Il rosario di Salvini nel tempo dell’appartenenza senza fede

Il mondo cattolico italiano si è come disintegrato, lasciando campo libero a chiunque volesse impadronirsi dei suoi simboli e dei suoi riti. È ora di riflettere sul rapporto speciale che dovrebbe esserci fra la cultura cattolica e l’identità italiana: e per richiamare in servizio quanti hanno ancora voglia di battersi contro l’Italia della rabbia e del rancore.
scritto da Luigi Covatta

L’eco dell’esibizione mariana di Matteo Salvini in piazza del Duomo si è ormai spenta, ma merita ugualmente qualche riflessione ulteriore. Non sapremo mai quanti cuori ha scaldato alla vigilia del voto. Sappiamo già, invece, di quale crisi culturale è indizio, e quanto essa sia profonda a prescindere dalle recenti mode “sovraniste”.  

Quando la Dc chiuse i battenti, Gianni Baget Bozzo – che dell’unità politica dei cattolici non era mai stato entusiasta – paventò che anche in Italia prendesse piede il fenomeno del belonging without believing – dell’appartenenza senza fede – che altrove aveva rappresentato l’alba del movimento “teocon”, e che da noi, dopo il tramonto di una modalità di rapporto fra fede e politica che nel dopoguerra si era risolta nella simbiosi fra Chiesa e partito cattolico, è culminato nella sacra rappresentazione di Salvini. 

Il legame simbiotico aveva fatto indubbiamente bene alla Dc, che nel 1945 aveva potuto disporre di una classe dirigente bell’e pronta, mentre dopo il Concilio avrebbe sofferto la “scelta religiosa” dell’associazionismo cattolico proprio in relazione al reclutamento di nuove leve di personale politico. Però aveva condizionato la Chiesa italiana, quasi atrofizzandone la vocazione pastorale: che si era ridotta a proporre alla società ed alla stessa Dc poco più che un’arida precettistica sui temi bioetici, a partire dal boomerang del referendum sul divorzio (del quale in questo mese cade il 45° anniversario, negletto peraltro sia dai media che dalle forze politiche).

C’era quanto bastava, nel 1994, per suggerire ai vescovi di valorizzare proprio quell’associazionismo che, non più collaterale alla Dc, ad essa era comunque sopravvissuto: e che anzi in alcuni casi aveva prosperato, sperimentando nuove forme di animazione sociale e civile. La Cei del cardinale Ruini scelse però una strada diversa. Forse perché l’associazionismo cattolico non si era solo emancipato dalla subordinazione alla Dc, ma aveva anche coltivato una certa autonomia nei confronti della gerarchia ecclesiastica: o forse, come temeva Baget Bozzo, perché un’altra strada non sapeva neanche più come trovarla.

Ruini quindi fu il primo, nel quarto di secolo della seconda Repubblica, a pretendere di fare a meno dei corpi intermedi per confrontarsi direttamente col potere politico: se non proprio sostituendosi al partito cattolico, quanto meno costituendo la Cei come lobby in grado di negoziare benefici e di difendere al contempo non meglio definiti “valori non negoziabili”, magari alleandosi con gli “atei devoti” contro i “cattolici adulti”.

Anche per questo Salvini ha potuto agitare il rosario alla manifestazione di Milano, orfana peraltro della presenza dell’incauto Strache: ed anche per questo, soprattutto, il nome di papa Francesco è stato sommerso dai fischi della piazza. La disintermediazione, infatti, non si addice ai pastori: i quali, anche se non debbono ignorare la pecorella smarrita, hanno innanzitutto il compito di tenere unito un gregge.

In questo quarto di secolo, invece, il mondo cattolico italiano si è come disintegrato, lasciando campo libero a chiunque volesse impadronirsi dei suoi simboli e dei suoi riti: il che, senza nessuna nostalgia per i tempi in cui agiva “qual falange di Cristo Redentore”, non è una buona notizia. Così come non è una buona notizia che tocchi all’elemosiniere del Papa riallacciare la luce ad un centinaio di poveracci, o che l’organizzazione di un “Festival biblico” venga appaltata a quel che resta della “finanza bianca”.  

Ora il cardinale Bassetti, nuovo presidente della Cei, davanti all’assemblea dei vescovi accenna appena al  gesto blasfemo di Salvini, e rinvia la convocazione di un Sinodo della Chiesa italiana che pure era stata perorata il giorno prima dal Papa. Peccato, perché di un Sinodo o di qualcosa del genere c’è ormai estremo bisogno. Non tanto per Salvini, né (Dio ce ne guardi) per incubare un partito cattolico fuori tempo. Piuttosto per riflettere sul rapporto speciale che dovrebbe esserci fra la cultura cattolica e l’identità italiana: e per richiamare in servizio quanti hanno ancora voglia di battersi contro l’Italia della rabbia e del rancore.  

Il rosario di Salvini nel tempo dell’appartenenza senza fede ultima modifica: 2019-05-25T20:00:29+01:00 da Luigi Covatta

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1 commento

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Tiziano Gomiero 28 Maggio 2019 a 13:47

probabilmente il mondo cattolico si è diviso sulla questione immigrazione, leggendo i dibattiti sui siti cattolici (p.es. Avvenire), molti cattolici non sono d’accordo con la politica dell’immigrazione libera promossa al PD e dal Papa, Salvini ha vinto principalmente su questo, anche perchè i 5S si sono spostati su posizioni di apertura (l’immigrazione non è un problema) e chi sentiva la questione anche nei 5S si è spostato sulla lega – e su questo ha ragione, non si può fare una immigrazione a ingresso libero – una bella analisi sulla questione immigrazione negli USA pubblicata recentemente in una rivista liberal https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2019/04/david-frum-how-much-immigration-is-too-much/583252/?fbclid=IwAR2XwxXtGyjmDL6N3rBC7l8M8kMJArliHPANZBiJmBqwBDITA93Ow_2-XKI eral

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