Il centro “progressista” è vivo e vegeto

I risultati di Macron e dei liberal-democratici inglesi, le preferenze di Calenda e la crescita dei Verdi ci dicono che il centrosinistra non si ferma ai socialdemocratici. E che solo l’alleanza tra queste forze può essere decisiva.
scritto da MARCO MICHIELI

[Parigi]

Saranno anche considerati dei paria dalla sinistra tradizionale ma i centristi europei, o quelli che Emmanuel Macron chiama i “progressisti”, non sono andati poi così male. Anzi. Il risultato di un partito inesistente fino al 2017, La République En Marche, dopo sei mesi di proteste settimanali dei gilet gialli e con l’opposizione dell’intero arco politico, dovrebbe essere valutato con più attenzione. Così come il successo dei Lib dems nel Regno Unito. E della candidatura di Carlo Calenda nella circoscrizione del Nord-Est.

È un dato sul quale coloro che si interrogano sul futuro della sinistra dovrebbero riflettere. Perché per dare seguito all’ambizione di cambiare la società in meglio, bisogna anche avere la capacità di conquistare il potere e di costruire coalizioni – sociali e/o di partiti – che sappiano arrivare più in là dell’elettorato tipico – e ormai ridotto – della sinistra europea. 

L’incontro tra Emmanuel Macron e Pedro Sanchéz per discutere delle future cariche europee (27 maggio)

Nel caso di Emmanuel Macron è stata data una lettura semplice del risultato elettorale. Il suo partito ha ottenuto il secondo posto dietro il Rassemblement National di Marine Le Pen ed è un danno d’immagine per il presidente. Ma facilmente riparabile. La vittoria di Marine Le Pen si basa su uno scarto dello 0.9 per cento. Infatti il Rassemblement National ha ottenuto lo stesso esatto numero di eurodeputati del partito del presidente. A differenza di Le Pen, Macron però sarà uno dei king-makers del prossimo presidente della commissione europea.

Non che la Francia in passato non lo fosse. Ma oggi, venuto meno il duopolio popolari-socialisti al Parlamento europeo, la République En Marche e i suoi alleati del gruppo liberale sono indispensabili per la creazione di una maggioranza. Il che pone Macron e il suo partito, che rappresenta la delegazione più numerosa del gruppo, in una posizione di forza maggiore.

Le Pen si trova invece relegata nel gruppo dei sovranisti e non ha nemmeno la garanzia che Matteo Salvini questo gruppo voglia mantenerlo fino alla fine della legislatura: l’opa leghista sul centrodestra italiano potrebbe infatti spingere i popolari europei ad un cambio di valutazione su possibili alleanze future. Ma questa è un’altra storia.

Anche i Liberaldemocratici inglesi sono andati bene e hanno ottenuto il 20 per cento piazzandosi dietro il Brexit Party ma distanziando del 6 per cento il Labour di Jeremy Corbyn, quello che era il principale partito dell’opposizione al governo di Theresa May. La ragione del successo è la posizione europeista chiara e netta dei Lib Dems. Secondo i dati di Lord Ashcroft, il 12 per cento di elettori tories e il 22 per cento degli elettori Labour (un 13 per cento di elettori Labour ha votato per Nigel Farage) hanno deciso di votare per i liberal-democratici.

E infine Carlo Calenda che è stato vissuto molto male dalla sinistra del Partito democratico. Calenda è stato candidato nella circoscrizione difficile del Nord-Est e ha ottenuto 272.374 preferenze, il più votato delle liste del Pd a livello nazionale, davanti a Giuliano Pisapia (262.166), candidato nel Nord-Ovest.

Accanto ai “liberal”, queste elezioni hanno visto emergere in Europa un’altra forza che non appartiene alla sinistra tradizionale socialdemocratica: i Verdi. I verdi tedeschi (20.5 per cento) e francesi (13.5 per cento) si sono imposti in particolare sui socialdemocratici, i primi, e sul resto dei partiti della sinistra francese, i secondi. Da notare anche il risultato dei Verdi inglesi (11.1) per cento), a cui si sono rivolti il 17% per cento degli elettori del Labour.

E sugli elettori dei Verdi vale la pena di soffermarsi perché non sono molto diversi da una parte dell’elettorato che ha votato per Macron o i Libdems. Sono persone istruite, spesso giovani, che vivono in grandi città e che appartengono alla classe media.

Yannick Jadot, il capolista dei Verdi francesi

I Verdi tedeschi sono considerati una sorta di nuova “borghesia” ambientalista, più liberale e moderna dei partiti della sinistra tradizionale. Governano in alcuni lander tedeschi con l’Spd e in altri con la Cdu (Assia, Baden-Wurttemberg). E in alcuni casi in variegate coalizioni a tre: talvolta con l’Spd e Die Linke oppure con l’Spd e i liberali del Fdp o con la Cdu e, ancora, Fdp.

Anche l’elettore tipo dei Verdi francesi è giovane, istruito, urbanizzato e, secondo le ricerche Ipsos/Sopra, ha molte difficoltà a collocarsi sull’asse destra e sinistra e vota in relazione all’importanza del tema: in questo caso la mobilitazione dei giovani per discutere dei problemi legati al cambiamento climatico è stata molto rilevante. Per questo Macron negli ultimi mesi ha insistito sui temi dell’ambiente. Ma l’ha fatto troppo tardi e non è stata preso sul serio (inoltre il record delle decisioni in materia non è dei migliori per la sua presidenza).

Grazie a verdi e liberali, nonostante il crollo dei due partiti storici europei, i socialisti e i popolari, vi sarà una larga maggioranza europeista nel prossimo Parlamento europeo.

Il messaggio che da queste esperienze arriva alla sinistra socialdemocratica continentale, che si riconosce nel Pse, è che da soli non si va da nessuna parte. In particolare l’idea che la “lotta di classe” dei Bernie Sanders o dei Jeremy Corbyn possa risollevare le sorti della socialdemocrazia europea è una pia illusione (non parliamo poi della capacità di risolvere i problemi dei paesi europei).

E lo dimostrano innanzi tutto i risultati delle varie sinistre prese come modello: non solo Corbyn, ma anche Mélenchon, Podemos e la sinistra italiana extra-Pd. E poi lo scontro con la realtà di quella sinistra alternativa al Pse che è arrivata al governo del proprio paese: vedi la vicenda politica di Alexis Tsipras. L’idea che una sorta di populismo di sinistra, che prende di mira il nemico rappresentato da quell’un per cento responsabile delle disuguaglianze europee e nazionali, non porta da nessuna parte se non ad una maggiore tensione nelle democrazie.

Carlo Calenda a Padova

Abbiamo bisogno invece di partiti che sappiano coniugare la libertà individuale con l’azione collettiva; che riescano a unire politiche pubbliche sensate e pratiche con una narrazione che arrivi ad un pubblico più ampio; che ricerchino nuove forme di mobilitazione che tengano conto degli sviluppi della società in cui viviamo e aggiornino quelle passate. Si tratta di un processo estremamente difficile. Ma necessario.

Per sopravvivere l’Europa ha bisogno che tutte le espressioni del “progressismo” lavorino assieme. Che sia all’interno di un stesso movimento politico o attraverso un’alleanza di partiti poco importa. 

Il centrosinistra è molto più ampio di quello che molti, più a sinistra, vorrebbero che fosse. Si tratta di farlo funzionare.

Il centro “progressista” è vivo e vegeto ultima modifica: 2019-05-28T22:56:14+02:00 da MARCO MICHIELI

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