“Europa sovrana”. Il libro per sapere perché votare

Pur nella varietà delle posizioni, alcune anche molto critiche verso l’attuale assetto dell’Unione, il volume di interviste curato da Matteo Angeli vuol essere un contributo al consolidamento dell’edificio europeo, che consideriamo la nostra insostituibile casa comune.
scritto da ADRIANA VIGNERI

Con Europa sovrana” ytali raggiunge un nuovo importante obiettivo. È il quarto libro su carta che esce con il marchio della nostra rivista: siamo dunque diventati una comunità in grado di fare cultura e comunicazione su più fronti. Una comunità multimediale. Ancora piccola, ancora in crescita, ma ormai una realtà con basi solide nel panorama di Venezia, dove abbiamo sede, e in quello nazionale. “Europa sovrana” è una raccolta di interviste curate da Matteo Angeli, giornalista nella nostra redazione, con introduzione di Adriana Vigneri e prefazione di Brando Benifei. Pur nella varietà delle posizioni, alcune anche molto critiche verso l’attuale assetto dell’Unione, il volume vuol essere un contributo al consolidamento dell’edificio europeo, che consideriamo la nostra insostituibile casa comune.
Gli interlocutori sono sollecitati da Angeli, ognuno dal proprio originale punto di vista, a tentare di tranciare il nodo gordiano da cui dipendono le sorti del nostro continente: come può l’Unione europea continuare a mantenere la sua promessa di pace e benessere per tutti in un contesto globale completamente diverso da quello in cui è nata?
In tredici lunghe, intense interviste, pubblicate dapprima sulla rivista online, alla vigilia delle elezioni europee e ora unite in questo volume, Sheri Berman, Andreas Bierler, Mark Blyth, Franco Cardini, Éric Fassin, Paolo Ghezzi, Joseph Halevi, Stéphanie Hennette, Birgit Kraatz, Luisa Muraro, Stefano Palombarini, Caterina Resta e Guy Verhofstadt riflettono sulle ragioni profonde che animano il progetto di integrazione, analizzano i rischi e le opportunità che l’Europa ha davanti a sé e offrono la loro prospettiva sul futuro che ci attende.

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Qui di seguito riproponiamo l’introduzione.

Titolo significativo, Europa sovrana. In un’epoca in cui si rivendica la sovranità degli stati nazione, comunica subito il messaggio che gli stati europei – e l’Italia ancor più – possono essere sovrani soltanto grazie all’Europa e attraverso l’Europa. Ci sono molti equivoci nell’uso del termine sovranità. Evoca una situazione favorevole, dà l’idea della massima autonomia e autosufficienza, che non corrisponde alla realtà. Il diritto definisce il sovrano “superiorem non recognoscens”, ma le cose si complicano subito: si tratta di un concetto giuridico che nasce nel processo di formazione dello stato moderno, in cui serviva sostenere che lo stato fosse originario, non derivante da altri, non limitato da alcuno, esclusivo, che non si può suddividere, imprescrittibile.

Un concetto che viene messo in discussione da un lato dal pensiero liberal-costituzionale (anche lo stato è soggetto al diritto) e dall’altro dallo svilupparsi del diritto e delle organizzazioni internazionali. Se poi guardiamo al profilo fattuale, nel mondo contemporaneo sempre più interconnesso, sovranità è una situazione relativa, misurata dalla capacità del singolo stato di curare i propri interessi e quelli della sua popolazione. Si può essere indipendenti, ma non sovrani in questo senso, perché la capacità di curare i propri interessi dipende sempre più dai rapporti con altri soggetti, anch’essi “sovrani”.

Il presidente della Bce Mario Draghi ha spiegato bene questa interdipendenza. La globalizzazione ha profondamente cambiato la natura del processo produttivo e aumentato l’intensità dei legami tra paesi. Ciò non è tanto il risultato di scelte politiche quanto il frutto del progresso tecnologico nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nei computer e nel software che ha reso conveniente loscambio globale e la frammentazione produttiva.

La globalizzazione aumenta la vulnerabilità dei singoli paesi in molte direzioni: li espone maggiormente ai movimenti finanziari internazionali, a possibili politiche commerciali aggressive da parte di altri stati e, aumentando la concorrenza, rende più difficile il coordinamento tra paesi nello stabilire regole e standard necessari per il conseguimento al proprio interno degli obiettivi di carattere sociale. Il controllo sulle condizioni economiche interne ne risulta indebolito.

Quindi in un mondo globalizzato tutti i paesi per essere sovrani devono cooperare. La cooperazione, proteggendo gli stati nazionali dalle pressioni esterne, rende più efficaci le loro politiche interne. Comprese quelle di welfare.

L’Unione europea è già un’area integrata. La più integrata rispetto alle altre due grandi aree, alNafta e all’Asia. Il 66 per cento del commercio europeo è con altri stati membri, contro circa il 50 per cento nel caso dell’USMCA (USA, Mexico, Canada Agreement). Basti dire che nel 2017 gli investimenti tedeschi in Italia sono stati pari a 5 volte quelli americani. L’Europa ha tratto grandi benefici da questa integrazione. Tenendo conto sia degli effetti diretti derivanti dalcommercio, sia di quelli prodotti dalla maggiore concorrenza, si valuta che il mercato unico contribuisca ad accrescere il Pil dell’Unione europea del 9 per cento circa.

Ma quanto più i vari paesi sono tra loro collegati, tanto più sono esposti alla volatilità dei flussi di capitale, alla concorrenza sleale e ad azioni discriminatorie, quindi ancor più necessaria diviene la protezione dei cittadini. Una protezione che soltanto le autorità europee possono dare, che ha permesso di realizzare i guadagni dell’integrazione, contenendone in una certa misura i costi. Una protezione che attraverso strutture e istituzioni comunitarie limita gli spillover, assicura un uguale livello di concorrenza, protegge da comportamenti illegali; in altre parole, una protezione che risponde ai bisogni dei cittadini, e quindi permette ai paesi di essere sovrani.

Questa è l’unica sovranità di cui si può realisticamente parlare. La sovranità possibile in un mondo interconnesso.

La sovranità rivendicata dai nostri “sovranisti” si appoggia al nazionalismo, che non è da buttare, ma oggi richiede di dar vita anche a un meta-nazionalismo (Cardini), un nazionalismo europeo affine al nazionalismo “nazionale”.

Tutte le affermazioni che precedono non significano naturalmente che la qualità della sovranità che esercitiamo attraverso l’Europa (sia consentito qui in omaggio al titolo di non distinguere tra l’Unione e le altre organizzazioni) sia soddisfacente o pienamente soddisfacente. E ancor meno che l’Italia sia riuscita a curare gli interessi dei propri cittadini. Qui il tema tocca, oltre al comportamento degli ultimi governi italiani, l’assenza o l’insufficienza di una politica sociale europea.

Se si leggono le interviste raccolte in questo volume, ci si accorge che il distacco sentimentale dall’Europa viene fatto risalire a due cause: il deficit democratico e l’inadeguatezza della politica sociale europea. Quanto alle responsabilità, è pressoché unanime l’opinione (Halevi, Kraatz, Bieler, Palombarini) che l’avanzata dei populisti sovranisti (ci sono anche i populisti globalisti) derivi dalle politiche neoliberiste dei partiti socialdemocratici, a cominciare da Tony Blair e da Gerard Schröder. Quella che è stata chiamata la terza via (Giddens). Di cui si è realizzata la pars destruens (rinnovamento ma anche ridimensionamento dello stato sociale) e non, o molto meno, la pars construens (come ricreare solidarietà sociale).

Accanto alle responsabilità della sinistra, si segnala più ampiamente il fallimento delle élite (Cardini). Che, seguendo una “modernità senza scopo”, hanno finito per creare, o lasciar crescere, attraverso lo sviluppo e il progresso (considerati erroneamente beni in sé) una sperequazione economica e sociale senza precedenti.

Perché le élite perdono terreno anche in Svezia, dove l’estrema destra va così forte? Non può dipendere né dall’immigrazione né dalle diseguaglianze, piuttosto dalla spinta a creare comunque un conflitto (Blyth) perché le élite non interpretano più il sentimento di larga parte della popolazione. Anche dove non vi è disagio economico.

Al di là delle singole impostazioni culturali e, se si vuole, filosofiche, che connotano diversamente la concezione della modernità, la segnalazione della paura e del disagio sociale come fonte delle attuali trasformazioni politiche è comune a tutte le interviste.

Che poi si differenziano quanto a prospettive per il futuro. Complessivamente, analisi acute ma non incoraggianti. Un po’ perché il miglioramento dovrebbe venire da quei partiti della sinistra nei quali non si ripone fiducia, un po’ perché è l’Europa stessa considerata incapace di superare le sue divisioni interne. E anche perché lo stesso elettorato europeista avrebbe smesso di sperare in un cambiamento, tanto che una campagna elettorale in tal senso si dovrebbe fare semmai alla Mélenchon, opzione A e opzione B: o otteniamo una politica europea diversa (A) o usciamo dall’Unione (B).

Noi stiamo dalla parte di chi dice che non c’è nessuna ragione di mollare. In un mondo dominato da grandi attori siamo più forti se stiamo insieme, come dice Guy Verhofstadt. L’unificazione europea non è utopistica, è realistica (Resta). Troppo grande è la posta in gioco per non combattere la battaglia (a cominciare dalle elezioni europee) fino in fondo.

Scetticismo a parte, c’è molta condivisione sulle riforme che servirebbero: un parlamento europeo con maggiori poteri, con la possibilità di nominare il governo. Una governance economica. Un’assicurazione comune contro la disoccupazione. Un livello comune di tassazione per le imprese. Nello stesso tempo vi è la consapevolezza dell’estrema difficoltà di modificare i trattati.

Di qui la proposta (Stéphanie Hennette e il suo gruppo) di creare un organismo nuovo, un’Assemblea fatta di parlamentari nazionali, costituita in modo proporzionale alle rappresentanze nei rispettivi parlamenti e finanziata con risorse proprie degli stati che aderiscono. Non sarebbe necessario che tutti gli stati membri vi partecipassero perché iniziasse aoperare.

Esiste già l’Eurogruppo, organo informale di ministri. Ma lì manca ovviamente il pluralismo politico. L’Assemblea di parlamentari nazionali dovrebbe gestire un “bilancio di democratizzazione” per correggere gli effetti negativi che l’attuale governance europea produce sui bilanci sociali nazionali. Con l’obiettivo dunque di lottare contro le diseguaglianze. E di occuparsi di transizione ecologica, immigrazione, accesso al sapere e alla conoscenza. È evidentemente soprattutto una leva politica, uno spazio politico di discussione e di controllo sull’Eurogruppo, che è un organismo non menzionato nei trattati. Ma tutto può essere utile in questa fase, per avvicinare l’opinione pubblica alle istituzioni europee e consentire un miglior controllo politico.

“Europa sovrana”. Il libro per sapere perché votare ultima modifica: 2019-05-21T20:36:12+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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