Lorenzo Vale. Ritorno al testo

In mostra presso lo Spazio Micromega Arte e Cultura, le opere del giovane artista colpiscono per l’immediatezza e per la mancanza di complessità formale.
scritto da FRANCO AVICOLLI

L’accavallarsi degli eventi, la velocità con cui essi si succedono e si sostituiscono l’un l’altro, il continuo sottoporsi a prove di conoscenza fini a se stesse che cominciano e si concludono nello stesso punto, toglie sempre più importanza al contesto e al testo che variamente ne registrano l’esistenza. Insieme, i punti di orientamento diventano più incerti, meno riconoscibili le appartenenze, confuse le definizioni. È un meccanismo che produce vuoti e assenze che danno la sensazione che ci sia stato un qualche salto che ha cancellato l’origine degli atti. Travolti dal movimento, si finisce per perdere la ragione dalla quale prende origine il movimento stesso. Ristabilire il rapporto con la cosa, con le sue fattezze e con la verità immediata che essa suggerisce, mi pare, perciò, un passaggio necessario per riconfermare il senso dell’andare in un mondo che è sempre meno di ognuno di noi e più di altri, proprio come accadeva con il medievale ipse dixit caduto appunto per l’esigenza di riferimenti comuni, di un testo che desse una ragione e non una semplice e appacificata conclusione, con l’Umanesimo che su tale istanza prese corpo per aprire il mondo alla grande stagione rinascimentale.  

Fiori Magici I

E proprio nel senso di un ritorno al testo, lo Spazio Micromega Arte e Cultura propone la mostra Sono i segni per dire che amo di Lorenzo Vale. Le opere del giovane artista colpiscono per l’immediatezza e per la mancanza di complessità formale, di una modalità stilistica della costruzione pittorica che richiede un interprete che guidi al senso nascosto in un gesto in cui l’arte – o ciò che si suppone come tale – è quesito informale, meraviglia, intelligenza, trovata o comunque una composizione in cui il senso precede e sovrasta la cosa, ciò di cui si intende dire con tratti, colori, rapporti, equilibri e artifici.

Il mio rapporto con le arti si affida alla leggibilità di un mondo che qualcuno mi propone con segni e toni, con parole o note, con la materia, con elementi che riescono a spalancarmi la porta su un universo che non saprei raggiungere da solo e con un tempo che una vita non riuscirebbe mai a contenere. La narrazione è tutto il giudizio che riesco ad esprimere e davanti all’opera, che sia o no d’arte, lascio che sia il racconto a dire di ciò che vedo o leggo o percepisco, sperando che sia un utile filo di Arianna. Nel caso di Lorenzo Vale ho chiesto un’opinione a Carlo Tessarolo, artista sensibile e colto che mi ha risposto con una sua poesia che disegna in volo il mondo del pittore friulano:

Prendi la roncola e apri / il mio petto, trai il cuore; / vi troverai un ciliegio in fiore, / un filo d’erba, un canto di uccello, / i ronronni di Mitiuska, la compassione, / sono i segni per dire che amo, / che amo in ogni momento, / ad ogni respiro. 

Credo che la poesia contenga una chiave di lettura della mostra e un messaggio che suggerisce di rifarsi al testo, alla cosa e alla sua polisemia arricchita o chiarita nella composizione e che si esplicita nel rapporto fra creatore e fruitore. Le opere rimandano agli alberi, a farfalle, a composizioni di fiori esuberanti e uccelli molto colorati, a figure che quasi ostentano un’espressione infantile. Qua e là echi e reminiscenze fatte di teste romane e greche, una pantera che esce da una gabbia, oggetti simbolici come i dadi o un ciondolo. Su tutto, un ordine che tende a creare uno spazio profondo in cui le figure sono distribuite su vari piani accomunati, in qualche circostanza, da una linea curva che vorrebbe essere una strada, un movimento o un percorso, o anche un gioco o qualcosa che riporti alla giostra, alla circolarità. Sono molti i corpi rotondi, tonteggianti e sferici.

Seventeen daisies. 2018, olio su tela

La sensazione è che ciò che è più importante non sia necessariamente in primo piano. Ma ciò che colpisce dell’opera di Vale è l’atmosfera tersa che è come un invito a guardare, come uno stimolo ad osservare i corpi e gli elementi di cui sono fatti, come a ribadire che ciò che appare è proprio ciò che si vuole mostrare. E mi sembra un gesto creativo coraggioso in questo nostro tempo dominato dalla globalizzazione che è indeterminatezza dei soggetti, presente continuo, crisi dell’appartenenza, assenza di riferimenti in cui riconoscersi, un tempo in cui per continuare ad essere è necessario essere ciò che non siamo. 

Uno dei criteri più perversi e fuorvianti nella definizione del valore è il sistema delle graduatorie, il famoso ranking che fissa un ordine sulla base di parametri che hanno a che vedere con il risultato o con l’efficacia tralasciando la qualità e la varietà del valore di riferimento che è ciò che costituisce l’essenza della cosa e la sua necessità. Si usa per le università, per esempio, come se studiare architettura a Roma fosse lo stesso che farlo a Boston. È un meccanismo che travolge anche il senso di Venezia, una città che la logica turistica e commerciale riduce ad un presente consumistico uniformato al magma di una folla che prescinde da “una vita civile sommamente inventiva e produttiva”, come afferma Salvatore Settis che ribadisce chiosando: “non c’è bellezza senza storia”.  

Senza titolo, 2012, olio su tavola

“La bellezza, dice Kant, è la forma della finalità di un oggetto”, ovvero un valore della cosa in sé, e credo che tale concetto dica molto dell’importanza del testo e di Venezia. La cui bellezza va cercata in ciò che ne costituisce l’integrità di corpo/testo, che ristabilisce l’autonomia della bellezza e di Venezia in un presente che riconosce la condizione di necessità all’una e all’altra affermando il loro forte valore simbolico fatto di manufatti che appartengono ad una visione, ma anche ad un’attività.

Venezia è un dato storico della bellezza ed è proprio tale incontro che può permettere di capire per quale ragione la bellezza è importante e perché lo è Venezia. La bellezza è un’entità necessaria, ma non può decidere come deve essere Venezia; Venezia, dal suo canto, è una città che dà alla bellezza un volto storico e umano, è una sua modalità visibile e certa, e questa è la ragione della sua necessità.  

La bellezza deve guardarsi nell’evidenza della cosa, nell’importanza che essa ha in sé e non può essere ridotta ad un criterio che mette in fila ciò che esiste, deve rifarsi a un testo che stabilisca la qualità nel suo farsi e credo che ciò debba accadere anche per l’arte e per l’opera di Lorenzo Vale, forse proprio per comprendere quali Sono i segni per dire che amo.

Nell’immagine d’apertura, Tuttisanti, 2008, olio su tavola, cornice in legno.

Le illustrazioni sono tratte dal sito di Lorenzo Vale

Lorenzo Vale. Ritorno al testo ultima modifica: 2019-05-30T13:09:21+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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