Francesco. “Liberi di”? Meglio “liberi da”

Non si può lasciare che la diseguaglianza abbia l’ultima parola. L'intervento del papa di fronte ai magistrati delle Americhe
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Liberi di? Meglio “liberi da”. Forse può essere presentato così il senso del discorso pronunciato ieri da Jorge Mario Bergoglio davanti ai magistrati di numerosi paesi americani, dall’Argentina al Canada, nel quale ha ricordato che i diritti civili sono l’essenza vera della democrazia e senza diritti sociali non c’è giustizia, non c’è pace, non c’è equità. Un discorso quello del vescovo di Roma, in quanto tale capo della Chiesa cattolica, che ha qui il suo cuore: non si può lasciare che la diseguaglianza abbia l’ultima parola.

Oggi, ha detto Francesco,

si levano voci, soprattutto da parte di alcuni “dottrinaristi” che cercano di “spiegare” che i diritti sociali sono “vecchi”, sono passati di moda e non hanno nulla a che fare con le nostre società. In questo modo confermano politiche economiche e sociali che portano i nostri popoli all’accettazione e alla giustificazione della disuguaglianza e dell’indegnità. L’ingiustizia e la mancanza di opportunità tangibili e concrete dietro tanta analisi incapace di mettersi ai piedi degli altri – e non sto dicendo scarpe, perché in molti casi quelle persone non le hanno – è anche un modo per generare violenza: silenziosa, ma comunque violenza.

Il suo sguardo così è calato sulle metropoli fiere delle rivoluzioni tecnologiche, epicentro della nuova città globale che entra nella vecchia città locale, lasciando fuori di sé tante persone, compresi bambini, ai quali è addirittura negato il tetto, tanto che vengono chiamati “gente di strada.”

Sembra che le garanzie costituzionali e i trattati internazionali ratificati, in pratica, non abbiano valore universale

ma questo si nota solo qualcuno fa rumore per strada e diviene pericoloso. O fastidioso. Ma si può seguitare, in queste condizioni, a parlare di patto sociale? No, così si indebolisce il sistema democratico. I sistemi politico-economici devono

garantire che la democrazia non sia solo nominale, ma che possa tradursi in azioni concrete che salvaguardino la dignità di tutti i suoi abitanti secondo la logica del bene comune, in un appello alla solidarietà e in un’opzione preferenziale per i poveri,

i cui diritti richiedono riconoscimento giuridico.

L’economia delle carte, la democrazia aggettiva e la multimedialità concentrata generano una bolla che condiziona tutti gli sguardi e le opzioni dall’alba al tramonto. Ordine fittizio che è uguale nella sua virtualità ma che, in termini concreti, espande e aumenta le logiche e le strutture dell’esclusione-espulsione perché impedisce il contatto e l’impegno reale con l’altro. 

Questo discorso dovrebbe indurre molte riflessioni e quella del passaggio dal “liberi di” al “liberi da” è forse la più importante. Le hanno chiamate libertà negative quelle che meglio rispondono alla richiesta di essere liberi da: da fame, schiavitù, sfruttamento, miseria, isolamento, straniamento, emarginazione, abbandono, discriminazione, e tanto altro. Ma non c’è dubbio che sia stata la Chiesa a spingere molti verso la cultura del “liberi di” quando occhieggiava a quello che al tempo si chiamava “clericofascismo”, alleato del potere nazionale e nazionalista. Ma i diritti individuali, con tutta la loro legittimità innovativa, hanno pian piano cominciato ad essere riconosciuti dal nuovo corso politico del potere economico finanziario, che ha anche saputo usare la nuova sete di libertà individuali, “liberi di”, per rafforzare il consumismo globale, nuova impalcatura ideologica della globalizzazione finanziaria e depredatrice.

In questo rinnovato contesto i rivoluzionari di ieri sono diventati i reazionari dell’oggi? La città globale di cui parlò il cardinal Bergoglio quando era arcivescovo di Buenos Aires è una città che s’inserisce nelle mille città locali, assumendo in sé, dentro di sé, il consumo, il divertimento, l’evasione, lo svago, e lasciando nella vecchia città locale, fuori di sé, la droga, lo spaccio, l’emarginazione, la miseria, la solitudine. Dentro la città globale si è “liberi di” in tutto il mondo nella stesso modo, con le stesse carte di credito e gli stessi squilli di telefonini, gli stessi pantaloni tagliati sopra il ginocchio o le stesse magliette. Nella città locale invece si sogna di essere “liberi da” tutto ciò che lì viene accumulato, abbandonato, gettato, lasciato. Il degrado. 

Ecco allora che quello di Jorge Mario Bergoglio è un nuovo tentativo di far partire un recupero di consapevolezza di sé: volete capire che oggi la sfida è un’altra, lasciando la disperazione ai cantori dell’odio si finirà per fare il loro gioco. Sapremo capire? Sapremo capire che la rivoluzione delle nuove elité contro la globalizzazione finanziaria e le sue elités è figlia degli errori dei gruppi dirigenti dell’ordine liberale, che sono rimasti nel mondo di ieri mentre l’ ingiustizia conquistava le città locali nelle quali i dirigenti dell’ordine liberale non mettevano più piede? Lui, Bergoglio, nelle città locali ci ha sempre vissuto e seguita a viverci nonostante sia domiciliato a Santa Marta: la sua orazione perché i liberali tornino nelle città locali appare davvero fondamentale.

Le immagini dell’intervento di papa Francesco al Vertice panamericano dei giudici sui diritti umani e la dottrina francescana sono tratte dall’account twitter della giornalista Elisabetta Piqué @bettapique.

Francesco. “Liberi di”? Meglio “liberi da” ultima modifica: 2019-06-05T12:40:36+01:00 da RICCARDO CRISTIANO

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