Andare a remi. Per salvare la città e la laguna

La voga alla veneta conosce un periodo di successo, grazie anche all'impegno intenso delle società remiere. Ed è importante la loro presenza, la loro attività, in un contesto nel quale i natanti a motore la fanno sempre più da padroni, con conseguenze pericolose per il delicato equilibrio ambientale.
scritto da ytali

Andare a remi, a Venezia, è un piacere. Uno sport. Un buon esercizio fisico. Un’attività che chiunque può praticare. Ma è soprattutto l’unico modo per capire davvero la città e il suo intimo rapporto con la laguna. Per gustare le bellezze dell’una e dell’altra, con la lentezza e gli sguardi che solo una barca a remi può regalare. Ed è anche l’unico modo per avvertire le minacce che incombono sulla tenuta di un ambiente vulnerabile, com’è Venezia, com’è la sua laguna.

Solo andando in barca, a remi ma anche a vela, dov’è possibile, capisci a che punto è arrivata la prepotente invadenza dei natanti a motori – senza parlare delle navi da crociera – e quanto essa alteri in profondità e in misura crescente l’equilibrio lagunare e cittadino.

Basta percorrere a remi, se se ne ha l’audacia, il canale della Giudecca, dove le correnti e il moto ondoso sono così permanentemente forti da rendere molto pericolosa la voga – e quindi impedirne la pratica – ma perfino la vela.

Lo stesso accade nello spazio d’acqua che fronteggia la terraferma, dove un incessante via vai di motoscafi con ipermotori e barconi da trasporto, i topi, alzano onde che ormai sembra mare aperto.

Se in tante parti della città e della laguna non si può più andare a remi, o è diventata attività rischiosa, è un segnale di grande allarme.

Il traffico acqueo senza controlli provoca un moto ondoso sostenuto e continuato senza neppure il limite per i natanti a motore di dover rallentare in presenza di barche a remi. Barche a remi costrette a farsi da parte lasciando campo libero ai bulli del motore. Un circolo vizioso che logora rive e sponde, bricole e fondamenta, ora dopo ora, giorno dopo giorno, divorando le basi stesse su cui poggia la città. Di questo passo il fenomeno diventa irreversibile.

Sostenere la voga alla veneta, far sì che la pratica sia diffusa tra i giovani, fare in modo che le remiere siano considerate un bene costitutivo della città, dovrebbero essere obiettivi in cima alle intenzioni e ai programmi di chiunque abbia a cuore le sorti di Venezia. Amministratori, politici, associazioni, amici ed estimatori di Venezia. 

Le società remiere sono comunità di grande vitalità.

Con il fotografo e videomaker Andrea Merola, abbiamo recentemente visitato la più importante, in termini di membri: San Giobbe. In realtà si tratta di un’associazione di otto remiere (Associazione remiere Punta San Giobbe) che pur mantenendo un sano spirito di competizione, coabitano ognuna autonomamente, con le proprie barche, e collaborano proficuamente.

Ospitate nel capannone dell’ex-Ciga a Sant’Alvise, tengono anche scuola di voga per principianti e scuola agonistica. Organizzano regate sociali e intersociali e gite sociali.

Sono la Canottieri Cannaregio, San Polo dei Nomboli, Serenissima, Tre Archi, Settemari, Gruppo sportivo artigiani, San Giacomo, Ponte dei Sartori. L’attuale presidente è Giorgio Nardo, che abbiamo brevemente intervistato. 

Erica De Rosa e Gianni Costantini, del Gruppo Tre Archi, ci hanno gentilmente guidato in questa visita.

LA VOGA ALLA VENETA

La voga alla veneta ha origini antiche. Legate alla particolare condizione idrogeologica della laguna. Questo tipo di vogata non è praticata altrove, se non da appassionati, un po’ in tutto il mondo, un tempo rari e oggi tanti, che si rifanno dichiaratamente a questa tradizione veneziana.
La caratteristica principale consiste nel vogare in piedi, in modo da muoversi agilmente nell’intrico di canali, palùi e barene della laguna veneta e nei rii della città, vedendo chiaramente dove c’è sufficiente fondale. Una tecnica peraltro legata all’impiego di barche dal fondo piatto, senza chiglia, abbastanza leggere da essere condotte anche da un solo vogatore.
La voga “ala valesana”, cioè con i due remi incrociati, si praticava (e tuttora si pratica) nelle barene e nella valli da pesca, ma non era adatta agli stretti e trafficati canali di Venezia. Di qui lo sviluppo di una tecnica di voga a un solo remo per fare a meno anche del timone, facilitati in questo dalla realizzazione di barche dalla forma asimmetrica (questa forma è particolarmente evidente nelle gondole).


Il remo poggia su una forcola – vera e propria scultura di legno – che è uno scalmo aperto per facilitare le manovre e la conduzione, in assenza di timone, e per poter rapidamente estrarre il remo in caso di necessità.
La gondola, il sandolo, la mascareta, la caorlina, il pupparino, il gondolino, la veneta, la batela sono le barche più usate nella voga alla veneta: barche in legno e a fondo piatto. Più raramente si possono vedere spinte a remi anche la sampierota, il topo, il burcio e la peata, barche di considerevoli dimensioni.


A bordo, a seconda della barca, possono esserci da un solo vogatore a una dozzina. I ruoli chiave sono quelli del pope e del provier. Il primo voga a poppa con forcola sulla dritta, determina la rotta dell’imbarcazione e comanda l’equipaggio. Il secondo sta a prua, con la forcola sulla sinistra, imprime forza e determina la cadenza alla vogata che tutti i vogatori devono rispettare.
Si conta una trentina, fra grandi, piccole e piccolissime, di società remiere a Venezia e in terraferma.

Andare a remi. Per salvare la città e la laguna ultima modifica: 2019-05-16T13:28:30+02:00 da ytali

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