Russia. Allarme povertà in un Paese di ricchezze

L’ottanta per cento delle famiglie fatica a sbarcare il lunario. Il tre per cento dei russi detiene l’89 per cento degli asset finanziari, mentre si calcola che il patrimonio di meno di cento miliardari superi i risparmi bancari dell’intera popolazione. Uno scenario preoccupante che il Cremlino non riesce del tutto a comprendere
scritto da ANNALISA BOTTANI
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Perché le scarpe? Perché un terzo? Da dove arrivano questi dati? 

Questa è stata la reazione del portavoce del presidente Putin, Dmitry Peskov, alla pubblicazione ad aprile di un report del Russian Federal State Statistics Service – Rosstat sulla condizione delle famiglie russe.  Secondo lo studio, l’ottanta per cento delle famiglie fatica a sbarcare il lunario. Circa un terzo degli intervistati ha dichiarato di non potersi permettere due paia di scarpe l’anno, per persona, tenendo conto – sottolinea la giornalista della BBC Sarah Rainsford – che le scarpe di Peskov costano almeno il doppio del salario minimo mensile. I dati rilevati a settembre del 2018 su un campione di sessantamila famiglie mostrano uno scenario preoccupante che il Cremlino non riesce del tutto a comprendere. 

Circa il 52,9 per cento delle famiglie non è in grado di affrontare spese impreviste, incluse quelle sanitarie o domestiche. Una condizione che nel 2016 riguardava solo il 44,2 per cento. Il 10,1 per cento non può permettersi di mangiare la carne o il pesce ogni due giorni, l’undici per cento non può acquistare i farmaci necessari e il 49,1 per cento non può concedersi una settimana di vacanza l’anno. 

Secondo quanto riportato da Radio Free Europe/Radio Liberty, anche i dati riportati da uno studio pubblicato il 21 novembre dalla Russian Presidential Academy of the National Economy and Public Administration confermano questo scenario, rilevando che un quinto della popolazione vive in condizioni di povertà. Ma gli analisti si sono spinti oltre, analizzando un concetto – quello di povertà – alquanto complesso, grazie alla suddivisione delle diverse soglie in cluster specifici. 

Il 22 per cento, ad esempio, rientra nella “poverty zone”, ossia quella condizione in cui non è possibile avere nulla se non i beni di prima necessità. Il 36 per cento, invece, appartiene alla “consumer risk zone”, che include famiglie dal reddito ridotto (se non nullo) che consente loro di comprare solo cibo e qualche vestito, rendendo l’acquisto di beni durevoli estremamente difficoltoso. Per questa categoria – escluso un campione del quattordici per cento che rientra nella “zone of possible changes” – non sono previsti miglioramenti economici nel breve periodo. Resta poi un 28 per cento di popolazione che rientra nella “comfort zone”. 

I criteri adottati dall’Accademia, fondata nel 2010 a seguito dell’emanazione di un decreto presidenziale, sembrano essere differenti da quelli utilizzati dal governo per calcolare il tasso di povertà. Secondo la World Bank e Rosstat, questo tasso nel 2017 era pari al 13,2 per cento. Uno scenario basato sui dati dello Statistics Service che indicava in 19,3 milioni i residenti russi, compresi quelli della Crimea, sotto il livello medio di sussistenza, pari a circa 149 dollari. 

Comparando i salari medi russi del 2018 e del 2008, si notano alcune discrepanze significative. Nel 2018 l’importo era pari a circa 630 dollari, mentre nel 2008 era di 695 dollari, calcolati in base al potere d’acquisto del periodo di riferimento.  

Nel 2018, all’inizio del suo quarto mandato, Putin aveva individuato alcuni target ambiziosi per dimezzare, entro il 2024, il tasso di povertà. Nel decreto, emanato dopo la cerimonia di insediamento, si prevedeva anche di migliorare le condizioni abitative di cinque milioni di famiglie l’anno, elevando a 78 anni l’aspettativa di vita e includendo l’economia russa tra le prime cinque al mondo per prodotto interno lordo. 

In alcune aree del Paese la vita può essere ancora più difficile. Sarah Rainsford, in un reportage per la BBC di fine dicembre 2018, ha raccontato le condizioni di alcuni dei sobborghi più poveri di Irkutsk, in Siberia. Mentre tutti parlano di un tredici per cento di russi in condizioni di povertà, a Irkutsk s’arriva al venti per cento, a fronte di un dato reale, sempre secondo la giornalista, del ventidue per cento (fonte: Ranepa Institute). In alcune aree i proprietari delle case hanno installato servizi igienici all’aperto, “the toilet of shame”, bloccando quelli delle case degli inquilini che non riescono a pagare le spese.

La latrina della vergogna in un tweet di Sarah Rainsford

Dalle testimonianze raccolte emergono alcuni elementi fissi: il basso livello dei salari, l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, il rincaro della benzina, l’IVA al venti per cento, la riforma delle pensioni, l’incapacità dei leader di ascoltare.

Questa non è l’Europa – afferma uno degli intervistati, un autista di 56 anni. – I pensionati non possono rilassarsi. Devono continuare a lavorare per sopravvivere.

E l’emergenza alcol non aiuta, come dimostra la morte di 78 persone avvenuta in questa città nel 2016 per avvelenamento da metanolo. Critici sono anche i Giovani comunisti che contestano la scelta del governo di spendere risorse per le campagne militari in Siria e Ucraina, anziché per le riforme sociali.

A noi non piace il governo – dice uno dei giovani di 21 anni intervistati. – Dobbiamo cambiare il nostro presidente e i suoi amici.

Questa è solo una delle tante situazioni al limite con cui devono convivere i cittadini russi di oggi. E, dinnanzi alle emergenze, l’opposizione cerca di capire anche lo stato di attuazione proprio di quelle riforme pensate per risolvere queste problematiche. 

A gennaio di quest’anno Navalny, secondo quanto riportato da Meduza, ha istituito un sindacato finalizzato a verificare lo stato di avanzamento degli ordini esecutivi firmati da Putin a maggio del 2012 e le responsabilità dei funzionari pubblici incaricati di darvi seguito. Secondo il decreto presidenziale, giudicato da alcuni analisti già al tempo “irrealistico”, gli insegnanti delle scuole materne, le infermiere, i tecnici ospedalieri impiegati in laboratorio avrebbero dovuto ricevere salari medi pari al cento per cento del reddito medio della regione di appartenenza, mentre i salari di dottori, insegnanti delle scuole superiori e ricercatori avrebbero dovuto raggiungere la media del duecento per cento. In realtà queste categorie, secondo i primi rilievi, vivono ancora al di sotto della media, in misura rilevante.

Qual è l’obiettivo di Navalny? Condividere i dati relativi ai propri salari con il sindacato per presentare reclami ufficiali ai governatori che non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi previsti. Per fare questo dottori, insegnanti, operatori culturali devono solo verificare sul sito del sindacato se il loro salario è in linea con quanto promesso. Con questa operazione Navalny pone l’attenzione su alcune criticità – sanità e salari ridotti – che non riguardano solo i funzionari pubblici, ma anche il resto del Paese.

Secondo il governo, i risultati sono stati già raggiunti a causa del metodo di calcolo utilizzato: gli ordini esecutivi riguardano i redditi medi, definiti in base alla regione e all’ente di riferimento, ma non quelli individuali. Un metodo che nel 2015 il governo ha deciso di cambiare utilizzando alcuni espedienti per ridurre la media regionale, senza risolvere il problema. 

Il divario è molto ampio non solo tra regioni, ma anche tra diverse strutture (ospedali, scuole etc.). Le istituzioni federali sembrano disporre in media di molte risorse, mentre nelle città e nei villaggi ospedali, biblioteche, scuole dispongono di risorse ben sotto la media. Ma queste problematiche hanno radici più profonde: il Governo non dispone, dopo la crisi finanziaria del 2014, del denaro necessario e dopo le elezioni del 2018 le risorse sono state spese proprio per garantire incentivi e bonus ad alcuni funzionari pubblici (operatori culturali e del settore sanitario) che hanno visto aumenti di stipendio del 27-28 per cento circa, mentre 5,1 miliardi di dollari sono stati utilizzati per aumentare i salari del settore sanitario. 

Il flusso di denaro non viene erogato una tantum, ma in modo continuativo. Si tratta di fondi che il governo continua a stanziare, ma che non sono, comunque, sufficienti a garantire l’aumento dei salari a livello locale. Secondo il ministro delle finanze Siluanov, lo Stato non è in grado di distribuire le risorse federali agli enti delle municipalità. In sintesi, dunque, il decreto del 2012 ha avuto un impatto negativo sui servizi del Paese. Mentre i salari crescono (non certo secondo quanto previsto), la produttività del lavoro dei funzionari è ferma. E molti dottori e operatori sanitari stanno abbandonando il settore pubblico per trasferirsi nel settore privato. Sono in molti a pensare che questo genere di riforme debba essere posticipato, almeno dopo la ripresa economica.

Nel 2016 l’ex ministro delle finanze Kudrin aveva proposto di collegare i salari all’inflazione per evitare di tagliare i fondi da destinare alle attrezzature mediche e alla manutenzione delle scuole. Insomma, è possibile che l’aumento dei salari del 2018 possa danneggiare l’implementazione degli ordini esecutivi di maggio 2012. Sarebbe necessario, considerato lo stato attuale dell’economia russa, cercare di riformare il sistema, collegando i salari ad indicatori obiettivi di performance, non al parere dei supervisori. 

Ma non tutti si trovano a combattere ogni giorno con la povertà. 

Secondo uno studio della Higher School of Economics e della VEB Bank (a controllo statale), nel 2018 il tre per cento dei russi deteneva l’89 per cento degli asset finanziari, mentre Forbes ha calcolato che il patrimonio di meno di cento miliardari russi supera i risparmi bancari dell’intera popolazione. Sempre secondo Forbes e come riportato dall’agenzia TASS, al primo posto tra i duecento imprenditori più ricchi del Paese, il cui patrimonio ammonta complessivamente a 496 miliardi di dollari, vi è Leonid Michelson, presidente di Novatek e azionista di Sibur, che può vantare una fortuna di 24 miliardi di dollari.

Il divario sociale è, dunque, molto alto. Lo dimostrano le percentuali riportate da Forbes relative alle fasce meno abbienti della società. Il venti per cento di quelle più povere possiede il sei per cento degli asset finanziari. Secondo recenti analisi, la percentuale di Russi che si considera parte della classe media è scesa al 47 per cento nel 2018, rispetto ad un valore del sessanta per cento registrato nel 2014. 

Passando, invece, ai vertici del Paese, secondo quanto riportato da Reuters, il salario del presidente Putin nel 2018 si è dimezzato rispetto al 2017, passando da circa 257.307 euro a circa 119.048 euro, un importo dato dalla somma del suo stipendio ufficiale, della pensione militare, degli interessi derivanti dai risparmi e delle rendite da investimenti. A questi bisogna aggiungere due proprietà indicate sul sito del Cremlino: un appartamento di sua proprietà di 77 metri quadrati con un garage e un altro appartamento di 153,7 metri quadrati riservato alle funzioni presidenziali, tre auto e un trailer. Per il quotidiano finanziario russo rbc.ru il differenziale tra 2018 e 2017 può essere dato dai guadagni provenienti dalla vendita di terreni. 

Bill Browder, amministratore delegato dell’Hermitage Capital Management, che rappresentava, fino al 2005, uno degli investitori più importanti in Russia e divenuto, dopo la morte di Sergej Magnitskij, una delle personalità più critiche nei confronti del Cremlino, da sempre contesta le cifre ufficiali. Nel 2017, dinnanzi al Judiciary Committee del Senato americano, Browder ha dichiarato che Putin è uno degli uomini più ricchi del mondo. Secondo le sue stime, in diciassette anni al potere avrebbe accumulato duecento miliardi di dollari derivanti da proventi illeciti. Malgrado queste dichiarazioni, l’International Consortium of Investigative Journalist ha rivelato che la maggior parte del patrimonio di Putin potrebbe essere detenuto legalmente dalla famiglia e dai suoi stretti collaboratori. 

Anche i deputati non possono lamentarsi. Secondo quanto riportato da Rainsford, il reddito medio di un parlamentare nel 2018, a fronte di un valore mediano di cinquemila sterline circa, era pari a circa ventimila sterline, mentre quello medio di un cittadino russo era di 380 sterline (stime Rosstat).  

In base alle informazioni raccolte dal Progetto “Crime Russia”, anche i salari di alcuni dei rappresentanti della Chiesa ortodossa sono sette volte superiori rispetto a quelli dei funzionari pubblici, secondo Businessman.ru. Si va dall’abate di un monastero di Mosca che può guadagnare da 1.554 dollari fino a 15.500 dollari a un prete comune che riceve mensilmente da 932 dollari a 1.243 dollari. Nelle Regioni i salari vanno da 310 dollari a 3.109 dollari. Secondo la legge, un prete non può essere considerato alla stregua di un dipendente. Tuttavia, la Chiesa ortodossa garantisce la pensione e i contributi ai preti confessori.  

Il tutto in un contesto in cui i cittadini russi stanno affrontando un periodo di crisi economica che ha visto nel 2018, per il quinto anno di fila, una contrazione dei salari e un immutato potere d’acquisto a fronte dell’aumento dei prezzi stimato nel 2018. E, secondo gli economisti, nel 2019 è prevista un’ulteriore riduzione dei salari stessi. Il decremento nei redditi reali è dovuto, in base alle previsioni, alla lenta crescita dei salari e ad un’elevata spesa, secondo la Moscow’s Higher School of Economics. Malgrado le dichiarazioni di Putin relative a un trend positivo per i redditi al netto dell’inflazione, i dati pubblicati alla fine del 2018 mostravano che nei primi undici mesi dell’anno i salari avevano subito una riduzione dello 0,5 per cento. 

L’irritazione di Peskov e del Cremlino in generale deriva dalla consapevolezza che le difficoltà economiche della società russa costituiscono una sfida significativa per Putin, soprattutto a seguito della riforma delle pensioni che ha visto un calo anche del suo livello di gradimento. Secondo un sondaggio di inizio anno del Levada Center, per la prima volta in tredici anni la maggioranza dei Russi ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.

Abbiamo Putin – riportava un quotidiano all’inizio dell’anno – ma non abbiamo la felicità. La società russa è caduta in una profonda depressione.

211 rubli!!! una rovina per gli studenti poveri, protesta in un tweet skitls17

I dati sulla crescita economica russa confermano questo pessimismo. Si è posizionata, infatti, nel corso degli ultimi anni al di sotto della media globale, a causa della debolezza e della volatilità della valuta, del crollo dei prezzi del petrolio e dalle sanzioni imposte da USA e UE nel 2014 dopo l’annessione della Crimea. Dopo un’espansione dell’1,7 per cento nel 2018, il Pil russo, secondo alcuni analisti, potrebbe crescere dell’1,4 per cento, un valore, tuttavia, ben al di sotto delle stime della World Bank che prevedeva nel 2018 una crescita economica globale del 3,1 per cento. 

Le stime economiche sollevano molti dubbi al Cremlino, soprattutto quando si tratta di definire una metodologia specifica di raccolta dei dati. Alla fine del mese di dicembre il primo ministro Medvedev ha sostituito Alexander Surinov, capo di Rosstat, con Pavel Molkov, che in precedenza ricopriva l’incarico di direttore del Dipartimento della Pubblica amministrazione al ministero dello sviluppo economico. Il ministro Siluanov ha dichiarato che

l’organizzazione necessita di serie riforme. Parliamo di una revisione completa del team, di nuovi principi e del metodo di lavoro. Prendiamo, ad esempio, il reddito reale – un indicatore molto importante. Come Rosstat lo calcola, solo Rosstat lo sa. La qualità dei calcoli è terribile, vi sono molte problematiche emerse in merito, è necessario avviare un cambiamento.

Il presidente Putin aveva già posto Rosstat sotto il controllo del ministro dello sviluppo economico ad aprile del 2017 dopo che il ministro Maxim Oreshkin criticò l’Istituto che in passato riportava direttamente al governo. 

Per comprendere lo scenario attuale bisogna necessariamente analizzare quanto la Russia ha affrontato dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Secondo una pubblicazione dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) La Russia post-sovietica (Mondadori, 2018), se si osserva la storia del Paese dal 1991, si è assistito certamente ad una trasformazione dell’economia russa, grazie ad “un vivace settore privato e alla crescita di una forte classe media”, ma alcune “caratteristiche peculiari” sono rimaste invariate.  

Malgrado la transizione verso un’economia di mercato, la Russia è ancora “dominata dal governo federale”. Il settore privato è cresciuto, ma permane la disparità tra Stato e impresa. Nel settore degli idrocarburi o in quello bancario, molte grandi imprese pubbliche si sono rafforzate. La volatilità economica, correlata alla dipendenza dal petrolio e alla mancanza di diversificazione, ha portato a investimenti insufficienti nel settore privato e, dunque, a prospettive di crescita a lungo termine più deboli.  Il rialzo dei prezzi del petrolio negli anni duemila ha permesso di aumentare il reddito della classe media, legata allo stato, gettando le basi “per un nuovo e più stabile potere politico ed economico di Vladimir Putin.”

Certamente la Russia si è impegnata nel portare avanti alcune riforme, ma non è riuscita del tutto nel suo intento, ad esempio, “rafforzando i diritti di proprietà” o riducendo il ruolo dello Stato nell’economia. In assenza di riforme istituzionali, risulta difficile far ripartire gli investimenti nei settori non basati sul petrolio e sulle materie prime in grado di assicurare una crescita rapida in una fase di declino dei prezzi del petrolio. Tra le cause del mantenimento di una struttura economica obsoleta vi è anche la ricchezza privata degli oligarchi (ridistribuita ad una platea più ampia nel corso degli anni), dovuta ad un’errata allocazione dei beni pubblici, a seguito di un processo di privatizzazioni fallite.

Un altro elemento che pregiudica la crescita reale è anche il fenomeno della corruzione. Secondo quanto riportato dalla TASS, il Paese ha perso 692 milioni di dollari a causa della corruzione solo nel 2018 e si posiziona al 138° posto (su 180 Paesi) secondo il Corruption Perceptions Index (CPI), pubblicato annualmente da Transparency International. E malgrado le istituzioni promuovano sempre nuove misure anticorruzione, secondo i dati riportati dal Consiglio europeo, in Russia è aumentato lo scambio di tangenti. Secondo l’Ufficio del Procuratore generale, a Mosca, nella Regione di Mosca e a Krasnodar è stato registrato un aumento del dieci per cento (a dicembre 2018). In base al report del Russian Investigative Committee, la maggior parte dei casi di corruzione del 2018 è stata, inoltre, avviata contro lo staff del ministero dell’interno.  

Nel 2018 Putin ha firmato il Piano nazionale anticorruzione per il 2018-2020 che prevede l’emanazione nel 2019 di ulteriori provvedimenti normativi per punire i funzionari pubblici corrotti. A novembre è stato sottoposto alla Duma un pacchetto di misure per migliorare le policy previste. In base al Piano, il legislatore è incaricato anche di decidere quali atti di corruzione costituiscano reati punibili con il licenziamento e di ampliare la lista dei beni, ottenuti secondo modalità illecite, soggetti a sequestro. Ma nel Piano vi è anche la possibilità di prevedere specifiche “scorciatoie” in grado di esonerare alcuni funzionari da ogni responsabilità penale per cause di “forza maggiore” o “circostanze eccezionali”. 

Medesima proposta avanzata dal ministro della giustizia all’inizio del 2019 che considera possibile l’esonero qualora sia “inevitabile” violare le regole anticorruzione. Su queste “circostanze” non sono stati forniti molti chiarimenti: l’ufficio stampa del ministro ha spiegato che osservare le norme anticorruzione potrebbe essere “impossibile” a causa di “ragioni obiettive”, in caso di gravi malattie croniche, di ex membri della famiglia del funzionario che scelgono di trattenere il reddito dei propri figli, di città la cui sopravvivenza è legata ad un singolo settore o società, di  città chiuse, di aree quali l’Estremo Nord e altre molto lontane o scarsamente popolate.

La Russia, dunque, è un Paese ricco o povero?  

Secondo Leonid Bershidsky, la Russia stessa non riesce a decidere se è un Paese ricco o povero. Un tema al centro del dibattito di molti membri delle élite. Nel mese di gennaio, durante un forum economico a Mosca, Anatoly Chubais, autore delle riforme attuate dopo il crollo dell’URSS e ora presidente di Rosnano, ha dichiarato che la Russia è una delle economie, in termini energetici, meno efficienti del mondo, “un Paese povero”, in cui una parte significativa della popolazione vive in condizione di povertà o estrema povertà. Dichiarazioni che hanno suscitato l’indignazione generale e quella della portavoce del ministero degli affari esteri Maria Zakharova, convinta che la Russia sia “un Paese estremamente ricco”. La Zacharova ha chiesto una risposta dettagliata in merito allo scenario dipinto da Chubais che, ha ricordato, “è una persona che è stata membro del Governo e un top manager di settori chiave dell’industria e dell’economia nazionale per decenni.”

In realtà, sempre secondo Bershidsky, al di là dell’ovvia propaganda, la querelle riflette due visioni diverse del Paese legate in prevalenza alla differenza generazionale. Chubais ricorda che nel 1991

il salario medio era di dodici dollari al mese, il rublo non poteva essere convertito in altre valute, l’impresa privata era un reato, la banca di Stato Sberbank era in bancarotta, la crescita economica subiva una riduzione del dieci-dodici per cento l’anno, l’inflazione superava quota cento per cento e i supermercati erano vuoti.

Problemi che la Zacharova non ha certo dovuto affrontare quando ha iniziato la propria carriera. Secondo la generazione putiniana, la ricchezza è sempre stata a disposizione. Dunque, nessun progetto era eccessivo per un Paese considerato benestante, dalle Olimpiadi alla Coppa del Mondo, dai ponti alle pipeline fino ad arrivare alle campagne militari. Finora Putin ha gestito il Paese come se fosse ricco, investendo in “orgoglio nazionale”, grazie a grandi eventi e a progetti di rilievo. Gestire un Paese povero è tutta un’altra storia, invece. Le criticità legate all’efficienza energetica, alla povertà, all’ineguaglianza verrebbero a galla. In questo caso, secondo Bershidsky, bisognerebbe tornare alla retorica degli anni Novanta, basata sulla lotta per assicurare la normalità e non il dominio. 

Trovare un equilibrio tra le due visioni sarebbe fondamentale anche in vista dell’era post-putiniana e sarebbe la soluzione giusta per capire che tipo di Paese il crollo dell’URSS ha restituito dopo quasi tre decenni. Per ora vi sono solo due estremi: “il pane o il circo”.   

Russia. Allarme povertà in un Paese di ricchezze ultima modifica: 2019-05-20T18:21:04+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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