Guatemala. Si vota, ma il 66% non sa per chi

Il Paese centroamericano alle urne per eleggere il nuovo presidente, 158 deputati del Congresso e rinnovare le cariche municipali, dopo una campagna elettorale caratterizzata dalla questione del narcotraffico e della corruzione.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Domenica prossima, 16 giugno, il Guatemala sarà chiamato alle urne per eleggere il nuovo presidente, 158 deputati del Congresso e rinnovare le cariche municipali, dopo una campagna elettorale caratterizzata dalla questione del narcotraffico e della corruzione. Temi che secondo gli osservatori saranno destinati a pesare maggiormente in seguito alla decisione del presidente uscente Jimmy Morales di espellere la Comisión Internacional Contra la Impunidad en Guatemala (CICIG). Si tratta di un organismo delle Nazioni Unite che si è installato nel 2007 in Guatemala e ha indagato su casi di corruzione che hanno costato il carcere all’ex presidente Otto Pérez e alla sua vice Roxana Baldetti. 

Dopo un primo periodo in cui il presidente Jimmy Morales aveva appoggiato l’attività del CICIG, ha fatto seguito una repentina svolta dopo che nel mirino delle indagini non ci è finito lui stesso, spingendolo a non rinnovare il permesso di restare nel Paese, da cui sarà espulso a settembre. Tuttavia, prima di fare le valige, il CICIG ha avuto il tempo di emettere un lapidario giudizio sul Congresso della Repubblica, secondo il quale

si è convertito in una tribuna di confluenza e patto tra attori economici, politici, militari e criminali che si sono beneficiati impunemente di potere e arricchimento indebiti.

A correre alla massima carica guatemalteca che governerà dal 2020 al 2024 si presentano ben diciannove candidati, di cui solo due sembrano in realtà avere qualche chance di essere eletti. Se nessuno di loro raggiunge più del cinquanta per cento dei voti, la legge elettorale prevede un secondo turno fissato domenica 11 agosto. 

Va pure detto che la recente Ley de Partidos Políticos non ha accolto le istanze di democratizzazione che venivano da ampi settori del Paese, mancando l’obiettivo di riformare veramente il sistema politico guatemalteco, il quale esclude ancora le donne e cittadini di origine indigena, impone un numero più alto di affiliazioni per fondare un nuovo partito, con la conseguenza che in tal modo la partecipazione di ampi settori della società che hanno scarse risorse rimane marginale.  

Corridoio obbligato del passaggio della droga dalla Colombia agli Stati Uniti, quello del narcotraffico è stato uno dei temi dominanti di tutta la campagna elettorale, durante la quale è emersa palpabile la preoccupazione che i cartelli della coca e del crimine organizzato possano penetrare attraverso la rete di corruzione negli organismi elettivi, approfittando della frammentazione (sono ben 28 i partiti nel Paese) e debolezza del sistema partitico che può favorire il prevalere degli interessi personali di politici e amministratori. 

Già nel 2013 un rapporto dell’Associazione degli Stati Americani (OEA) denunciava che l’ottanta per cento della cocaina con destino i mercati nord americani passava per il Centro America e il Messico, partendo via mare dalle coste della Colombia, muovendosi con sommergibili o per terra. 

Non devono quindi stupire più di tanto i clamorosi casi di Mario Estrada, ex candidato alla presidenza, e dell’aspirante deputato Julio José Rosales che sono stati carcerati sotto l’accusa di essere al servizio del cartello messicano di Sinaloa, dal quale avrebbero avuto finanziamenti per la loro campagna in cambio di favori nella fabbricazione e nel trasporto della droga. 

Pare anche plausibile che la continuazione delle indagini sui legami tra Estrada e il narcotraffico possano portare alla luce altre illecite relazioni con altri personaggi dell’area governativa. Tanto più che la diffusione delle reti criminali è anche favorita dalla mancanza di lavoro per i giovani e dall’alto tasso di corruzione di cui sono afflitte le forze di polizia. Un panorama non nuovo nei regni centro americani delle pandillas

Sandra Torres in un comizio a Tajumulco, San Marcos

I sondaggi danno in vantaggio con un venti per cento la sessantatreenne Sandra Torres, esponente di Unidad Nacional de la Esperanza (UNE), formazione socialdemocratica, la stessa che portò alla presidenza nel 2008 il marito Álvaro Colom. È la favorita al ballottaggio dopo che la Corte Costituzionale ha escluso dalla corsa l’ex procuratore generale Thelma Aldana e Zury Ríos , figlia del sanguinario dittatore Efraín Ríos Montt, deceduto recentemente e serenamente nel suo letto. Faccia non nuova della politica, su cui pesa un’accusa di finanziamento illecito per la campagna del 2015 sospesa per l’immunità di cui gode come candidata, Torres si è messa in luce durante la presidenza del marito per l’attività a favore della parte più debole della società guatemalteca. 

La segue il medico e leader di Vamos, formazione conservatrice, Alejandro Giammattei al quattordici per cento, sicuro di andare al ballottaggio. Pure su lui qualche ombra. Durante la sua direzione del sistema penitenziario fino al 2007, sette condannati morirono in una prigione. Il che gli costò l’accusa di abuso di potere, assassinio e di esecuzione extra giudiziale, dalla quale si è salvato senza passare per un processo e dopo aver trascorso nel carcere di Pavón dieci mesi. 

Al centro il dottor Alejandro Giammattei. L’indice alzato è il “messaggio” della sua campagna

La sua idea è di erigere un muro d’investimenti alla frontiera tra il suo Paese e il Messico, per frenare il fenomeno massiccio d’emigrazione che interessa paesi vicini come l’Honduras e il Salvador, da cui sono partite nei mesi scorsi le carovane di disperati che hanno messo in allarme Trump e hanno costretto nei giorni scorsi Lopez Obrador a sottoscrivere un accordo che prefigura un sostanziale giro di vite. 

Ultimo candidato di cui merita parlare è Álvaro Arzú, figlio di un ex presidente, vicino politicamente a Jimmy Morales, dato solo al terzo posto nei sondaggi. Il suo refrain, che già più volte ha ripercorso in lungo e in largo l’America Latina, è portare l’esercito in strada per aumentare la sicurezza e costruire un milione di abitazioni. Non è dato capire con quali risorse.

Un comizio di Álvaro Arzú

Oltre ai temi del narcotraffico e della corruzione, il dibattito della campagna ha ruotato attorno alla spesa pubblica, agli investimenti stranieri e al finanziamento di programmi di sostegno sociale, tenuto conto che il peso della povertà è aumentato nel decennio che si è chiuso nel 2016, e oggi l’Istituto di Statistica stima che la percentuale di popolazione affetta da povertà e da estrema povertà arriva al 59,3 per cento. Allo stesso modo sono in aumento la disoccupazione e il lavoro informale, che nel 2018 sono cresciuti rispettivamente del 2,8 e del 70,9 per cento, sempre secondo le fonti ufficiali. 

A poche ore dall’apertura delle urne e dalla fine di una campagna in cui i vari candidati hanno cercato di far conoscere la loro proposta all’elettorato, continua comunque a prevalere l’incertezza e il rifiuto della politica. Un dato confermato anche dal sondaggio di Cid Gallup secondo il quale il 66 per cento degli elettori non ha un partito preferito. Passato il gira di boa di domenica prossima, tutto sarà probabilmente deciso ad agosto. 

Guatemala. Si vota, ma il 66% non sa per chi ultima modifica: 2019-06-14T14:04:07+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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