Francia. Più che un voto. Un referendum

Le europee sono diventate un test sulla tenuta di Macron, non solo perché Le Pen ha condotto la sua campagna elettorale in chiave di sfida al presidente. I socialisti sono alla canna del gas, la destra “moderata” sposa posizioni sempre più tradizionaliste e la sinistra è sempre più frammentata.
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

In Francia lo scontro è essenzialmente tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, una sorta di replay delle presidenziali del 2017. Macron ha investito moltissimo in queste elezioni, il primo grande test elettorale del suo mandato e l’occasione per verificare la sua popolarità dopo la lunga crisi dei gilet gialli. Marine Le Pen ha impostato la battaglia come un referendum sul presidente della repubblica, invitandolo a dimettersi nel caso di una sconfitta. Più propaganda che altro: anche se è possibile che il sorpasso del Rassemblement National su La République En Marche possa costare la testa al primo ministro di Macron, Eduard Phillippe.

Nel frattempo la sinistra si presenta iper frammentata e alcuni – i socialisti – lottano per la vita rappresentata dalla soglia del 5 per cento per entrare al Parlamento Europeo. Altri partiti storici, come Les Républicains, si stanno spostando pericolosamente a destra nel tentativo di sottrarre voti a Marine Le Pen.

Si tratta di elezioni particolari anche sotto altri punti di vista. Innanzitutto si voterà una lista nazionale: scompaiono le circoscrizioni regionali, abolite nel 2018. Si tratta di un ritorno al passato per favorire, dicono, il pluralismo politico e rafforzare il carattere pienamente europeo della votazione (oltre al fatto che la circoscrizione unica è in vigore nella maggior parte degli stati membri). I francesi voteranno poi una lista bloccata e non avranno possibilità di esprimere preferenze. Infine per la prima volta entra in vigore il divieto di cumulo di mandati tra parlamentare nazionale e parlamentare europeo. Questo vale anche per i sindaci o i consiglieri regionali e dipartimentali che dovessero risultare eletti al Parlamento europeo.

Natalie Loiseau, capolista de La République En Marche

La République En Marche e Macron sono ovviamente quelli che si stanno giocando di più in questa fase. Una sconfitta potrebbe indebolire ulteriormente il presidente, dopo le recenti settimane di risalita nei sondaggi sulla popolarità, e costringerlo a ulteriori cambiamenti nelle politiche. Se Macron riuscisse a sconfiggere il Rn, potrebbe però contare su un peso politico maggiore nelle prossime negoziazioni europee sulle cariche (Michel Barnier spera di fare il presidente della Commissione europea) e sulla ricerca di una maggioranza europeista. Una posizione di forza che potrebbe essere utile per rilanciare il progetto europeo.

Purtroppo La République En Marche ha commesso una serie di errori in campagna elettorale, tra i quali il principale è la scelta della capolista: la super-competente Nathalie Loiseau. Loiseau – che è stata la direttrice dell’Ena, la prestigiosa scuola francese che sforna la classe dirigente del paese e considerata da molti il simbolo dell’elitismo, e poi ministra agli affari europei, quella che aveva risposto duramente all’incontro tra Di Maio, Di Battista e i gilet gialli – non spicca infatti per empatia e capacità di parlare agli elettori. Da qui l’impegno diretto, molto criticato però, del presidente stesso che ha cercato di sostenere la campagna elettorale del proprio partito puntando sulle tematiche ambientali.

Il principale sfidante di Macron è il Rassemblement national di Marine Le Pen, che attualmente tutti i sondaggi danno in testa. Le Pen ha condotto una campagna molto dura contro Macron e ha rivendicato il “buon governo” della Lega di Salvini, partito alleato in Europa e molto apprezzato tra l’elettorato frontista e dalla destra francese.

Abbandonata l’idea dell’uscita dall’euro, che le era costata parecchi voti alle elezioni presidenziali del 2017, oggi Le Pen punta tutto sull’indebolimento della Commissione europea, l’unico organo che cerca di fare gli interessi comunitari. L’obiettivo è quello di cambiare l’Europa dall’interno per trasformarla in un’alleanza europea delle nazioni.

Nonostante alcuni incidenti di percorso – come le eterne inchieste sugli impieghi fittizi frontisti al Parlamento europeo e la presenza di Steve Bannon in Francia a sostegno del Rn -, Le Pen sembra avviata ancora una volta ad imporsi, forse di poco, sul resto del panorama politico francese. E chi ne guadagnerà sarà anche la persona che Le Pen ha scelto per guidare la lista: un giovane francese di origini italiane, il ventitreenne Jordan Bardella, che è iscritto al partito dei Le Pen da quand’era sedicenne. Perché i voti dei giovani fanno parte della posta in gioco.

Jordan Bardella e Marine Le Pen

Al di là però dello scontro tra Macron e Le Pen, è interessante seguire le sorti degli altri partiti. In primo luogo perché Macron ha costruito la sua fortuna politica sulla crisi dei partiti mainstream precedenti: in assenza di alternativa, il presidente della repubblica e il suo movimento hanno rappresentato il solo argine al dilagare del Rn.

Ma Macron è incorso in uno degli errori che anche Renzi aveva commesso: poco a poco si sta erodendo la riserva elettorale di sinistra e forse di destra. Una sconfitta alle elezioni europee potrebbe rappresentare il campanello d’allarme in vista delle presidenziali del 2022.

Dei partiti storici solo Les Républicains sembra tenere, anche se dai sondaggi è lontano il risultato del 21 per cento delle europee del 2014. Per il partito che fu di Nicolas Sarkozy l’obiettivo oggi è interrompere l’emorragia di elettori – verso La République En Marche e verso Le Pen – e proporsi come sola alternativa “sensata” a Emmanuel Macron.

François-Xavier Bellamy (a sinistra) e Laurent Wauquiez (a destra)

Laurent Wauquiez, il nuovo leader che ha spostato il partito più a destra e perso così l’ala moderata guidata da Alain Juppé e Jean-Pierre Raffarin, finiti con Macron, ha scelto come capolista un filosofo e docente universitario molto conservatore, François-Xavier Bellamy, che ha condotto una campagna tutta all’insegna del richiamo alle frontiere e alla civiltà cristiana.

La sinistra invece è a pezzi e, secondo i sondaggi, questa volta anche La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon fa fatica (otto per cento), superata da Europe Écologie Les Verts (intorno al nove per  cento). Si tratta di un test elettorale importante per la gauche francese in vista delle elezioni municipali del 2021 per verificare i rispettivi pesi e determinare leadership di eventuali future alleanze.

La France Insoumise, non molto diversamente da Rassemblement National, ha cambiato messaggio. Se alle presidenziali parlava di “cambiare l’Unione europea o andarsene”, questa volta il messaggio è più sfumato. Almeno negli slogan perché dal punto di vista dei programmi Lfi pensa ancora in termini di piano A (proporre una riforma francese dei trattati) e piano B (uscita unilaterale dai trattati se la proposta francese di riforma non venisse accolta). Una posizione sovranista “di sinistra” che per ora non sembra avere portato a grandi risultati.

La situazione è più grave per i socialisti. Nonostante il supporto di Lionel Jospin, François Hollande e degli elefanti del Ps – o forse anche a causa di questo -, il capolista Raphaël Glucksmann non sembra avere quella spinta in più auspicata. Anzi siamo quasi al disastro.

Il Ps rischia di non superare la soglia del cinque per cento e di restare fuori dal Parlamento europeo. Perché il leader di Place Publique e figlio del filosofo André Glucksmann non riesce a portare nuovi consensi. Quella che doveva rappresentare la svolta socialdemocratica ed ecologista dei socialisti francesi, in netta e aperta contrapposizione alla presidenza Hollande, si infrange sugli scogli dei personalismi: strano per partiti che mettono l’agire della comunità in primo piano.

Raphaël Glucksmann

Il “povero” Glucksmann infatti non dice cose diverse dagli altri partiti della sinistra: Générations di Benoit Hamon o il Pcf o gli ecologisti. Visto che Glucksmann aveva creato Place Publique per riunire tutta la sinistra al di fuori de La France insoumise, ottenere solo il sostegno dei socialisti è un vero e proprio fallimento. E non senza problemi per il Ps che per la prima volta ha deciso di mettersi in secondo piano rispetto ad un candidato della società civile, con conseguente “guerra civile” interna.

Quella che si chiuderà domenica è però una campagna elettorale decisiva. Non solo perché chiaramente si sono opposti due schieramenti con idee molto diverse del processo di integrazione europea. Ma anche perché in molti sperano che una possibile vittoria di Macron dia nuovo slancio e fiducia al progetto europeo. 

Francia. Più che un voto. Un referendum ultima modifica: 2019-05-24T23:58:23+02:00 da MARCO MICHIELI

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