Tito Boeri: “Senza immigrati regolari più debito e meno crescita”

“Oggi abbiamo bisogno degli immigrati, del lavoro degli stranieri, dei contribuenti immigrati, dei contributi previdenziali degli stranieri. Compensano il calo delle nascite nel nostro paese, che rappresenta la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro debito pubblico in generale e del sistema pensionistico in particolare”.
scritto da RAFFAELLA CASCIOLI

Inizia oggi la collaborazione tra ytali e Arel. Nell’approssimarsi della pubblicazione e della diffusione di ogni nuovo numero della rivista cartacea fondata da Beniamino Andreatta, il nostro magazine online ne anticiperà alcuni articoli. Quello che segue è il primo.

Al centro del dibattito politico ed economico degli ultimi due decenni, l’immigrazione contribuisce, e non da oggi, a contrastare il declino demografico italiano. Ma non solo. Gli stranieri, garantendo forza lavoro, forniscono un contributo essenziale a rendere sostenibile il debito pubblico e a finanziare il sistema di protezione sociale. Basti pensare che, a fronte di una popolazione italiana che invecchia, la quota degli immigrati under 25 che iniziano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5 per cento del 1996 al 35 per cento del 2015. In termini assoluti, secondo i dati Inps, si tratta di 150mila contribuenti in più ogni anno.

Se tutti sono d’accordo sul contrasto all’immigrazione irregolare, c’è però chi dimentica che per ridurre l’immigrazione clandestina occorre aumentare quella regolare,

spiega l’economista Tito Boeri, ex presidente dell’Inps, che negli anni in cui ha guidato l’Istituto ha più volte acceso il faro sull’apporto degli immigrati non solo al sistema di protezione sociale ma anche all’economia nazionale.

In questa intervista, Boeri ricorda come oggi nel nostro paese ci sia una forte polarizzazione nella domanda di lavoro: da un lato le aziende chiedono sia personale altamente qualificato sia addetti a mansioni ai livelli più bassi della scala retributiva. Non a caso in Italia c’è una forte domanda di lavoro immigrato, basti pensare alla continua ricerca di colf e badanti per l’assistenza di persone non autosufficienti. Tuttavia, si tratta spesso di una domanda che decreti flussi tutt’altro che realistici disattendono al punto che spesso si finisce per rivolgersi all’immigrazione irregolare. Prova ne è che appena il legislatore vara un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero – com’è accaduto non ultimo nel 2012 – il numero di colf e badanti s’impenna, a testimonianza del fatto che questi lavori vengono svolti spesso senza versamento dei contributi.

Proprio Boeri a luglio scorso, nell’ultima relazione annuale in qualità di presidente dell’Inps, ha ricordato che

gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano quella di immigrati e di persone con meno di 14anni. Questo avviene anche in altri paesi, ma la deviazione tra percezione e realtà è molto più accentata da noi che altrove. Non sono solo pregiudizi. Si tratta di vera e propria disinformazione.

Professor Boeri, gli stranieri sono un peso o una risorsa per l’economia italiana?
Gli andamenti demografici sono tali che gli stranieri sono oggi una risorsa importante per controbilanciare la tendenza all’aumento dei pensionati in rapporto alle persone che lavorano e versano i contributi. Una forza lavoro che diminuisce rende il nostro debito pubblico meno sostenibile: riduce la crescita economica e fa aumentare il debito pubblico pro-capite. Oggi abbiamo bisogno degli immigrati, del lavoro degli stranieri, dei contribuenti immigrati, dei contributi previdenziali degli stranieri. Compensano il calo delle nascite nel nostro paese, che rappresenta la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro debito pubblico in generale e del sistema pensionistico in particolare.

Quanto è cruciale in Italia il numero degli immigrati regolari rispetto alla spesa pensionistica? È vero che i contributi dei lavoratori stranieri hanno garantito la tenuta del sistema previdenziale?
Ogni anno gli immigrati versano alle casse dell’Inps sette miliardi in più di quanto ricevano in termini di prestazioni sociali e pensioni. Finanziano di fatto il reddito di cittadinanza. Certo, molti degli immigrati che iniziano a lavorare oggi nel nostro paese matureranno un domani il diritto di andare in pensione, ma non c’è dubbio che, dati gli oneri del finanziamento del debito pubblico, queste entrate nette sono per noi una manna. E le pensioni degli immigrati saranno tutte pensioni calcolate secondo il metodo contributivo, quindi sostenibili.

Nonostante ciò c’è però chi continua a sostenere che il saldo tra i versamenti dei contributi e gli assegni percepiti non sia attivo per i lavoratori stranieri e gli extracomunitari in particolare, molti dei quali beneficerebbero di diversi sostegni al reddito.
I calcoli dettagliati sono già stati fatti in sede di relazione annuale dell’Inps, dove è emerso chiaramente che il saldo è nettamente positivo per i lavoratori stranieri. Basti pensare che per le pensioni gli stranieri ricevono un miliardo e 800mila euro anche se la spesa arriva a 2,5 miliardi se si considerano quelle assistenziali; 2,8 sono invece i miliardi impiegati per le prestazioni di sostegno al reddito come disoccupazione e Cig (cassa integrazione guadagni) a fronte di 230 milioni per la malattia e 1,2 miliardi di prestazioni a sostegno delle famiglie. In totale le prestazioni per stranieri erogate dall’Inps ammontano a circa 6,8 miliardi di euro a fronte di entrate contributive pari a 13,8 miliardi di euro. Dunque, il saldo tra entrate contributive e uscite relative alle prestazioni erogate è per gli stranieri in attivo di ben 7 miliardi. Non altrettanto si può dire per gli italiani, dove il saldo tra quanto versato e quanto poi erogato è negativo per novanta miliardi di euro.

Lei ha in più occasioni sottolineato come le regolarizzazioni siano state il più potente strumento di emersione del lavoro nero attivato in Italia con un effetto duraturo sul comportamento lavorativo degli immigrati. Cosa potrebbe accadere se si bloccassero i flussi migratori?
Di certo aumenterebbe non solo il debito previdenziale ma l’intero debito pubblico. Oltre alle proiezioni contenute nel rapporto annuale dell’Inps dello scorso anno, la prima versione del Def 2018, elaborata proprio da questo governo, ha previsto tre scenari da qui al 2070. Nel primo scenario si è ipotizzato un livello di immigrazione base, nel secondo scenario una contrazione del trenta per cento dei flussi migratori e nel terzo un aumento del trenta per cento del numero degli immigrati. Ebbene, secondo le previsioni del governo giallo-verde, nel secondo scenario, ovvero quello in cui ci sarebbe stata una contrazione dell’immigrazione, il nostro debito pubblico appariva destinato ad aumentare oltre il 250 per cento. Nel terzo scenario, invece, il debito pubblico è previsto che nel 2070 si attesti sui livelli attuali con ben 130 punti di Pil legati all’immigrazione. Dunque, non c’è dubbio che gli immigrati rappresentano una risorsa per noi. Impedire loro di avere un permesso di soggiorno quando sono in Italia è una strada sbagliata, perché li destina al lavoro nero e li spinge nelle mani della criminalità organizzata.

Secondo una recente indagine di YouGov condotta su 46mila europei di cui cinquemila italiani i cittadini comunitari sono preoccupati più dalla fuga dei giovani che non dall’arrivo degli stranieri. Perché non riusciamo a digerire quella mobilità intra-UE che pure i ragazzi di oggi dimostrano di volere?
Sicuramente la mobilità all’interno dei confini europei è uno dei grandi vantaggi dell’Unione e non a caso sono proprio i giovani i più europeisti. I giovani sanno apprezzare i vantaggi legati alla possibilità di muoversi, di andare a studiare all’estero, in altre città europee, di cercare il lavoro là dove c’è. È anche una risorsa preziosa, perché grazie alla possibilità di muoversi si può evitare che si debbano pagare i sussidi di disoccupazione. Semmai il problema, soprattutto per quel che riguarda l’Italia, è che la nostra è un’emigrazione giovanile di qualità. È vero dunque che il problema non sono gli immigrati che arrivano da noi quanto piuttosto la fuga di cervelli, dei talenti.

Nella Relazione annuale da presidente dell’Inps lo scorso anno ho ricordato come la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata con la fine della crisi. Basti pensare che nel 2016, ovvero nell’ultimo anno per cui sono disponibili i dati dell’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, l’emorragia è stata pari all’undici per cento in più rispetto all’anno precedente. In sostanza, abbiamo perso altre 115mila persone e potrebbe essere una sottostima perché non tutti coloro che emigrano si iscrivono all’AIRE. Uno dei nostri maggiori problemi riguarda proprio il differenziale tra le competenze richieste dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori. Secondo i dati Ocse, noi oggi abbiamo il primato nella percentuale di lavoratori sbagliati al posto sbagliato, mentre invece basterebbe ridurre il gap tra competenze dei lavoratori e richieste delle aziende per aumentare del dieci per cento la nostra produttività, colmando di un quinto la distanza in termini di efficienza con gli Stati Uniti.

L’immagine d’apertura è una foto di Niccolò Caranti

Un quadro di Ashia, artista veneziana di origine senegalese

LA RIVISTA AREL

Fondata da Nino Andreatta nei primi anni Ottanta, dal 2007 la rivista dell’AREL si è rinnovata, diventando monografica: una parola diviene il veicolo di riflessioni aperte e interdisciplinari.

Nel corso degli ultimi dodici anni ha trattato di molti temi di attualità, con l’ambizione di andare oltre l’oggi e l’immediato futuro: immigrazione, città, potere, verità, dubbio, muri, popolo, ragione, ricchezza, violenza, ragione, tempo, caos, crisi, normalità, libertà, tregua (sul sito l’elenco completo con relativi indici e alcuni testi).

Hanno scritto per la rivista o hanno rilasciato interviste autorevoli esponenti di mondi diversi; tra loro: Giorgio Napolitano, Michel Barnier, Paolo Gentiloni, Enrico Letta, Carlo Azeglio Ciampi, Zygmunt Bauman, Leopoldo Elia, Miguel Ángel Moratinos, Michel Barnier, Marc Augé, Michel Maffesoli, Rita Levi Montalcini, David Le Breton, Piercamillo Davigo, Edoardo Boncinelli, Giuseppe De Rita, Romano Prodi, Marco Minniti, Tommaso Padoa-Schioppa, Eugenio Scalfari, Ignacio Taibo II, Emma Bonino, Walter Veltroni.

La rivista è attualmente diretta da Mariantonietta Colimberti.

La diffusione della rivista avviene attraverso canali diversi:

  1. Abbonati e soci AREL
  2. Acquisto online sul sito AREL (www.arel.it)
  3. Nelle Librerie Feltrinelli delle principali città italiane. 

L’ultimo numero, “Straniero”, riguarda uno dei principali (forse il principale) motivi conduttori del dibattito politico – e non soltanto politico – italiano ed europeo. La questione dello “straniero” e degli “stranieri” ha condizionato in modo preponderante la percezione dei cittadini delle democrazie occidentali rispetto a se stessi e alla propria condizione, finendo per incidere in modo determinante sull’espressione del consenso e sugli equilibri politici. Non è certo la prima volta che l’AREL se ne occupa (basti ricordare che nel lontano 1988 Nino Andreatta organizzò un convegno a Verona dal titolo “Venire da fuori. Il lavoro degli immigrati tra cambiamento e innovazione”, al quale parteciparono il fondatore della Caritas di Roma, il carismatico don Luigi Di Liegro, il leader degli studenti stranieri di Perugia, demografi e studiosi di discipline diverse. Da allora l’AREL ha promosso altre iniziative, tra cui un master in collaborazione con l’Università Cattolica di Roma per la formazione di operatori, il Global Permanent Forum che si è tenuto a Roma nello scorso marzo (nella rivista gli interventi di Enrico Letta e Catherine Wihtol de Wenden), seminari e convegni. 

Ma non soltanto di immigrazione si parla nel numero: perché “straniero” può essere chiunque, in senso esistenziale (nel numero c’è un’intervista immaginaria allo “straniero” per eccellenza, Albert Camus) o anche professionale: Ferdinando Salleo racconta quanto “straniero” debba o non debba essere un ambasciatore il cui dovere è quello di rappresentare il proprio paese in terra “straniera” appunto; e Giampaolo Di Paola riflette sul perché molti giovani, di ieri e di oggi, scelgano di andare a combattere guerre non proprie, guerre in terra “straniera”, come Giuseppe Garibaldi o come i foreign figthers. 

Tito Boeri: “Senza immigrati regolari più debito e meno crescita” ultima modifica: 2019-06-11T13:53:23+02:00 da RAFFAELLA CASCIOLI

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