Una road map e una “squadra” per un’altra città

Dopo l’electronic town meeting del 18 maggio a Marghera, associazioni e comitati di Venezia e di Mestre si sono incontrati a Chirignago. Ecco il resoconto.
scritto da MARIO SANTI

Dalle tre macro idee del Vega (beni comuni, vivibilità e pratiche democratiche) a dieci questioni prioritarie per definire il programma dell’altra città. Da “staffette” e “facilitatori” a una squadra capace di gestire il percorso e definire entro novembre il programma dell’altra città

Dal Vega al Parco dei celestini 

Prima di poter affermare che un’idea che ci è parsa buona lo è veramente, è utile sottoporla a un crash test. Qualcosa che equivalga alle prove di resistenza dell’auto lanciata contro un muro.

Anche i promotori di Per un’altra città cercavano il loro muro,

Se lo sono creati convocando la seconda assemblea cittadina un caldissimo sabato pomeriggio estivo, in un  parco a Chirignago, lontano non solo da spiagge e luoghi freschi ma anche dai centri della città, d’acqua e di terra.

Venezia, si sa, è una città che non sa offrire ai suoi abitanti un’agorà dove riunirsi per discutere insieme del suo futuro. 

E allora bisogna ricorrere al volontariato e alle associazioni, che non a caso sono cuore e corpo su cui costruire un’“altra città”.

Così dopo l’onerosa tappa al Vega per il 18 maggio questa volta siamo stati ospiti dei Celestini, nel parco di via Montessori.

All’aperto tra gli alberi con un caldo accettabile e qualche filo d’aria ogni tanto, che hanno reso il clima sempre sopportabile e a tratti  piacevole.    Con un’accoglienza dei gestori che anziché chiedere più di mille euro per mettere a disposizione la sala (come fece Vega) non solo hanno fornito gratuitamente panche e tavoli e spazi all’aperto, ma hanno preparato uno spuntino per chi ha preparato i lavori la mattina.

Credo che il crash test sia stato superato.

Per molte buone ragioni.

La prima sta nell’afflusso di 150 persone. Un numero che ha dello straordinario per un inizio di week end estivo che spingeva a scappare dal gran caldo, cercando refrigerio al mare o in montagna. È il frutto del lavoro di “staffette” che hanno coinvolto associazioni e gruppi attivi in città.

La seconda sta nel buon esito della nuova offerta di metodo di lavoro partecipativo proposta dagli organizzatori, grazie all’impegno di una bella squadra di “facilitatori”.

Dopo l’electronic town meeting del 18 maggio questa volta si è stati un po’ meno tecnologici, ma egualmente partecipativi.

Così dopo una ripresa e una sistematizzazione di quanto emerso dalla prima assemblea, che ha illustrato quali sono i punti che ormai si considerano “consolidati”  si è passati a proporre il metodo di lavoro da seguire questa volta. l’Open Space Tecnology (OST).

La prima parte dell’OST si volge al cosiddetto “muro delle idee”.

In questo caso erano state preparate quattro postazioni con cartelloni sui quali raccogliere le idee che i presenti, assistiti dai facilitatori, proponevano per portare avanti la discussione sull’idea di città. Dopo una mezz’ora i quattro cartelloni con i risultati di questo brain storming sono stati presi in consegna dai facilitatori che hanno accorpato le proposte nei dieci temi che hanno dato vita a dieci tavoli di discussione e lavoro, dedicati rispettivamente a:

1. Decentramento amministrativo e partecipazione

2. Beni Comuni ambientali 

3. Turistificazione

4.  Lavoro ed economia 

5 – Salute e benessere 

6 – Sicurezza 

7 – Accoglienza e inclusione 

8 – Cultura e istruzione 

9 – Pianificazione e cittadinanza 

10 – Emergenza climatica 

La discussione nei dieci tavoli ha segnato un passaggio.

L’elaborazione sui tre grandi temi (beni comuni, vivibilità, pratiche democratiche)  sui quali ci si è “ritrovati” il 18 maggio è stata consolidata e da oggi costituisce lo sfondo dell’elaborazione del percorso.

Da qui il 29 giugno è partita la declinazione di temi e questioni che porteranno dall’idea di città a un programma per la trasformazione della città.

Il tema della sostenibilità ambientale è stato al centro di tutto il dibattito della giornata e ne ha profondamente e  trasversalmente influenzato tutta la discussione,  anche nei gruppi che non lo toccavano direttamente.

In attesa dei risultati

Gli organizzatori stanno lavorando a un report sul lavori dei tavoli ed è necessario aspettarlo per avere un’idea organica della giornata.

Avendo potuto  metter gli occhi su alcune prima bozze parziali e solo di alcuni tavoli ho pensato che poteva essere utile citare qualche proposta, in modo dichiaratamente incompleto e disorganico.  Non per delineare un quadro della giornata  (mancando molti importanti tavoli*) ma per dare un’idea anche parziale della  ricchezza della discussione.

Invito  comunque i lettori di tenere  d’occhio il sito unaltracittapossibile per poter valutare il report sulla giornata, di prossima uscita.

QUALCHE SPUNTO DAL DIBATTITO

Si è discusso di decentramento amministrativo e della possibilità di rispondere in positivo alla crisi delle Municipalità e al loro svuotamento da parte dell’attuale maggioranza. Sul piano istituzionale l’altra città cui si pensa è ispirata al policentrismo decisionale.
Si ritiene necessario pensare a organismi di decentramento realmente rappresentativi, sul modello dei quartieri, per aderire meglio alle comunità locali.  Da dotare di poteri decisionali vincolanti per il potere centrale.
E che la capacità decisionale da parte dell’organismo centrale vada permeata da una partecipazione attiva e democratica della cittadinanza, che possa esprimersi attraverso strumenti e istituti di partecipazione e democrazia diretta nuovi e riformati, da rendere obbligatori in alcuni settori.
Possono essere recuperati e riformulati strumenti quali le consulte , i bilanci partecipati, i bilanci di genere.
A un livello sovra territoriale, s’ipotizza l’elezione diretta da parte dei cittadini di sindaco e Consiglio metropolitano.
Quando si è discusso di Beni Comuni (B. C.) si è pensato fosse importante limitarli a fattispecie ben precise per trasformarli in ”punti di programma”.
E si è pensato che queste proposte hanno due punti in comune: avere comunità che se ne prendono cura per tutti,  con una gestione inclusiva e “avere una storia “, dal punto di vista sia di come “raccontano il territorio” sia da quello dello sforzo che la comunità hanno fatto  per apportarvi proposte e capacità gestionali, più o meno riconosciute.
Ci si è soffermati su alcuni esempi della città d’acqua (la Vida) , della Laguna (Poveglia, Parco della laguna Nord), della città di terra (ex Umberto primo, Forte Marghera) oltre a quell’elemento che le unisce le due città attraverso la Laguna che è il Parco di San Giuliano.
È emersa come esigenza fondamentale la necessità e possibilità che la città abbia una “infrastruttura verde” capace di connettere e legare i suoi spazi comuni, a partire dallo sviluppo del Bosco di Mestre.
Si è ritenuto necessario che  tutti i progetti che vengono approvati dal Comune (come dalle altre istituzioni locali) facciano e i conti e passino per il filtro delle norme per la qualità ambientale che devono assicurare il rispetto dei cosiddetti B. C. naturali, in particolare con la qualità di acqua e aria, beni che devono restare nella piena  a disposizione di tutti.
Vi è infine la volontà di di misurarsi con il “Regolamento dei gestione dei Beni Comuni” appena approvato dal Comune (e che tratta di B. C. territoriali e ambientali “emergenti”).
Anche sul complesso – e centrale – tema del turismo il dibattito è avviato, con l’individuazione dei tre nodi centrali, con la premessa che sia necessario scioglierli in un arco temporale di breve medio periodo (non oltre il 2025):  flussi /prenotazioni; grandi navi e mono-economia.
Il tema dei flussi (da disciplinare) ha alle spalle un necessario aumento della capacità di raccogliere e interpretare dati e di porre il problema della governance a un livello territoriale adeguato che va certamente al di là del Comune, con l’identificazione di una soglia/limite di presenze giornaliere.  Vi sono state  proposte di azione diretta (quali quelle di attivare un gran numero di volontari per contare i passaggi nei punti di accesso e mettere in atto un’azione eclatante al raggiungimento dei ventimila ingressi) e di “sostituzione di offerta”.  Ad esempio, passare dalla bassa qualità ad alto impatto per la città – come quelli dei croceristi – ad altre che sviluppino qualità e reddito sociale (ad esempio, invece che una crociera in partenza o arrivo da Venezia pensare a “una crociera a Venezia” – in gondola per una settimana con servizi di qualità annessi).
Sulle Grandi Navi vi è emerso che l’obiettivo di minima: applicare il “Clini Passera”.
Va poi messa in discussione la concessione della V. T. P., ponendo fine a questo regime di monopolio.
Da mettere in discussione appare anche il ruolo di hub di Venezia per quanto riguarda il traffico turistico nel Nordest.
Intanto da subito bisogna andare a una distribuzione durante la settimana di arrivi e partenze, oggi troppo concentrate nel fine settimana.
Per opporsi alla monocultura economica basata sul turismo si ritiene necessario favorire la produzione a scapito delle rendita (in particolare quella derivante dalla fittanze turistiche (che sottrae stock abitativo alla residenza)  e impedire ogni cambio di destinazione d’uso in questo senso. 
I veneziani di terra hanno lamentato che la terraferma sta diventando il nuovo fronte della battaglia sull’overtourism, e che vanno utilizzati al riguardo esperienza e i dati riguardanti la città storica.
I problemi di sicurezza sono stati considerati una conseguenza delle scelte politiche che hanno depotenziato i servizi sociali del Comune di Venezia, con un depotenziamento delle risorse interne.
Si considera necessario un ripristino delle attività dei servizi sociali che erano in stretto contatto con il territorio, le persone e le dinamiche che si creano ed evolvono.
Si è poi ritenuto che i vigili non debbano essere armati e non si debbano occupare di sicurezza della persona  (compito che spetta alle forze dell’ordine), ma che andrebbero rafforzati i compiti della polizia locale che in questo momento sono svolti poco, quali i controlli ambientali, commerciali, edilizi.
E che sarebbe importante ripristinare  le sezioni territoriali della polizia locale, oggi smantellate con un’ovvia ripercussione sull’accurato monitoraggio del territorio e sulla prevenzione di dinamiche potenzialmente problematiche.
Si è giunti poi alla conclusione che sia necessario sviluppare la comunicazione di cosa significhi veramente sicurezza e di come potrebbe essere mantenuta.
Si  possono promuovere e organizzare degli incontri con le forze dell’ordine e/o dei magistrati con l’intento di spiegare alla popolazione la necessità e l’importanza della prevenzione soprattutto nei quartieri che attualmente hanno problemi di sicurezza o che potrebbero averli in futuro.
È stato proposto come tema di discussione futura l’azione della prefettura su argomenti di sicurezza trasversali.
Venezia è cultura, per luogo, storia, rapporto con l’acqua e il mare, della relazione con il passato che deve nutrire il futuro della città. 
Il tema della cultura ha più livelli – dalla formazione (scuole e università), a biblioteche e archivi accessibili,  fino a comprendere l’inclusione sociale, la formazione di stranieri e migranti.
Importanti appaiono presenza e ruolo degli studenti, che spesso vorrebbero un maggior rapporto con la città, ricevere e offrire di più di quel che succede oggi, per scarsità ed esosità degli alloggi e altro.
Certo la cultura non si può esaurire nei grandi eventi (come la Biennale) che è necessario contrastare creando altri circuiti. I grandi eventi rischiano di tarpare le ali alla “biodiversità culturale” e  non hanno ricadute nel tessuto culturale cittadino:
Ma le hanno sulla città perché l’attuale visione di cultura come mercato alimenta un’economia di rendita (affittanze degli spazi che inoltre sottraggono appartamenti per i residenti) .
Manca un progetto culturale pubblico che sia guidato dalla trasparenza e dalla condivisione sulle risorse messe a disposizione.
Perché oggi il Comune non produce cultura, ma al più  (grandi) eventi, tutti esternalizzati e pilotati anche dal sindaco.
La stessa  Fondazione Musei agisce guardando a ritorni soprattutto turistici. 
In città vi sono modelli diversi, come l’esperienza del Sale Docks e di Micromega Arte Cultura, che appaiono entrambi collettori di idee e di esperienze culturali.
Si è anche pensato che la discussione possa essere ripresa a un convegno che si svolgerà  a ottobre presso Sale Docks, sul ruolo della cultura a Venezia.
Il tavolo su Pianificazione e Cittadinanza ha messo in evidenza il rischio di snaturamento del Piano urbanistico causato dalle modifiche concordate con i privati che non tengono conto dell’assetto generale del territorio.
Ha rivendicato come gli standard, urbanistici vanno non solo confermati nel loro significato originario di dotazioni minime ma ampliati a nuove funzioni per migliorare la qualità urbana.
Si è poi rilevato come per tutte quelle che appaiono situazione critiche (si sono fatti gli esempi dei aeroporto e quadrante Tessera e della Delibera di Giunta – la 29/19 –  che  permette la realizzazione di nuove abitazioni anche in area agricola – in entrambi i casi sottraendo suolo agli usi agricoli o di servizio) andrebbe adottato uno strumento di discussione e verifica pubblica: il dibattito pubblico, introdotto per le opere pubbliche dal nuovo codice degli appalti.
Il tavolo si è occupato anche della scarsità di immobili disponibili per l’affitto a residenti nel centro di Mestre, proponendo di  costituire un soggetto pubblico che faccia da mediatore tra domanda e offerta.  In particolare  trovando soluzioni compatibili con quella fascia di reddito che va da 25.000 ai 35.000 euro annui, reddito troppo alto per poter accedere a un alloggio di edilizia popolare ma non sufficiente a sostenere i costi di locazione richiesti dal libero mercato.

Si è sottolineato  l’impatto dei numeri sempre maggiori del turismo che dorme in terraferma e si sposta verso la città storica sovrapponendosi al flusso di pendolari,  generando situazioni di sovraffollamento dei mezzi.

Andrebbero allora diversificate le modalità di accesso  (S.F.M.R., Hub di San Giuliano in terraferma, San Giobbe e San Basilio in centro storico) e dalla promozione di soluzioni collegate alla sharing economy (car e bike sharing)

Citare solo qualcuno degli spunti emersi dal dibattito mi è servito non  certo a fornire quella visione organica dei “risultati” dei lavori dei tavoli che solo il report potrà dare.
Ho voluto solo fornire un “assaggio” a chi non c’era e potrà esserci la prossima volta.
E per dare  a  chi c’era il senso di aver speso bene il suo sabato pomeriggio.
E la convinzione che ne sono emersi spunti e e capacità di lavoro collettivo che spingono a proseguire il percorso con più fiducia.

I prossimi passi 
Come avvenne il 18 maggio nella prima assemblea, anche la seconda del 29 giugno s’è conclusa con la definizione del percorso e delle mosse per proseguirlo. L’obiettivo che ci si è dati è arrivare il 30 novembre a definire il “programma per la città”, un programma che governi la città e ne muti profondamente la gestione amministrativa, partendo dalla messa a risorsa dei cittadini, organizzati (in associazione) e non semplicemente, si vuole affermare il concetto di polis, e di politica come impegno dei cittadini a trasformare e governare la (loro) città.
Intanto, a metà luglio, i risultati raggiunti nell’assemblea di Chirignago saranno portati alla discussione con la popolazione con il metodo delle damigiane in città.
Si sceglieranno alcuni punti delle città d’acqua e di terra dove far coincidere la presentazione del report a una chiacchierata con ombre e cicchetti.
Si valuterà poi come proseguire gli approfondimenti, valutando possibilità e proposte emerse (dai gruppi di lavoro e approfondimento ai forum telematici, agli incontri territoriali di zona) dandosi come obiettivo quello di arrivare entro fine novembre a “chiudere” questa fase del percorso, arrivando alla definizione della piattaforma programmatica “per l’altra città”.

Il senso di un percorso
Quello che ha preso il via prima dell’estate (con le due tappe del 18 maggio e del 29 giugno) è un percorso.
Un percorso che – se non è possibile capire oggi con certezza a cosa porterà – ha già dato un doppio segnale importante sia a livello locale che nazionale.
A livello locale oggi la “politica veneziana” è chiusa tra il “vecchio” ricordo della amministrazione di sinistra travolte dallo scandalo Mose dopo che non  erano state capaci di contrastare la crescita della monocoltura turistica e il “nuovo” della spregiudicatezza brugnariana che vende tutto quanto di può vendere a, su e di Venezia (e considera gli abitanti ostacoli da eliminare quando tentano di frenare il sacco della città).
È quindi possibile che molti veneziani vedano come potenziale quanto radicale innovazione la scesa in campo delle forze della società civile, l’unica che in questi anni è scesa in campo,  con le sue iniziative, a difendere la città.
Specie se come in questo caso si assiste al superamento della sua incapacità a presentarsi unita e si assiste a  un tentativo di “superare” la “barriera del Ponte della libertà” con una proposta per tutto il territorio comunale.
E se si tratta di una sinergia che non “allinea” le  associazioni, ma che in quel variegato mondo ha saputo coinvolgere persone che nel loro insieme sanno dimostrare di saper “fare squadra”, al ci là delle singole provenienze – territoriali  o associative.
A mio avviso uno dei dati più interessanti emersi da questi primi due eventi è proprio l’emergere di questa “squadra dell’altra città”, con la sua proposta e la sua capacità di consolidare un metodo realmente partecipativo che oggi  possiamo dire segnerà tutto il percorso.
Sul piano nazionale (e internazionale) quello veneziano non è il primo tentativo di portare la forze della società civile al governo dei amministrazioni locali anche importanti.
Da Ada Colau a Barcellona a Coalizione civica a Padova, sono molti i casi che hanno portato le forze della società civile a governare la cosa pubblica in  territori anche vasti e complessi (come è anche quello veneziano).
E a farsene carico portando l’inclusione sociale al governo della città e dei territori e non considerandoli un fattore da governare sulla base di modelli solo astrattamente ispirati alla  democrazia diretta.
Siamo di fronte a pratiche che discutono e verificano gli effetti dei provvedimenti da assumere e/o assunti con e sul corpo vivo della società attraverso strumenti non di “consultazione telematica”, ma di partecipazione viva a diretta dei protagonisti, che cambiano di volta in volta ma si danno un metodo comune perché il loro parere stia sempre alla base delle scelte di governo.
A Padova le forze di Coalizione civica, chiamate a un incontro di scambio di esperienze, ci hanno spiegato che per loro la parola chiave è  “coinvolgimento”, cui danno il senso di inclusione attiva della popolazione nelle scelte che la riguardano. Non per caso in quella città il sindaco Giordani (che Coalizione civica sostiene e nella cui giunta ha alcuni assessori) ha recentemente compiuto un clamoroso atto di disobbedienza civile e costituzionale al decreto sicurezza iscrivendo all’anagrafe un immigrato.
Ma attenzione: la strada non è tutta in discesa e anche l’assemblea di Chirignago ha messo in evidenza i fattori critici che il percorso ha ancora davanti.
Il problema c’è e non è ancora superato.  Anche se…
Un amico (un giovane padre veneziano che alla fine di una  settimana di lavoro anziché andare in spiaggia con la famiglia è venuto a discutere a Chirignago) mi diceva “mi pareva di conoscere quasi tutti … ”.
Ci ho pensato e mi è venuto da dargli una risposta che – se non lo avrà pienamente convinto – spero gli abbia fornito qualche elemento di ottimismo.
È vero, anche stavolta molti veneziani e “maturi”.
Ma la relazione introduttiva era di un’abitante di Favaro, e ho visto tra i referenti che riportavano in plenaria gli esiti delle discussioni dei gruppi anche giovani e donne che non conoscevo prima di entrare in assemblea.  In sintesi, il mio giudizio è che, se i problemi ci sono, la possibilità di superarli sta nella volontà degli organizzatori di rendere autonomo il processo da chi l’ha lanciato e nel fatto che stia “crescendo la squadra” dell’“altra città possibile”.
Credo in sostanza che il futuro del percorso dipenderà proprio dalla capacità di questa squadra di consolidarsi, di crescere e di portare a termine il compito che ci si è dati il 29 giugno.
Trovare i (una pluralità di) modi per arrivare entro il 30 novembre 2019 a chiudere una fase, utilizzando il metodo partecipativo e includente che ha fin qui ben caratterizzato il percorso.
Avere una seria bozza programmatica per l’altra città definita in modo inclusivo sarà la condizione per “far vincere” un programma alle elezioni comunali del 2020.
Come?
Con la sua assunzione da parte delle forze politiche che si presenteranno?Presentando una autonoma lista e una/un candidata/o sindaco?
Lo si vedrà.
L’importante è ora consolidare il processo di assunzione di responsabilità nel governo della cosa pubblica da parte di cittadini e associazioni.
Perché è questa la condizione per avere “un’altra città”, radicalmente diversa da quella che abbiamo oggi sotto gli occhi.

* Non potuto avare informazioni su: lavoro ed economia; salute e benessere, accoglienze e inclusione ; emergenza climatica.

le foto sono dell’autore dell’articolo

Una road map e una “squadra” per un’altra città ultima modifica: 2019-07-04T11:53:05+01:00 da MARIO SANTI

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1 commento

ytali. - Venezia dopo il salto nel voto 2 Dicembre 2019 a 14:17

[…] si sono incontrati in una feconda giornata di condivisione e di confronto. Poi è seguito un altro incontro a Chirignago, a luglio, in cui le macro idee del Vega (beni comuni, vivibilità e pratiche democratiche) sono […]

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