Iran, lo scontro vero è tra Pentagono e servizi (Pompeo&Bolton)

Il dipartimento della difesa non ha da mesi un titolare dopo l’allontanamento di Jim Mattis. E le crisi, come quella attuale nel Golfo, sono gestite dagli apparati che fanno capo all’ex direttore della Cia, Mike Pompeo, attuale segretario di stato, e al consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. Il presidente oscilla tra la riluttanza dei militari a intervenire e la spinta dei due falchi.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Si può andare in guerra senza il capo del Pentagono? È pensabile affrontare una potenza militare ben armata e addestrata quale è l’Iran con i generali che frenano, proprio perché consapevoli, molto più di ambasciatori con l’elmetto ed ex capi della Cia, che se entri in guerra devi mettere in conto che non sarà qualcosa di limitato e circoscrivibile? Fuori dagli abusati schemi narrativi, vedi falchi contro colombe, per provare a capire, e non a profetizzare, come possa evolversi l’escalation in atto tra Stati Uniti e Iran, più che al Golfo Arabico sarebbe il caso di provare a entrare, giornalisticamente parlando, nelle segrete stanze del Pentagono, per cogliere anche i complessi rapporti che legano i vertici della Difesa statunitense con la Casa Bianca e le altre “anime” dell’amministrazione Trump. Partendo da una realtà che è già storia: The Donald ha manifestato un fascino per la divisa, tanto da riempire di ex generali la sua prima squadra presidenziale. Salvo poi ripensarci e fare un repulisti, quando i generali promossi si dimostravano non in sintonia con le strategie bellicose evocate dai duri di Washington.

Esemplare in tal senso, è la parabola discendente di Jim Mattis, il generale pluridecorato messo da Trump a capo del Pentagono per poi rimuoverlo per le divergenze manifestate circa il disimpegno in Siria e la politica aggressiva da perseguire nei confronti dell’Iran. Così come il siluramento del generale H. R. MacMaster, sostituito un. anno fa da John Bolton.ùLa scelta del capo del Pentagono è, tradizionalmente, una delle più delicate che un presidente deve assumere: in genere, i suoi predecessori avevano puntato su uomini da un curriculum militare di prima grandezza, capaci di esercitare non solo autorità ma autorevolezza nei riguardi dei capi degli stati maggiori, i generaloni a cinque stelle.

Trump, invece, ha scelto di sostituire Mattis con una figura più sbiadita: Patrick Shanahan, nominato nel dicembre scorso segretario alla difesa ad interim. Incaricato durato sei mesi, fino a lunedì scorso, quando Shanahan ha ufficializzato la sua uscita di scena dopo che media americani hanno rivelato una vicenda di violenza domestica che ha coinvolto la sua famiglia. Al suo posto è arrivato, sempre ad interim, Mark Esper, finora segretario all’esercito. La Casa Bianca ha annunciato che Trump “intende” nominarlo in modo permanente, come aveva fatto per Shanahan. È stato proprio durante il controllo di routine da parte dell’Fbi sul segretario nominato che sarebbe emersa la vicenda, risalente al 2001, che ha portato Shanahan a rinunciare alla nomina e lasciare quindi l’incarico ad interim.

Memore di questo precedente, The Donald si sarà informato sui trascorsi “domestici” di Esper, ma resta il fatto, messo in risalto dai media americani, che comunque la scelta di Trump è caduta su una personalità che non può competere, per caratura e trascorsi, con gli ispiratori della linea dura contro l’Iran nell’amministrazione Trump: il segretario di stato Mike Pompeo e il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton: un ex capo della Cia e un ex ambasciatore alle Nazioni Unite che hanno invaso il campo del Pentagono, come sottolinea The Economist nel suo ultimo numero.

Il segretario di stato Mike Pompeo

Da mesi a Washington la questione aperta è quella dei militari, del loro peso reale nelle strategie geopolitiche della Casa Bianca: una questione che non sembra possa risolversi con nomine “deboli” al vertice del Pentagono. I militari frenano i raid voluti da Pompeo e Bolton, ispirati dai servizi di intelligence, a loro volta in stretta sintonia con le intelligence dei paesi alleati degli Usa in Medio Oriente: Israele e Arabia Saudita.

E allora: sanzioni a gogò, pressioni militari crescenti,  raid sospesi all’ultimo minuto ma non cancellati. E ora i cyber attacchi. Gli “Stranamore” di Washington modificano i mezzi ma non cambiano l’obiettivo: abbattere il regime degli ayatollah. Il fine è questo, e non il contenimento della penetrazione della mezzaluna sciita in Medio Oriente. Donald Ttump può modulare gli strumenti di attacco, essere falco e colomba a giorni alterni, ma quella che l’inquilino della Casa Bianca sembra non voler  mettere in discussione , ma semmai contenere, è la dottrina che al momento appare vincente all’interno della sua amministrazione: quella del duo Pompeo&Bolton. Una strategia di attacco, quella indicata dal segretario di Stato e dal consigliere per la sicurezza nazionale, che trova un sostegno attivo, partecipe, dei due più stretti alleati degli Usa in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Sono loro, Mike Pompeo e John Bolton, ad aver spinto per una dimostrazione muscolare che ha come obiettivo finale la caduta del regime. E questo nonostante i dubbi manifestati dai vertici militari statunitensi.

Data la lunga esperienza di Bolton nell’esagerare e manipolare le informazioni per giustificare l’uso della forza – scrive Foreign Policy – si potrebbe essere tentati di liquidare il tutto come fake news.

Ma la prospettiva che l’Iran possa dar vita a una provocazione che vada a scatenare un confronto militare più ampio è molto reale, anche se va detto che è proprio la politica dell’amministrazione Trump volta a mettere sotto pressione Teheran che ha enormemente amplificato il pericolo.

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ad Abu Dhabi incontra il principe della corona Mohammed bin Zayed Al Nahyan, 29 maggio 2019

Lo scorso febbraio lo stesso Bolton ha chiesto al Pentagono opzioni militari contro l’Iran. Non è affatto un caso se, dall’inizio dell’anno, l’ex ambasciatore Usa all’Onu, abbia rafforzato il suo staff con due falchi anti-Iran come Charles Kupperman e Richard Goldberg. Quest’ultimo, come riporta The National Interest,

considera il regime di Teheran simile all’Unione Sovietica, un centro di una controcultura globale anti-americana

che occorre far cadere attraverso un cambio di regime. Un obiettivo pienamente condiviso dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Quanto a Trump, il tycoon americano ripete di non volere la guerra con l’Iran, ma che  è

pronto a difendere le forze e gli interessi Usa nella regione.

Interessi che coincidono totalmente con quelli del più stretto alleato di The Donald nella regione: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

La pressione sale sull’Iran, ma i tamburi di guerra non sono ancora suonati,

annota su Haaretz Amos Harel, tra i più autorevoli analisti militari israeliani. Di certo, i falchi di Gerusalemme hanno sposato in pieno pratiche e obiettivi dei loro omologhi a Washington. Il contenimento delle mire espansionistiche di Teheran in Medio Oriente non è più l’obiettivo prioritario. Occorre mirare più in alto: abbattere il regime degli ayatollah.

Da tempo e in ogni consesso internazionale abbiamo denunciato la pericolosità del regime iraniano e la sua determinazione ad assumere una posizione di comando in Medio Oriente. Non si tratta solo del dossier nucleare. Non c’è Paese del Medio Oriente in cui Teheran non ha allungato i suoi tentacoli, direttamente, come in Siria, Iraq e Yemen, o indirettamente, come in Libano attraverso Hezbollah o a Gaza con la Jihad islamica, afferma Yuval Steinitz, uno dei ministri israeliani più vicini a Netanyahu.

La minaccia iraniana non è solo una minaccia per lo Stato di Israele, ma per molti degli attori della regione – gli fa eco Oliver Sachs, l’ambasciatore d’Israele in Italia- È una minaccia per i russi nella questione Siria, perché non consente la possibilità di riportare la stabilità nel paese. È una minaccia per l’Egitto, perché il sostegno al terrorismo a Gaza crea instabilità nella Penisola del Sinai. È una minaccia per la Turchia a causa del cambiamento dell’equilibrio demografico in Siria tra sciiti e sunniti e soprattutto ciò rappresenta una minaccia per gli Stati sunniti del Golfo .

Un marinaio statunitense nelle operazioni nel Golfo

I duri di Washington di fatto, gli alleati del clan dei falchi vicini alla Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e dei comandanti del corpo dei Guardiani della rivoluzione e dei servizi di sicurezza della Repubblica islamica, che non hanno mai veramente digerito i negoziati per l’accordo nucleare con il “grande Satana” da parte del governo moderato guidato dal presidente Hassan Rohani…I falchi di Teheran, come quelli di Washington, non avevano niente da guadagnare dalla distensione auspicata tanto da Barack Obama quanto da Hassan Rohani.

La scommessa dei due uomini si fondava sull’idea che il miglioramento della situazione economica cui aspira la popolazione iraniana, in particolare le classi medie urbane, le meno soggette all’influenza religiosa, avrebbe portano a una definitiva distensione tra i due paesi”. Ma la distensione, almeno in Medio Oriente, non è una priorità per Pompeo. O meglio, la distensione, nell’ottica dell’America first”, per essere contemplata deve venire a seguito di un ridimensionamento sostanziale della presenza iraniana in Medio Oriente; ridimensionamento che, nello schema trumpiano, è un passaggio ma non la meta. Perché la “meta” resta l’abbattimento del regime degli ayatollah. Ed è proprio la meta a dividere Stati Uniti ed Europa.

Gli affari c’entrano, eccome, e aver deciso di uscire unilateralmente da un accordo fortemente voluto e oggi difeso dall’Europa, è anche uno schiaffo, pesante, inferto su questo piano da The Donald ai leader del Vecchio Continente. Ma gli affari non spiegano tutto. Perché alla base dell’accordo del 2005, c’era la convinzione, da parte europea e dell’allora presidente Usa Barack Obama, che “sdoganare” non il regime in toto, ma la sua componente riformatrice che aveva e ha in Rouhani il suo terminale, poteva fare dell’Iran un soggetto stabilizzatore dei conflitti che segnano il Grande Medio Oriente.

Un interlocutore da incalzare, non un nemico da abbattere. Rouhani, dal canto suo, aveva investito su quell’accordo, per vedersi riconosciuto questo ruolo di stabilizzatore e, cosa non meno importante, fare di quell’accordo il volano per l’ingresso di nuovi capitali occidentali, decisivi per dare corso a quelle promesse di riforme sociali ed economiche che hanno convinto i giovani, la classe media urbana, a sostenerlo contro i conservatori guidati dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Scegliendo la linea durissima, Pompeo sa bene chi ne risulterà avvantaggiato nello scontro interno al regime iraniano: Ali Khamenei. Ma per raggiungere la meta finale, l’America di Trump ha bisogno che il volto dell’Iran sia il più impresentabile e minaccioso, per dimostrare che quel regime è irriformabile, e rappresenta una minaccia per il mondo libero.

È una riedizione dell’“Asse del Male” di George W. Bush: indicare il Nemico assoluto, la Minaccia alla sicurezza, oltre che agli affari del “mondo libero”, identificato con l’Occidente, e costruire le condizioni per uno scontro che non prevede compromessi. L’attacco degli Stati Uniti all’Iran non è arrivato, come programmato inizialmente, con dei raid aerei, ma con una cyber offensiva. Secondo quanto riporta il New York Times, Washington ha sferrato un’offensiva digitale contro un gruppo di intelligence iraniano che i servizi segreti Usa credono sia dietro all’attacco alle petroliere nel Golfo del’Oman. L’attacco dello Us Cyber Command è stato portato a termine lo stesso giorno in cui Trump ha fermato i raid aerei contro stazioni radar e batterie missilistiche di Teheran. Ma sul piano militare, l’Iran non è l’Iraq di Saddam Hussein. Sia per armamenti che per preparazione, l’esercito iraniano e i Pasdaran sono molto più attrezzati.

Il Khodad-3 Air Defense System iraniano che ha abbattuto il drone statunitense RQ-4 Global Hawk.

Il drone americano che è stato abbattuto – annota in proposito il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della difesa – non è uno di quelli che volano a duecento nodi e a diecimila piedi. È una macchina la cui quota operativa è di venti chilometri. Per abbatterlo bisogna avere dei mezzi moderni e molto efficaci: pericolosissimo sottovalutare le capacità militari dell’Iran.

Gli fa eco il professor Stefano Silvestri già presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI):

Io credo che ci sia sicuramente un desiderio di Trump di colpire l’Iran ma ci sia anche la consapevolezza che se dovesse mettere in atto tali propositi non potrebbe limitarsi a quella che volgarmente potremmo definire “una botta e via”, perché questo non danneggerebbe l’Iran ma anzi accrescerebbe il consenso interno al regime. 

Su un punto concordano gli analisti militari sondati da ytali: un conflitto armato tra Stati Uniti e Iran non potrebbe essere “circoscrivibile” né limitarsi ad azioni “esemplari”, limitate. Messo all’angolo, il regime di Teheran piuttosto che essere strangolato dalle sanzioni in atto e da quelle aggiuntive minacciate da Trump, darebbe fuoco alla polveriera mediorientale, magari agendo attraverso le milizie sciite che operano in Iraq, nello Yemen, in Palestina, in Siria…

Nel mirino entrerebbero gli alleati di Trump nella regione: l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e, soprattutto, Israele. Una guerra generalizzata, diretta o per procura. Con conseguenze incalcolabili e non circoscrivibili al Medio Oriente.

È questa consapevolezza che muove le cancellerie europee più avvertite e consapevoli della posta in gioco: Gran Bretagna, Francia, Regno Unito, paesi impegnati a difendere l’accordo sul nucleare del 2015, disdettato da Trump. A questo impegno si sottrae l’Italia. Con un’ombra di ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi, destinato a non lasciar traccia di sé alla Farnesina e nei consessi internazionali, a dettare la linea è il ministro degli esteri di fatto: Matteo Salvini. Il leader leghista, nel suo recente viaggio di accreditamento a Washington, ha sposato in toto la linea muscolare dell’amministrazione Trump, alla faccia degli interessi italiani e a una concertazione europea. Ma qui entriamo nel campo della miseria della politica italiana. Un danno collaterale in una tragedia molto più grande: una guerra totale in Medio Oriente.

Nella foto d’apertura una portaerei statunitense attraversa lo Stretto di Hormuz osservata dalla riva iraniana (dall’account twitter @MoMorry)

Iran, lo scontro vero è tra Pentagono e servizi (Pompeo&Bolton) ultima modifica: 2019-06-23T23:56:28+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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1 commento

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vittorio spadanuda 25 Giugno 2019 a 19:42

Analisi interessante, ma le ultime righe (è di rigore menzionare Salvini in senso negativo) fanno capire chiaramente a quale fazione appartiene il giornalista. E allora tutto si affloscia e sembra un’invenzione.

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