Volti e sentimenti di una comunità smarrita

Il bisogno di aggrapparsi alle vite e alle storie di chi continua ad abitare a Venezia non si riscontra in altre città. E non è solo nostalgia: è l’espressione di un’acuta sofferenza.
scritto da TIZIANA PLEBANI
Condividi
PDF

La locandina dell’esposizione alla Scuola dei Laneri (conclusasi il 31 maggio) mi aveva attratto subito grazie a quella metà di viso di donna che emergeva dal muro di mattoni. E il titolo, Venice people, mi aveva spinto a entrare. In una breve nota che si stagliava su una parete Federica Repetto aveva illustrato cosa l’aveva spinta a fotografare visi di veneziani:

Ho fotografato, invece di scrivere, per lasciare la possibilità a chi ho ritratto di esprimersi con lo sguardo.

Ero rimasta a lungo a visionare la ventina di volti in primo piano che Federica aveva scelto di esibire; avevo individuato persone a me note, altre meno. Me ne sono andata con molti pensieri sospesi e alcuni interrogativi che mi hanno accompagnato nei giorni seguenti e spronato a riflettere.

Ho concluso alla fine che il progetto Venice people muove da un bisogno, non esplicitato dall’autrice delle fotografie, ma tangibile: quella speciale necessità degli abitanti d’oggi di questa città d’acqua di riconoscersi dentro alla marea indistinta che riempie e consuma ogni giorno le calli, urgenza di contarsi contro l’anonimato frettoloso e per lo più indifferente alle difficoltà che produce in chi vive e cerca di resistere. Affiorare dalle onde, risalire in superficie, respirare e non affogare nell’indistinto. Cercare conforto e rassicurazione nelle tracce esistenti di una città che ancora è vitale e nutre i suoi abitanti attraverso la presenza di persone animate da desideri e progetti che includano un futuro.

Aggrappandosi ai volti, viene da dire nel caso di questa mostra, ma penso ad alcune narrazioni editoriali con intenti simili, come Veneziani [quasi] famosi. 280 modi di vivere la città, pubblicato da Studio LT2 nel 2010, a cura di Alberto Fiorin, Sebastiano Giorgi, Alessandro Rizzardini (le cui foto rappresentano un archivio anche di volti, riversato nel sito del circolo La Gondola); oppure Veneziani per scelta: i racconti di chi ha deciso di vivere in laguna, a cura di Caterina Falomo e Manuela Pivato, uscito sempre dalle edizioni della Toletta nel 2012.

E, seppure ancora in lingua tedesca ed edito a Monaco, la ricca messa di attività e persone di Leben in der Lagunenstadt [Gli ultimi Veneziani. Vivere nella città lagunare], di Karl Johaentges e Luana Castelli. Mettiamo inoltre in conto la rubrica di Carlo Mion sulle pagine della Nuova Venezia, Venetians: la Venezia oltre il turismo e i luoghi comuni, presente anche come blog nel sito di Repubblica, e vari altri profili Facebook che rincorrono lo stesso fine.

Ed è di questa rivista l’iniziativa editoriale Profili veneziani. La Venezia che non ti raccontano, una galleria di ritratti, personaggi eccentrici e persone della quotidianità cittadina, uniti dal comune desiderio di continuare a vivere e a pensare la loro città come la città del loro futuro e del futuro dei loro figli.

Questo bisogno di aggrapparsi ai volti, alle vite, alle storie di chi continua ad abitare a Venezia è rintracciabile in altre città con simile intensità e pregnanza? Non è forse un fenomeno che tradisce un’acuta sofferenza che va ben oltre la nostalgia? 

La composizione dei residenti delle città italiane ha conosciuto nella storia un elevato indice di ricambio, migrazioni interne ed esterne, mobilità a breve e lungo raggio. Anche a Venezia, in tutte le sue epoche, la popolazione era composta da circa un terzo di forestieri, senza che ciò venisse vissuto come una minaccia o un impoverimento bensì come una risorsa. Non intaccava l’identità del luogo, piuttosto rafforzava la dimensione aperta e cosmopolita della città.

Oggi invece ciò che viene ad affievolirsi è non solo la concretezza della persistenza della comunità reale per la perdita di abitanti e per la sproporzione tra nativi e residenti fissi rispetto al numero di quelli che usano la città per brevi periodi, stranieri, turisti dei B&B, ma anche il senso di appartenenza, che rischia di dileguarsi sotto la spinta di una pressione speculativa del tutto fuori misura. Non credo che altre città conoscano la drammaticità di questa sofferenza, anche se l’industria turistica sta frantumando pure altrove il senso dei luoghi.

La riprova si è concretizzata sotto i nostri occhi nelle risposte che nell’incontro del 18 maggio al Vega organizzato da unaltracittàpossibile hanno dato i partecipanti alle domande sulle risorse che rendono vivibile la città: il 33 per cento ha risposto indicando il senso di comunità e l’11 per cento la cultura civica; la rilevanza del senso di comunità è stata ribadita anche in altre risposte e commenti, ben più di altri fattori come i servizi, il lavoro, la casa.

Per reagire a questa sofferenza, alla minaccia di perdita del sé sociale e culturale, serve un progetto collettivo e non certo soluzioni individuali del tipo “liberi tutti, si salvi chi può”, saccheggiando ancora di più la città. I volti, le singolarità, le vite resistenti e desideranti hanno bisogno di essere ricucite assieme in una storia che ricomprenda tutto e crei la possibilità di un futuro.

Volti e sentimenti di una comunità smarrita ultima modifica: 2019-06-23T11:55:32+02:00 da TIZIANA PLEBANI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento