Chi ha paura di Matteo Renzi?

La lettera a “la Repubblica” sull’immigrazione ha suscitato per lo più reazioni irritate nel centrosinistra ed è stata letta come una bassa operazione politica interna al Pd. Un’occasione mancata.
scritto da GUIDO MOLTEDO
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La vicenda Sea Watch, com’era lecito attendersi, ha avuto un’elevata risonanza nell’opinione pubblica e non avrebbe potuto essere altrimenti, tenuto conto dei toni violenti che l’hanno accompagnata: circa due italiani su tre (63%) l’hanno seguita con attenzione e il 29% ne ha almeno sentito parlare, solo l’8% la ignora. Sono dati simili a quelli registrati nello scorso settembre in occasione del caso della nave Diciotti, quando l’88% risultava a conoscenza della vicenda
Oggi come allora gli italiani si confermano nettamente a favore della linea della fermezza che impedisca gli sbarchi sul territorio italiano dei migranti soccorsi in mare dalle navi delle organizzazioni umanitarie: il 59% si dichiara molto (34%) o abbastanza (25%) d’accordo, mentre il 29% è contrario. Dieci mesi fa i favorevoli erano pari al 61%. [Nando Pagnoncelli, Corriere della Sera]

In un contesto sociale e politico così marcatamente orientato – contro l’immigrazione e contro perfino il soccorso in mare di esseri umani che in quelle condizioni sono innanzitutto naufraghi – un ex-presidente del consiglio ed ex-segretario del Pd prende una posizione diametralmente opposta a questo orientamento.

Lo fa per calcolo politico, Matteo Renzi, obiettano in molti a sinistra. Lo fa in modo strumentale per complicare la vita a Nicola Zingaretti, in bilico tra fautori della linea dura Minniti-Gentiloni e sostenitori di una linea di contrapposizione netta al governo gialloverde. Altri, sempre nel campo del centrosinistra, gli rinfacciano mancanza di coerenza, parlano di giravolta, ricordano come da presidente del consiglio abbia diverse cose da farsi perdonare dal Renzi che scrive la sua lettera alla Repubblica. Massimo Giannini è furibondo.

Nicola Zingaretti reagisce ricordando che

Renzi era il segretario e rieletto con grande consenso dalle primarie Pd. Faccio fatica a credere che questi temi gli siano sfuggiti di mano quindi interpreto l’intervista anche come una severa autocritica.

Fosse tutto vero. E allora?

Le parole di Renzi avrebbero il pregio di aprire una discussione di merito sulla linea del nuovo Pd se non fosse così scoperta la strumentalità della tardiva dissociazione. 

Così scrive sul manifesto Daniela Preziosi.

Quindi, in un paesaggio dominato dal furore anti-immigrati, con il partito di opposizione che balbetta, ci s’imbatte in un leader politico, di quel partito, che un suo largo seguito lo ha ancora. E gli si dice no grazie. Con te non parliamo. È un leader che – pur maniaco dei sondaggi ma a dispetto dei sondaggi, come quelli riferiti da Pagnoncelli – va decisamente controcorrente. E no, lui lo fa solo perché è un calcolatore, un opportunista…

Qui non siamo in presenza della rinuncia a fare politica, che è cercare, sia pure solo tatticamente e temporaneamente, incontri e alleanze anche con forze e personaggi distanti, specie in una fase storica in cui sembra impossibile creare un fronte sufficientemente forte per opporsi alla destra trionfante. Qui siamo in presenza del venir meno del gusto stesso di fare politica, preferendo il conforto dei cliché e del convenzionale a ogni tipo di azzardo. A ogni tipo di confronto reale.

L’arrivo alla Biennale di Venezia dell’imbarcazione con 700 migranti a bordo affondata nel 2015 e recuperata dal governo Renzi per dare degna sepoltura ai naufraghi. ANSA/ANDREA MEROLA

Ho citato il manifesto non a caso. Per tante ragioni, personali e politiche, ma anche perché torna in mente un articolo che fece scalpore quando fu scritto da Luigi Pintor (che faceva un quotidiano con il gusto – appunto – di farlo perché un giornale ti dà quella libertà di pensiero e di movimento, e perciò con il piacere di sorprendere, se se stessi innanzitutto, cose che un partito ti nega).

Erano i tempi del Craxi rampante. Detestato a sinistra quasi, anzi forse più, di Matteo Renzi:

Bettino Craxi non incontra simpatie ma ottiene successi. Forse li merita. Forse ha dalla sua qualche ragione. Forse molti dei suoi contraddittori hanno più di qualche torto… Suscita animosità e sproporzionati rancori a sinistra dove tutti amano l’unità ma preferiscono l’uniformità e dove nessuno concede nulla all’altro. Essendo segretario di un Partito, Craxi intanto vuole che il Partito di cui è segretario esca di minorità e conti di più. Se è un difetto, è un difetto universale. Da parte dì un socialista è quasi una novità storica. Non capisco perché non si debba benevolmente incoraggiarla, comprendendone le motivazioni. Si può obiettare che la ragione dì un partito, anche centenario deve cedere alla ragione di classe o magari all’interesse generale, se esiste. Però viviamo in un regime di partiti e vorrei conoscere un altro partito che non identifica se stesso con il tutto.

Non fu un’apertura politica al Psi e al suo segretario, come alcuni dissero e come alcuni ancora ricordano, ma fu l’apertura di una finestra d’interesse verso un personaggio da molti detestato e, forse, proprio per questo meritevole di essere osservato senza conformismi ideologici.

Se il manifesto, oggi, rinuncia al ruolo corsaro, al piacere di sparigliare le carte, che sono parte del suo dna, significa che la sinistra è messa perfino peggio di quanto non appaia.

Chi ha paura di Matteo Renzi? ultima modifica: 2019-07-06T14:09:00+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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