Perché l’Italia si lega a Salvini

Il fenomeno del rapido e impetuoso successo leghista in un saggio di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto.
scritto da NUCCIO IOVENE

Nel giro di un anno, dalle elezioni politiche del marzo 2018 alle elezioni europee ed amministrative del 2019, compresi i ballottaggi del 9 giugno scorso e le amministrative in Sardegna di questa settimana, e passando per diverse elezioni regionali e dodici mesi di campagna elettorale permanente, la Lega di Salvini è diventato il primo partito italiano, governa il Paese in alleanza con i 5 Stelle che hanno invece registrato la loro prima seria sconfitta elettorale, e tutte le principali regioni del nord insieme a tanti comuni, guidando al contrario una coalizione di centrodestra di cui si presenta come la principale forza trainante.

Eppure solo pochi anni addietro , nel 2013, la Lega aveva subito una sconfitta cocente, travolta dagli scandali e dal crollo della leadership indiscussa, fino ad allora, di Umberto Bossi ottenendo il suo risultato elettorale peggiore: il quattro per cento e poco più di un milione e 300mila voti.

Cosa ha portato la Lega, in così poco tempo, a diventare il primo e per il momento principale partito del Paese? Subito dopo le elezioni politiche del 2018 avevano immediatamente provato a spiegarlo due docenti universitari, Gianluca Passarelli e Dario Tuorto, nel libro La Lega di Salvini. Estrema destra di governo, edito da il Mulino, avanzando ipotesi che si sono viste confermate nei passaggi successivi che abbiamo appena richiamato. Un motivo in più per leggerlo e provare a comprendere, al di là della superficie, quanto profonda e radicale sia stata la trasformazione impressa da Salvini, proprio a partire dalla sconfitta del 2013, al partito di cui era appena diventato leader.

In una delle sue innumerevoli presenze televisive

Innanzitutto è bene ricordare, e giustamente lo sottolineano gli autori in apertura del volume, che la Lega è attualmente il partito più vecchio tra quelli presenti in Parlamento, è stato ripetutamente al governo con Berlusconi, e ha avuto risultati elettorali altalenanti, in ogni caso fino al 2018 territorialmente radicati al nord.

Secondo gli autori, Salvini, preso in mano il partito, accelera verso una connotazione

di estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti.

A queste caratteristiche Salvini accompagna

una torsione politica del partito che passa da movimento federalista, autonomista e secessionista a formazione che si proietta totalmente su scala nazionale

fino addirittura all’eliminazione del vecchio simbolo del partito e della parola “Nord” dal nome. Ma a differenza dell’altro Matteo, il rottamatore Renzi, che individuava i suoi principali avversari nel suo stesso partito,  Salvini opera, come sottolineano Passarelli e Tuorto, “mutando nella continuità”. E pur essendo uno che ha fatto solo politica (il consigliere comunale a Milano per 19 anni dal 1993 – quando era appena ventenne – al 2012, dal 2004 per tre legislature il parlamentare europeo e dal 2018 il senatore, grazie al “rosatellum”, eletto in Calabria) è riuscito ad apparire come un fustigatore delle vecchie classi dirigenti.

Un selfie con la “squadra” leghista del governo gialloverde

Ovviamente il libro analizza con puntualità, con il corredo di grafici e tabelle, tutti i principali passaggi della vita della Lega, a partire dagli esordi del 1992, il suo radicamento sociale e territoriale, la sua forma organizzativa e gli oltre vent’anni di leadership indiscussa di Umberto Bossi, fino alla malattia e agli scandali che l’hanno messo fuori gioco consentendo appunto l’arrivo di Salvini. Il libro smaschera anche la cosiddetta “rivoluzione del buonsenso” di cui l’attuale leader si fa promotore: “banalità che si fa ideologia”, “una sequela di luoghi comuni” che riesce ad affermarsi

per assenza di competitor interni ma anche grazie alla scarsa memoria collettiva del  Paese che consente di legittimare il Salvini pensiero anche quando esprime menzogne storiche.

La velocità dei cicli politici forse richiederebbe già un aggiornamento del lavoro di Passarelli e Tuorto i quali a un certo punto affermano (ricordiamolo, prima delle ultime elezioni) che non si può

ancora parlare di radicamento nazionale del voto alla Lega, ma solo di nazionalizzazione del messaggio.

Il salto dal 17 del 2018 al 34 per cento del 2019 forse impone una valutazione, a questo punto, più approfondita. Perché se è certamente fondata la considerazione degli autori che sottolineano come

la Lega, al netto di molti elettori illusi da Salvini e adescati da un rampante populismo che incita alla lotta tra poveri, era e rimane un partito del Nord e per il Nord, le cui politiche (proposte per ora) non farebbero che aumentare le disuguaglianze e la distanza tra Nord e Sud fino a generare una secessione de facto.

Il libro ricorda anche che nel frattempo

il focus territoriale si è spostato da un livello subnazionale a uno sovranazionale, e le rivendicazioni dalle istanze di un partito regionalistico mobilitato contro lo Stato-Nazione  a quelle di un partito nazional-popolare mobilitato contro l’Europa e le sue politiche.

Ovviamente il saggio affronta in più punti quanto le politiche sull’immigrazione di Salvini abbiano pesato sui successi recenti della Lega. Occorre ricordare che la legge sull’immigrazione attualmente in vigore è ancora la Bossi-Fini, tanto per tenere a mente il background delle attuali posizioni, ma se questo tema era considerato nel 2008 solo dal dieci per cento dell’elettorato leghista come il problema principale, dieci anni dopo è un quarto dell’elettorato leghista a considerarlo tale.

L’altra sottolineatura riguarda il ricorso strumentale alla religione come

strumento chiave nella strategia di penetrazione all’interno di un elettorato tradizionalista e schierato a destra.

Un selfie e un rosario in vista

Anche l’incontro con il Movimento 5 Stelle e la loro attuale comune partecipazione al Governo del Paese non è poi così strana: la Lega fin dalla sua nascita si è scagliata contro il sistema dei partiti all’epoca dominante, i 5 Stelle molti anni dopo nascono come partito di protesta.  Basti ricordare gli slogan dell’uno (contro “Roma Polo” e contro “Roma Ulivo”) e quelli dell’altro (Pd meno L…per sottolineare la somiglianza tra i due principali partiti e schieramenti nelle ultime legislature).

Due populismi complementari, sottolineano Passarelli e Tuorto, basati “sul populismo di estrema destra anti-immigrazione e identitario della Lega e la retorica contro le caste del Movimento 5 Stelle” e i cui elettorati, sebbene diversi ancora su tanti punti,  risultano meno distanti di quanto possa sembrare a prima vista, per esempio su uno dei temi più caldi del momento come l’immigrazione.

L’elettorato leghista e quello dei 5 Stelle sono condizionati dalla paura come ideologia, il primo, e dal tema della povertà, il secondo.

Reggerà la collaborazione al governo della Lega con i 5 Stelle? E fin dove si spingerà la competizione, comunque esistente e forte, tra le due forze politiche? Riuscirà la Lega ad affermare la propria leadership sugli alleati del centrodestra?

A queste domande finali del libro hanno già dato una risposta i più recenti risultati elettorali confermando le ipotesi lì contenute o in parte smentendole. Attualmente la trazione leghista del centrodestra risulta evidente, così come la forza centripeta che essa esercita, da Toti a Musumeci, su aree sempre più estese di quella che fu Forza Italia, oltre allo sdoganamento e all’accoglienza, sotto le proprie ali protettrici, delle forze della destra più estrema come Casa Pound.

Il Movimento 5 Stelle non sembra essere in grado di rappresentare ancora un argine invalicabile al Sud al dilagare leghista ed alla sua ambizione di farsi “progetto realmente nazionale”, e sembra proprio prendere corpo quello scenario probabile, ipotizzato a conclusione del libro,

in cui una significativa componente elettorale del movimento, la più simile in quanto a profili sociali e politici,venga assorbita dalla Lega.

Meno indagata, e forse invece meriterebbe un approfondimento, è la bulimia social e televisiva del leader Salvini, del peso che ha esercitato nella recente fase di crescita della Lega e dei suoi consensi, e del livello di saturazione che rischia di raggiungere, come già successo all’altro Matteo. Se cioè il recente risultato delle elezioni europee possa rappresentare per la Lega il punto di massima espansione, come già accadde al Pd nel 2014, e la boa superata la quale può aprirsi un’altra fase politica, meno trionfale ed in discesa rispetto alla precedente.

Ovviamente questo dipenderà da fattori diversi, molti dei quali fuori dalla Lega e dal suo campo. Quale sarà l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’Italia? Come andrà la situazione economica nei prossimi mesi? Riuscirà il Pd a rappresentare una opposizione credibile ed una alternativa possibile? I 5 Stelle continueranno a essere subalterni rispetto all’agenda politica e ai toni del loro alleato di governo? È quanto verificheremo nei prossimi mesi.

Perché l’Italia si lega a Salvini ultima modifica: 2019-06-17T15:51:17+02:00 da NUCCIO IOVENE

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