Walter Fano. La bussola dell’istinto

È impossibile conoscere la realtà per quello che oggettivamente è. Inevitabilmente questo principio si applica sulla rappresentazione artistica del mondo e della realtà che ci circonda. Io dipingo, rappresento o fotografo con il filtro della mia percezione della realtà.
scritto da JOANN LOCKTOV

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La tua fotografia in “Dream of Venice in Black and White” riflette una prospettiva che si scorge spesso nel tuo lavoro: solo il tronco di una figura a metà, in piedi, e inghiottita dal suolo. Puoi dirci com’è nato questo punto di vista e cosa vuol dimostrare?
Io credo dipenda dalla mia visione filosofica generale dell’esistenza. Per me tutto esiste e niente esiste allo stesso tempo. I modi che usiamo per dimostrare che qualcosa è vero o no, sono intrinsecamente legati a quello che noi consideriamo reale, ma la nostra realtà è sempre oggettiva. Heisenberg diceva che nel momento in cui misuriamo qualcosa, lo modifichiamo; e questo “modificare” si applica anche a livello psicologico nel momento in cui, quando valutiamo qualcosa o qualcuno, usiamo necessariamente il nostro filtro percettivo: “osservare significa modificare”. Pertanto è impossibile conoscere la realtà per quello che oggettivamente è.
Inevitabilmente questo principio (e forse ancor di più) si applica sulla rappresentazione artistica del mondo e della realtà che ci circonda. Io dipingo, rappresento o fotografo con il filtro della mia percezione della realtà. 


Nel mio caso le figure umane sono spesso rappresentate tagliate o nebulose o inclinate (apparentemente contro le leggi fisiche) perché per me l’aspetto fisico (nel senso di “fisica” in quanto scienza) è solo una parte (e forse neanche la più importante) dell’esistenza di un essere umano. C’è poi tutta una parte nascosta (a volta nascosta anche al soggetto stesso) che non è rappresentabile in una immagine visiva, ma che è altrettanto vera perché ne vediamo le conseguenze. Il solo aspetto fisico non sarebbe sufficiente per spiegare quello che gli esseri umani fanno, dicono, sentono e percepiscono (Nietzsche diceva che le vere ragioni per quello che facciamo sono oscure anche a noi stessi; se davvero noi dovessimo agire solo in base a quanto i nostri sensi sono in grado di percepire, non muoveremmo un dito). Un po’ come la “materia oscura” dell’universo: sappiamo che esiste perché ne vediamo le conseguenze, ma non ne sappiamo niente… Ecco, io cerco di rappresentare la “materia oscura” delle nostre piccole esistenze umane.

Vera da pozzo a Venezia

Nella fotografia sia di persone che di dettagli architettonici, c’è una qualità frammentata che crea come un’astrazione, quasi come se volessi sfidare l’osservatore nel comprendere cosa sta guardando. In queste immagini mi sembra di avere il bisogno di terminare la storia che tu hai cominciato. Come definisci i frammenti che ispireranno il resto della storia?
In parte la risposta è già nella mia spiegazione precedente: “cerco di vedere oltre il visibile”, ma devo aggiungere che quasi mai la scelta dell’inquadratura è ragionata. Il più delle volte è istintiva. Certo l’istinto è in parte addomesticato dal pensiero. Non si cancellano anni di studio e di ragionamento. Ma ormai fanno così profondamente parte di me che non ho bisogno di esprimere un pensiero cosciente prima di catturare un’immagine. Al punto che, molto spesso, nel momento in cui sto scattando una foto, non so nemmeno io esattamente cosa sto cercando, è qualcosa che sento di dover fare, e di doverlo fare in quel preciso modo, e poi in seguito, quando riguardo la foto, ne capisco le ragioni. Per intenderci: esistono fotografi che di fronte a qualcosa che ritengono interessante da fotografare, scattano più fotografie delle stesso soggetto, a volte anche decine di scatti; e ci sono fotografi, come me, che sono il classico “one shot man”: una sola foto. Rarissimamente io scatto più di una singola foto per soggetto o situazione. Perché quella storia, nel mio occhio, va raccontata così, in quel modo, e se non ci riesco, non ha senso scattare altre foto, ormai l’intento istintuale iniziale è svanito ed è entrata in gioco la ragione, che inevitabilmente inquinerà l’immagine. 

Oltre a fotografia hai anche studiato regia. Il tuo corto “Venezia altrimenti” è impresso nella memoria. Qual è il vero sogno che rappresenta?
Il cortometraggio in questione gioca con il paradosso del sogno che vorrebbe trascendere il reale ma che inevitabilmente è fatto con la materia della nostra memoria. Per cui, alla fine, il sogno “più vero” è quello della nostra infanzia. Da bambini, e solo da bambini, i nostri sogni non sono contaminati da fattori culturali, sociali ed economici (come avviene invece da adulti…). Nel video i due bambini proiettano una storia su un inesistente schermo (per noi adulti) dove si racconta una storia di una persona adulta che si è “persa” (metafora della cartina di Venezia incomprensibile) o meglio che ha perso se stessa, le sue radici (simboleggiate dal granchio), e si ritroverà solo nella memoria della sua infanzia (la stessa palla con cui stavano giocando i bambini). Venezia in tutto questo è uno sfondo perfetto: una città al contempo sognata e sognante, fatta di memoria del passato ma anche di vivo presente, una città, tra l’altro, perfetta dove essere bambini. 

Hai vissuto a Venezia per otto anni e ora ti sei trasferito nelle Filippine. Il cambiamento nel tuo lavoro fotografico è stato enorme. Dal quasi esclusivamente bianco e nero di Venezia le tue fotografie sono ora una esplosione di colori. I ritratti dei bimbi sono in special modo avvincenti: i frammenti sono spariti per indagare visi splendidi. Puoi spiegare cosa ha ispirato questo cambiamento?
È vero, e questo è chiaramente il riflesso di una trasformazione interiore. Non ha senso viaggiare se non ci si apre al cambiamento. Non esiste un nostro “io” preciso, ma solo un assembramento (per lo più disordinato) di pensieri, emozioni, sentimenti, esperienze che in qualche modo trasformiamo in caratteristiche psicologiche (piuttosto casuali,) nelle quali poi ci riconosciamo e ci identifichiamo, dimenticandoci che, in fondo, siamo solo un frutto casuale e che avremmo potuto essere qualsiasi altra cosa, e invece ci aggrappiamo disperatamente a quell’idea che ci siamo fatti di noi stessi impedendoci di cambiare, di imparare, di provare sensazioni nuove e di vedere e misurare il mondo e la realtà in modo diverso. Per questo, nel limite di quanto mi è possibile, quando viaggio cerco invece di dimenticarmi di me stesso, di lasciarmi influenzare da quello che mi circonda, di comprendere il modo di pensare e di percepire la realtà delle persone intorno a me. E alla fine, inevitabilmente, anche il mio modo di fotografare cambia. Quello che appare nelle mie fotografie delle Filippine, è espressione di quello che questo popolo mi sta dando.

Hai accennato alla storia buddista di Eiyaku e Einen come il miglior riflesso della tua filosofia. Puoi spiegarti? E puoi dirci in che modo questa storia parla al tuo spirito artistico?
Io non ho una considerazione pregiudizievole di me stesso o degli altri. Ritenersi qualcosa o qualcuno è solo un’illusione, così come lo è qualunque valutazione etica o morale delle nostre azioni e del mondo.

Il mondo è costituito di fatti, e i fatti accadono e si manifestano in quegli altri fatti che sono le nostre proposizioni significanti. Così i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo oggettivo, e i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, cioè di tutto quello che io posso capire, pensare ed esprimere. 

I fatti costituiscono il come del mondo, non la sua essenza, il suo valore, il suo perché. E quanto al valore, che è un dover essere, non è mai un fatto, e se è un fatto cessa di essere valore, così che nel mondo non c’è alcun valore oggettivo, e se ci fosse non avrebbe valore. 

Non ci possono quindi neppure essere proposizioni di etica, l’etica è inesprimibile poiché non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali di fenomeni. 

Né si può parlare della morte: non si può vivere la morte. 

Pertanto tutti i problemi relativi al mondo, alla vita, alla morte e ai fini umani non si possono porre neppure, non possono trovare risposte perché non sono domande. Insomma, l’unica cosa sensata che ci resta da fare è nutrirci di emozioni e sensazioni (pur consapevoli che sono illusorie pur esse) e rielaborarle in energia vitale, cioè in arte. 

Vera da pozzo a Venezia

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Dream of Venice in Black and White

JoAnn Locktov 

Manuela Cattaneo della Volta (translation)


Walter Fano. La bussola dell’istinto ultima modifica: 2019-05-15T15:34:00+01:00 da JOANN LOCKTOV

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