La politica della parolaccia

L’escalation degli insulti personali nel dibattito politico è una tendenza che riguarda tutto il mondo ed è legata ai social media. In Italia però i talk show politici hanno avuto un ruolo determinante nella costruzione del clima attuale.
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

Qualche giorno fa andava in onda su Tf1 un clash (come è chiamato qua un aspro scontro televisivo) tra Daniel Cohn-Bendit e Gilbert Collard, deputato “attaccabrighe” del Rassemblement National. Entrambi i politici sono noti però per essere ospiti che facilmente si lasciano andare al battibecco, anche verbalmente duro. Davanti a più di sei milioni di francesi che in quel momento guardavano la diretta per conoscere i risultati delle elezioni europee, tra i due sono volati improperi come “connard”, “crétin” , “ordure”. Subito la notizia dello scontro è rimbalzata sui social media e pochi minuti dopo l’animata discussione, Tf1 raggiunge il picco d’ascolti della serata elettorale.

La scena ha lasciato molti di stucco: è raro infatti vedere i politici francesi insultarsi a suon di parolacce in diretta televisiva. Non che non manchino gli insulti nella vita politica francese, anche in assenza delle numerose trasmissioni politiche di cui dispone l’Italia. Si tratta molto spesso però di offese che non arrivano alla parolaccia; più spesso s’insinuano comportamenti scorretti da parte dell’avversario o ci si prende gioco di lui. Il turpiloquio rappresenta però davvero l’ultimo livello nel gioco delle offese reciproche. E quando scappa diventa un caso.

Abbondano invece i casi degli insulti rivolti ai politici, i quali generalmente rispondono con altri insulti, alla presenza delle diverse reti francesi all news. Come accade di solito all’annuale salone dell’agricoltura di Parigi. È capitato quasi a tutti. Come a Nicolas Sarkozy. Mentre stringeva mani a destra e a manca e un uomo si rifiutava di rispondere al suo gesto con un bel “non toccarmi che mi sporchi”, Sarkozy rispose nel peggior dei modi: “vattene allora imbecille” (Eh ben casse-toi alors, pauv’ con !). Altri hanno reagito in modo diverso. Come Jacques Chirac che al signore che gli gridava “Connard !”, l’allora presidente della repubblica aveva risposto con ironia “Piacere di consocerla! Io sono Chirac”.

Anche se la presenza della parolaccia in tv è davvero rara, tuttavia il dibattito politico francese è diventato più greve. Ne è convinto lo storico Jean Garrigues che parla di “una sorta d’isterizzazione e di brutalizzazione della vita pubblica francese che si è accompagnata allo sviluppo dei social media”. Una banalizzazione della violenza nelle conversazioni politiche quotidiane che ricalca molto spesso ciò che accade tra internauti nei social media e la trasformazione che le nostre relazioni sociali hanno subito, divenute oggi più “selvagge”.

Questa “democratizzazione della cattiveria”, come qualcuno l’ha chiamata, spesso è amplificata e sostenuta attivamente dal discorso pubblico e dalle gestualità dei partiti estremisti. I movimenti populisti hanno bisogno più di altri di espressioni forti se vogliono occupare lo spazio mediatico. Jean-Marie Le Pen era noto per gli insulti e le offese nei confronti degli avversari politici; Marine nel succedergli e rendere più “votabile” il Front National ha abbandonato anche questa pratica.

Chi invece non sembra essersi mai pentito degli insulti all’avversario politico o delle azioni violente è Jean-Luc Mélenchon. Del leader de La France Insoumise circolano più video in cui il suo esplosivo carattere lo porta a mettere le mani addosso all’interlocutore di turno. Perché anche i gesti sono ricercati, così come il linguaggio utilizzato. Secondo infatti la ricerca condotta da Nicoletta Cavazza (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) e Margherita Guidetti (Università di Padova) i politici e gli aspiranti tali usano le profanità allo scopo di aumentare la percezione dell’informalità del linguaggio utilizzato. Per essere percepiti come il comune uomo della strada. E attraverso la scurrilità attirano l’attenzione e incrementano il livello di oltraggio contro l’élite che si prefiggono di combattere.

Quando però i movimenti populisti diventano maggioranza, allora le conseguenze per la qualità democratica del paese diventano più gravi. Perché la democrazia funziona attraverso il dibattito e la razionalizzazione del dissenso, non con la violenza. Come, purtroppo, accade in Italia.

Il dito medio di Bossi ai fotografi, il “Vaffa Day” di Grillo, Berlusconi e gli elettori di sinistra “coglioni”, il “vada a farsi fottere” di D’Alema, i numerosi improperi di Sgarbi, Cacciari e Alessandra Mussolini, i tweet di Salvini, i video di Di Battista. La lista sarebbe lunga: negli ultimi quindici anni la classe politica italiana ha dato il peggio di sé nella trasformazione del discorso pubblico in un gioco di brutalità e violenza verbale preoccupante.

Come se attraverso l’uso della parolaccia il politico venisse riconosciuto dai cittadini-pubblico come parte della comunità, molto più dell’élite che si ostina a parlare il “politichese”, una lingua troppo difficile e distante dai cittadini. Una tendenza che era già cominciata in Italia con il linguaggio semplice e diretto di Berlusconi e che la nascita del Movimento cinque stelle e il diffondersi dei messaggi brevi e incisivi richiesti dai social media hanno probabilmente facilitato.

Tutti abbiamo nella memoria i “Vaffa Day” in cui “simpaticamente” il “non-politico” Beppe Grillo riversava insulti nel dibattito pubblico nazionale: “queste facce da culo, la faccia tipica del politico di oggi”; “basta con i servi dell’informazione a leccargli il culo, a non fare mai una domanda”; “la politica diventa merda”; “come fai a riformare una merda?”. In quel momento abbiamo iniziato a pensare alla politica come qualcosa di strettamente legato agli insulti e alle offese. Poi è venuto Matteo Salvini con i suoi tweet grevi e, talvolta, di incitamento alla violenza.

Anche se il linguaggio leghista non è del tutto nuovo. Diverso è il contesto in cui si trova ad agire, dopo il fallimento dei partiti mainstream. Scriveva qualche anno fa Lorella Cedroni (Il linguaggio politico della transizione):

Nel caso della Lega la comunicazione transita attraverso – e può sembrare paradossale – i canali più tradizionali della propaganda politica delle invettive urlate e scritte a caratteri cubitali, dello slogan ripetuto a squarciagola, delle parole d’ordine, dei gesti volgari che sdrammatizzano una certa tensione non celata e che sono anche il segno di una reale incapacità o impossibilità di condurre un dialogo, ossia di gestire una vera e propria azione politica.

E ancora:

Il linguaggio leghista è un linguaggio di rottura, di minaccia, di insofferenza. È il linguaggio della quotidianità che prende forma nella dinamica del comizio dove si stabilisce con il pubblico un contatto fisico senza mediazioni, dove il successo della comunicazione dipende dal feedback, l’effetto di ritorno, il corto circuito che l’oratore è in grado di stabilire con la folla.

Certo si sono aggiunti social media che da tempo alimentano un discorso pubblico violento. Ma forse una particolarità italiana è il talk show che si occupa di politica e che invade la programmazione delle reti televisive. I talk fanno ormai da cassa di risonanza degli insulti che i politici si lanciano nel tentativo di apparire vicini al “popolo” che queste trasmissioni “venerano”; poi i social media, dove si è spostato parzialmente lo scontro politico, amplificano ancor più le offese. Basta fare una semplice ricerca su YouTube per trovare i numerosi filmati dei vari insulti tra politici.

Un’influenza negativa quella dei talk che non si limita soltanto al linguaggio. È come raccontano il Paese che lascia basiti. Non c’è trasmissione politica che non preveda un collegamento esterno con la piazza – spesso in collera – che riversa sul politico di turno la sua ira e i suoi improperi. E che spesso non ama nemmeno ascoltare la risposta.

Le trasmissioni che in questi anni hanno invaso la televisione italiana hanno alimentato un sentimento anti-casta, in una competizione sempre più feroce tra chi offriva al pubblico italiano l’assalto più brutale al politico. Nel contempo invitandolo a rompere le sbarre de “La Gabbia” che imprigiona il “popolo” vittima o a fare “Piazza pulita”.

Prima o poi si dovrà scrivere del ruolo che il giornalismo italiano ha avuto nella quarantennale paralisi in cui si trova questo Paese.

Senza contare che in questi anni queste trasmissioni hanno lanciato personalità pubbliche di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Come La Gabbia di Gianluigi Paragone, oggi parlamentare Cinque stelle, che ha offerto spesso spazio alla teorie strampalate dei Diego Fusaro, dei Paolo Barnard e dei Claudio Borghi e ha reso le loro teorie marginali accettabili (anche se basate su assunti erronei) e i loro sostenitori presentabili.

Oppure gli ospiti fissi delle trasmissioni di La Sette, come Francesca Donato e Antonio Maria Rinaldi, le cui “conoscenze” economiche sono state spesso oggetto di contestazione dagli esperti e il cui successo televisivo li ha portati dritti dritti al Parlamento europeo come parlamentari della Lega.

Trasmissioni televisive dove gli interlocutori sono sempre gli stessi (i vari Telese, Giordano, Travaglio). Che nulla apportano alla discussione pubblica se non la mera contrapposizione ideologica, compiacente del partito di turno al potere.

La politica della parolaccia ultima modifica: 2019-06-12T09:50:27+02:00 da MARCO MICHIELI

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