Se è Evo a calpestare i diritti degli indigeni

Per il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, il progetto di costruzione di una strada nella riserva naturale del Tipnis ha compromesso l’intero territorio indigeno. Un’onta per Morales che punta al quarto mandato.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Sarà pure una sentenza priva di effetti pratici e poco più di una raccomandazione, ma di certo non deve aver fatto piacere a Evo Morales quella che ieri gli è giunta dal Tribunale internazionale dei diritti della natura, i cui ventisette giudici appartenenti a vari paesi del mondo hanno accusato il suo governo di aver violato i diritti dei popoli indigeni del Tipnis, raccomandandogli di rimediare con dodici misure da prendere immediatamente.

Il Tribunale, del quale fa parte anche l’ex senatore italiano Francesco Martone, è nato dalla Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i Diritti della Madre Terra, ed è stato sostenuto con convinzione nel 2010 dallo stesso Evo Morales.

Con l’andar del tempo Evo ha cambiato parere, e in diverse occasioni ne ha persino ridimensionato il ruolo, a tal punto che ieri un deputato del Mas ha dichiarato al quotidiano boliviano La Razon che si tratta solo di “un enunciato, per nulla vincolante, buono solo per far fare titoli di giornale alla stampa”. 

Il momento della sentenza del Tribunale

In testa nei sondaggi col 33 per cento delle preferenze alle prossime elezioni presidenziali, seguito a distanza dall’ex presidente Carlos Mesa dato al 25 per cento, Evo, pur ridimensionato nel favore popolare, vede ancora a portata di mano la vittoria alle prossime elezioni che potrebbero incoronarlo presidente per la quarta volta e fino al 2025, anno in cui ricorre il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna. 

Il verdetto del Tribunale è giunto dopo diciotto mesi d’indagini che hanno portato i suoi membri a visitare il Paese a seguito della denuncia presentata in Germania nel 2017 dai dirigenti indigeni Fabián Gil e Marqueza Teco.

In essa i due accusavano il governo per il progetto di costruzione di una strada che avrebbe tagliato in due la riserva naturale boliviana del Tipnis, minacciata dalla colonizzazione e dall’intensa opera di deforestazione dovuta al commercio illegale di legname, oltre che all’attività vera e propria del governo di La Paz impegnato in un’attività di esplorazione e sfruttamento in campo petrolifero che ha compromesso il 35 per cento del territorio indigeno.

Nel riscontrare legami tra la produzione di foglia di coca, legale nel Paese, con le attività illegali del narcotraffico, il Tribunale ha inoltre denunciato la costruzione da parte del governo dei ponti di Isiboro, Ibuelo e Sazama dentro l’area del Tipnis, senza l’accordo delle popolazioni che nella zona abitano, come del resto è previsto dalla stessa legge boliviana.

Pablo Solón, presidente dell’omonima fondazione boliviana che studia il cambiamento climatico, ha commentato la sentenza dicendo che questa volta “non è l’imperialismo che ha emesso la sentenza, ma gli alleati del processo di cambiamento del presidente Evo Morales, che stanno tirando le orecchie al governo”.

Tanto più che

[…] la sentenza è stata firmata da personalità che lottano a livello mondiale per la difesa della natura, venuti in Bolivia nel 2010 al Vertice di Tiquipaya, quando Morales ha spinto per la creazione del tribunale internazionale.

La lotta contro i progetti di distruzione naturale che riguardano il Tipnis è cominciata anni addietro il 15 agosto del 2011, quando un migliaio d’indigeni intraprese una marcia dalla città di Trinidad alla volta di La Paz e venne fermato violentemente il 25 settembre dall’intervento della polizia boliviana a Chaparina.

La riserva del Tipnis

Fu quello uno dei peggiori momenti di crisi della carriera di Evo Morales, che si trovò a gestire il grave danno d’immagine che l’accaduto gli aveva arrecato.

Nonostante le indagini da allora avviate, le autorità di La Paz non sono ancora riuscite a fare chiarezza e soprattutto a individuare i responsabili degli scontri. Cosa puntualmente ricordata dal Tribunale ieri, che invita il governo a individuare e perseguire chi ha arrestato con la violenza gli indigeni in marcia contro la costruzione della strada. 

Ma tutto ciò non basta. Dopo i fatti di Chaparina, Evo Morales fu costretto a fare marcia indietro e a promulgare la legge 180 a protezione della riserva naturale, che escludeva la costruzione della progettata strada che unisce Villa Tunari a San Ignacio de Moxos, come qualsiasi altra via di comunicazione che passasse per il Tipnis.

Due anni fa, la legge pensata a tutela della riserva naturale è stata superata dalla legge 969, che ha annullato l’intangibilità della zona dando la stura a progetti di vario genere che mettono a rischio tutta l’area.

Tra l’altro, denuncia l’ex senatore di Rifondazione comunista Francesco Martone ora attivista ambientale e membro del Tribunale,

[…] il governo di Evo Morales ha fatto un contratto con l’impresa brasiliana Oas per la costruzione della strada […] senza mai giungere a uno studio di impatto ambientale.

Momenti delle manifestazione contro Evo Morales

A qualche mese dalle elezioni, Evo viene spinto a mettere fine a ogni costruzione e approvare una legge che protegga la riserva naturale impedendo la diffusione della colonizzazione, anche a costo dell’annullamento dei progetti petroliferi accarezzati da La Paz. La prima reazione da parte di un appartenente al Movimento al Socialismo che lo sostiene non sembrerebbe incoraggiante.

La stampa locale boliviana dà ampio risalto all’accaduto e la questione del Tipnis rientrerà nei temi della campagna. È presto per dire se assisteremo a un nuovo dietrofront da parte del primo presidente indigeno della Bolivia, una volta che abbia ben fiutato l’aria, e al suo accorrere disciplinato sotto il mantello della Pacha Mama

Se è Evo a calpestare i diritti degli indigeni ultima modifica: 2019-05-16T19:32:20+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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