Una Vida da raccontare

I ”Vidani” hanno promosso un laboratorio di scrittura. La restituzione dei risultati è avvenuta in una bella serata comunitaria di fronte all’ultimo spazio pubblico di un campo tra i più vivi della città che non sia stato sottratto ai suoi abitanti.
scritto da MARIO SANTI

La crescita di comunità capaci di occuparsi del bene comune è una delle condizioni per cui una città sia tale. Gli “abitanti della Vida” hanno promosso un laboratorio di scrittura, con il prezioso aiuto dall’associazione culturale Bottega Vaga e in particolare di Alberta Toninato, che l’ha condotto e curato.

La restituzione dei risultati è avvenuta sabato 15 giugno in campo San Giacomo, davanti al pubblico radunatosi davanti alla Vida “co’ scugeri e pironi” per mangiare in campo

Come quella sera è successo in tanti altri posti della città dove i veneziani e i loro ospiti si sono riappropriati dei loro “salotti”.

Mi sembra che proporre ai lettori di ytali La Vida, nella versione testuale e video, disponibile su YouTube abbia un senso per due motivi.

Come vedrà chi avrà la pazienza di dedicare poco più di una quarto d’ora alla visione del filmato emerge in tutto il suo spessore come l’esperienza della Vida sia un’esperienza di “costruzione di una comunità”.

Singole e singoli, che si sono trovati a essere comunità attorno alla cura di un bene comune.

Per far sì che l’ultimo spazio pubblico di un campo tra i più vivi della città non fosse sottratto ai suoi abitanti.

Si sono ritrovati come “abitanti” della Vida quelli che stavano in campo e nelle vicinanze; quelli vi passavano davanti venendo da fuori Comune e lavorando in città; venete e veneti che frequentano Venezia per studio o lavoro; e anche qualche “foresto” amante di una Venezia che, oltre a monumenti da visitare, offra relazioni con abitanti che ne incarnano la storia.

Ecco perché nelle varie fasi della scrittura alla fine sapientemente assemblata da Alberta, ritroviamo i contributi di Isabel, francese, che con un’associazione culturale frequenta e ha scambi con Venezia, e di “A.”, una delle anime della Vida, che abita sul graticolato romano ed è “eroe dello sgombero” del 6 marzo 2018. 

E perché nel racconto trova spazio la presenza di Emanuel, l’argentino giramondo che alla Vida s’è fermato per alcuni mesi, trovando ospitalità residenziale e un lavoretto per mantenersi.

Persone che alla Vida hanno dato qualcosa e dalla Vida qualcosa hanno preso.

Perché quel che la Vida racconta è che relazione e scambio tra gli abitanti sono l’anima della comunità e la condizione per essere aperta e inclusiva.

Quindi per essere una parte costituiva e costituente di una città. Un bene prezioso che va salvaguardato. 

È un bel problema anche per chi vorrà e dovrà governare la Venezia del futuro. 

Che dovrà porsi alcune domande.

Il patrimonio pubblico va venduto per fare cassa e per favorire il turismo o dato in gestione alle comunità che lo riempiono di cultura, relazioni, servizi che mancano?

Le comunità che difendono i loro luoghi e i loro spazi sono l’ultimo ostacolo da eliminare per poter finalmente sviluppare un turismo che è il solo in grado di dare lavoro o sono la base di una città capace di offrire ai suoi nuovi abitanti casa e lavoro, servizi, cultura e relazioni?

Un’ultima cosa. Quel che è bello di una comunità, è anche che non basta reprimerla per spegnerla.

I Vidani sono fuori dall’antico teatro, ma esistono ancora. E resistono.

Il rischio “ristorante” c’era e c’è. 

Ma non è scontato e non sarà semplice sottrarre l’ultimo spazio in campo e consegnare l’antico teatro di Anatomia a una rendita turistica che non solo occupa, aggredisce ormai tutto il patrimonio edilizio, (residenziale e commerciale) in città storica, ma sta cominciando ad aggredire la terraferma.

Come rilevano i giornali la “domanda di legalità degli occupanti” è pronta alla battaglia urbanistica per far rispettare le destinazioni di piano. L’Antico teatro non può ospitare che

Musei; sedi espositive; biblioteche; archivi; attrezzature associative; teatri; sale di ritrovo; attrezzature religiose.

Per trasformarlo in ristorante il Comune dovrebbe cambiarne la destinazione d’uso*

Gli abitanti sono pronti ad andare al Consiglio comunale che dovesse farlo.  

Troveranno altre comunità, quelle dei gasometri, dell’orto botanico, i mestrini dei grandi hub alberghieri che stanno intasando territorio e trasporti…

Comunità di veneziani e mestrini che sono la città, d’acqua e di terra, a chiedere ai loro governanti se immaginano per loro un futuro diverso dalla monocultura turistica.  

E a fare vedere che un diverso modello di città è possibile…

*NOTA

Allo stato, è noto che sarebbero illegittimi e perseguibili i comportamenti sia del proprietario che volesse fare prevalere un dato catastale (meramente fiscale) su una destinazione di piano urbanistico (che ha valore di legge) sia di un’amministrazione comunale che facesse finta di non accorgersene e non bloccasse risolutamente la trasformazione.
L’unica strada è perciò quella di un cambio di destinazione d’uso da assumere con variante di piano da discutere in consiglio comunale.


Una Vida da raccontare ultima modifica: 2019-06-17T19:19:23+02:00 da MARIO SANTI

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