L’unica strada, l’acqua

L’elemento in cui vive e che la circonda è una risorsa, non un ostacolo da superare il più velocemente possibile, è un elemento distintivo e non una maledizione divina, caratteristica di unicità da valorizzare senza l’ansia voler riproporre, pure qui, i modi di vivere di ogni altra città del mondo.
scritto da SAVERIO PASTOR

Siamo forse arrivati alla fine della parabola? Da un cinquantennio assistiamo al depauperamento sociale ed economico della nostra città, mentre il patrimonio immobiliare, pur salvato grazie alla Legge speciale per Venezia, cambia di destinazione d’uso con l’estromissione di residenti e di attività produttive. Scelte politiche scellerate e l’apatia e miopia di varie generazioni di politici hanno consentito, se non provocato, l’involuzione della nostra città da capitale politica ed economica, da centro europeo delle manifatture a paesotto di provincia che offre le stesse paccottiglie reperibili ovunque.

L’intuizione ci suggerisce, o meglio, ci spinge a chiedere a gran voce di invertire la china al precipizio limitando gli ingressi turistici e riportando residenti nella città storica: 75.000 abitanti potrebbero sopportare l’arrivo di turisti, ma con un limite numerico netto (quella capacità di carico definita da Paolo Costa, un trentennio fa, in 20.800 turisti giornalieri?). Esigiamo ora che si lavori con determinazione per riportare artigiani in città perché il lavoro artigiano deve tornare a qualificare la vita cittadina.

Vorrei però sottolineare un’opzione qualitativa che temo rischi di sfuggire; Venezia dovrebbe semplicemente accorgersi di quello che è: un miracolo architettonico, urbanistico e sociale, in mezzo a un ambiente unico e spettacolare. Venezia deve ricominciare a considerare l’acqua come risorsa e non come ostacolo da superare il più velocemente possibile, come elemento distintivo e non come maledizione divina, come caratteristica di unicità da valorizzare invece di voler riproporre, pure qui, i modi di vivere di ogni altra città del mondo.

Venezia – i veneziani e i loro rappresentanti – deve rendersi maggiormente consapevole di essere la capitale di un’irrinunciabile civiltà delle acque, di essere una città anfibia e che questo non può che costituire il suo futuro: deve quindi porre un’attenzione particolare alla sua storia e all’acqua. 

Si potrebbe partire da un Arsenale riqualificato: centro di archeologia e di museologia navale e luogo della cantieristica tradizionale veneziana, riaprendolo realmente alla città, rendendolo raggiungibile sia da terra che dall’acqua. Si potrebbe auspicare una cooperazione virtuosa tra Soprintendenze e Magistrato alle acque (quello che fu) in modo da proteggere realmente la città e il suo ambiente, mettendo in atto buone pratiche che siano d’esempio ed esportabili in contesti simili al nostro. Un ripensamento delle concessioni di spazi acquei con priorità assoluta e agevolazioni per gli ormeggi di barche tradizionali e in legno potrebbe portare grandissimo vantaggio per quello che non è semplice arredo urbano ma vita quotidiana in una città d’acqua con una gran storia, vantaggi per la cantieristica e per il decoro.

Sarà necessario ridurre quanto prima drasticamente il moto ondoso in modo da rendere sostenibile il traffico acqueo, coinvolgendo taxisti e trasportatori in una vera rivoluzione culturale, nel nome del massimo rispetto delle acque cittadine e lagunari e verso una mobilità più lenta ma resa più razionale da un centro scambiatore e da scafi anti-onda. Si impone una priorità politica di Regione, Comune e Camera di Commercio rivolta ad una mobilità sostenibile e all’acquisto e alla manutenzione delle barche tradizionali. Così come la riproposizione del vero trasporto tipico veneziano, con la ripresa dei “traghetti da parada”, dell’attraversamento del Canal Grande a remi, prevedendo un ruolo attivo, da protagonisti, dei gondolieri.

Andrebbe insomma decisamente sostenuta la cantieristica tradizionale e tutto l’indotto, così come la pesca tradizionale, quali irrinunciabili realtà economiche.

Molto ci sarebbe da fare per ostacolare il dissolversi della Voga come patrimonio culturale più che millenario, elemento primigenio da favorire sopra ogni cosa, eventualmente chiedendone l’inserimento nella “Lista del Patrimonio Immateriale che necessita di urgente tutela” prevista dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (UNESCO 2003). Sarà quindi auspicabile una ripresa delle attività legate alla voga per i giovani, a partire dalla formazione nelle scuole, coinvolgendo maggiormente Provveditorato agli Studi e Università, perché la nostra storia e la nostra cultura partono dal remo. Bisognerebbe valorizzare la voga come sport regionale e i regatanti come paladini del vero sport dei Veneziani, e proporre il lancio di scuole di vela, al terzo ma non solo, per rilanciare attività nautiche che dovrebbero esser prioritarie per l’educazione a una navigazione lagunare sostenibile. Molte sarebbero le iniziative per un maggior coinvolgimento dei cittadini verso le arti del remo, con una nuova gestione delle remiere che le renda responsabili della voga in sestieri e isole, perché la socialità di Venezia passa anche per questi aspetti. Non possiamo poi ignorare l’attenzione internazionale per Venezia e la sua laguna ripensando esperienze come la Vogalonga, la Velalonga, il Velaraid e altri appuntamenti nautici.

Saverio Pastor intento alla lavorazione dei remi. Foto di Maurizio Rossi, detto Sustin, fotografo buranello

Solo riproponendo la nostra unicità come città d’acqua abbiamo una speranza di poter continuare a vivere in una Venezia che abbia i connotati di una vera e moderna città. Rilanciando questi aspetti del vivere veneziano si potrà recuperare quell’alta ed esclusiva qualità della vita che rendeva l’abitare a Venezia un sogno per chiunque. 

Vien da pensare che questa specificità debba essere amministrata con una gestione particolare, con un ordinamento specifico e diverso, uno statuto speciale che difficilmente verrà riconosciuto se all’interno del territorio si trovano realtà “non anfibie” quali Mestre e Zelarino. Certo, ci vuole la consapevolezza e l’impegno di tutti per affrontare scelte che possono sembrare difficili, ma solo con la collaborazione tra cittadini ed Istituzioni, Comune e Regione, Provveditorato e Università, categorie e sindacati, Biennale e Comitati privati, Soprintendenze e Magistrature riusciremo a ritrovare quella pax in aqua necessaria a garantire un futuro a Venezia e solo così sapremo dove Venezia potrà andare.

Testo redatto in occasione dell’incontro SAPPIAMO DOVE VA VENEZIA?
organizzato da Confartigianato, Ateneo Veneto, Venezia, 15 febbraio 2019

La foto d’apertura è di Andrea Merola.
Le altre foto non attribuite nella didascalia sono tratte dal sito Le fórcole di Saverio Pastor

L’unica strada, l’acqua ultima modifica: 2019-05-17T17:10:44+01:00 da SAVERIO PASTOR

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1 commento

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Richard Winckler 20 Maggio 2019 a 9:09

In gran parte grazie a Saverio, si sono organizzati in molte città europee, e anche in America, conottieri alla veneta. Da più di trent’anni siamo una ventina che veniamo a Venezia da Parigi con una vera passione per la Serenissima. E non siamo turisti “consumatori”, ma abbiamo l’ambizione di essere protagonisti di un modo de vivere. L’immagine di Venezia che diffondiamo non é certo quella di un “Disneyland”, ma di una capitale culturistica.
Grazie Saverio per questo bel articolo, e per la tua amicizia. R Winckler, Vogaveneta Paris

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