completamente allagata, determinando uno spazio irreale che il visitatore attraversa camminando su una superficie che è un cuscinetto d’acqua. È evidente la similitudine con i canali e le nebbie veneziane. La fiancheggiano tredici “bricole” di marmo scolpite dallo scultore cuneese Fabio Viale, visibili dall’esterno e percepibili tattilmente dall’interno, che hanno la funzione di tenerla staccata dalle pareti dell’edificio, così come nella realtà le “bricole” segnalano ai mezzi di trasporto la rotta da tenere e gli approdi.

Venezia è in particolare meta turistica e Mirko Borsche, graphic designer tedesco, è autore di un simbolico filo diretto tra il Padiglione e le parti della città così connotate, con richiami di varia natura, dall’abbigliamento agli oggetti d’uso dei visitatori temporanei.

Interno del Padiglione Venezia con le briccole di marmo pronte per l’installazione (Foto Ennio Pouchard) e uno schizzo progettuale

La sensazione che i visitatori provano nel percorrerne l’interno è di camminare sull’acqua, perché il tessuto del morbidissimo cuscinetto che la isola permette una percezione reale senza che ci si bagnino i piedi. E nel breve cammino si respira un’essenza che sa di salmastro, opera invisibile di Lorenzo Dante Ferro, maestro profumiere italo-svizzero, mentre dal sottofondo arriva l’acquoso mormorio musicale composto dal musicista greco George Koumentakis.
Il bello di questa multimedialità, per me, è che si esprime in un’innegabile e gradevole parlata veneziana.

L’interno della struttura; a sinistra e a destra si distinguono le briccole che ne guidano il percorso; da notare l’impressione visiva dell’acqua che traspare oltre il tessuto (foto Ennio Pouchard)

Fin qui sono stati citati cinque degli artisti che hanno affiancato la fantasia inventiva di Giovanna Zabotti; nelle sale terminali del padiglione ci sono gli altri due: il frate francescano Sidival Fila (primo ecclesiastico presente in una Biennale), arrivato dal Brasile a Roma nel 1985, e il cineasta turco-italiano Ferzan Özpetek.

Sidival Fila ha alle spalle un passato romanzesco. Arrivato nel 1985 a Roma, ventitreenne e senza ambizioni artistiche o stimoli religiosi, ma con l’ambizione di andare subito a Parigi, città dell’arte più avanzata, non se ne è più mosso. Nel 1990, anzi, era già conventuale. All’arte è giunto nel 2005, scoprendo autori come van Gogh, Fontana, Pollock; e non l’ha mai praticata con i mezzi tradizionali, bensì inventando tecniche originali, fatte di cucito, colle, tele cerate e plasmate anche fino a renderle scultoree. Le espone in gallerie estere, che le vendono a somme ragguardevoli, versandole al suo convento romano sul Palatino, da dove defluiscono in forma di tasse pagate, spese di gestione e contributi a enti assistenziali.

L’ambiente del Padiglione Venezia in cui espone un’unica grande installazione ha un terrapieno praticabile che s’incunea nella metà ricolma d’acqua. L’opera, che copre per intero la parete emergente dalla vasca, consta di un insieme di pannelli incolori intarsiati con ricami floreali o astratti che richiamano temi religiosi. In posizione centrale c’è un crocifisso, visto dal frate – parole sue – non come un Cristo cattolico, bensì quale “rappresentazione plastica di un evento storico dato per certo dalla comunità scientifica”. Cioè niente elementi “liturgici” che, rimandando a un culto specifico o a una chiesa, tendano a far venir meno il senso cosmopolita della Biennale: è la rappresentazione di un uomo morto per amore, assurto a simbolo della non violenza e capace di guidare il genere umano verso un universale anche non riducibile o riconducibile alla chiesa cattolica. Un pannello di finissima elaborazione floreale sta sulla parete di fronte, accrescendo l’aura mistico-poetica che aleggia tutt’attorno.

Installazione di Sidival Fila (foto Elsa Dezuanni)

Con il filmato Venetika, infine, Ferzan Özpetek ha dato il volo a una visione onirica dell’essenza più vera di Venezia, affidandone l’interpretazione all’attrice slovacco-italiana Kascia Smutniak, che lui chiama “la mia musa”; e che si distingue per una capacità fuori norma di lunghe immersioni, mentre la superficie ondulata oltre la quale traspare il suo viso riflette particolari architettonici della città, illustri richiami della sua storia gloriosa.

Kascia Smutniak
La Serenissima torna alla Biennale ultima modifica: 2019-05-15T17:49:15+01:00 da ENNIO POUCHARD

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