Il territorio di Francesco Pastega

L’artista gira per la laguna e per Venezia e raccoglie oggetti in stato di abbandono, prende brandelli di mondi conclusi e li porta nel suo laboratorio dove li ricarica di energia.
scritto da FRANCO AVICOLLI

Il percorso creativo ubbidisce a un’intelligenza che forse è parte di un istinto della vita per non soccombere sotto il peso di ciò che la nega, a quell’impulso biologico della specie, direbbe Konrad Lorenz, di trovare la strategia più adeguata per vivere, come è accaduto in tutto il processo di adattamento della specie all’ambiente. Guardando le composizioni di Francesco Pastega, i suoi corpi costruiti con pezzi di altri corpi dissolti in cui svolgevano una funzione diventata inutile, viene da pensare che anche la coscienza intesa come dimensione delle esperienze e della percezione che a loro modo partecipano all’agire su cui possono anche pesare, ha le sue strategie per vincere sulle paure che limitano fino ad essere impedimenti.

Francesco Pastega gira per la laguna e per Venezia e raccoglie oggetti in cui vede la “caduta” – così chiama la fine, ciò che non serve più, non ha appartenenza, ha esaurito una funzione – e giacciono da qualche parte in stato di abbandono che è inerzia, mancanza di forza per andare. Prende brandelli di mondi conclusi e li porta nel suo laboratorio sulla periferia lagunare di Cannaregio dove li ricarica di energia con i corpi che crea e portano il segno distintivo di una forza imbrigliata evidente per la pressione che mantiene i pezzi attaccati l’uno all’altro.

Lo spazio dove lavora è composto di più locali pieni di oggetti, pezzi di timone, bolle di vetro che sono state lampade, tutti disposti in un ordine che permette di distinguere ogni cosa nella propria singolarità, come a voler riconoscere ad ogni elemento il rispetto che gli corrisponde. Su uno dei tavoli si offre con eleganza un’opera definita dall’essenzialità di un compasso di cantiere che comprime fino al consentito – la resistenza è ciò che trasforma la pressione in una forza razionale – un parabordo vegetale che a sua volta comprime un carrello di barca a vela; l’insieme riceve la spinta di un morsetto che obbliga il compasso a stare fermo e sembra che sia proprio questa spinta a lanciare verso l’alto lo strumento di carpenteria che nell’alzarsi pare voler rivelare la forza della pressione.

Quando sono in barca, dice l’artista, sento che è il mare che preme a tenere insieme i pezzi dello scafo. Lungo i canali posso osservare con serenità i palazzi sapendo che il mare li tiene su e tutto ciò mi porta a credere che siano il movimento e la pressione che lo genera a tenere le cose assieme; perciò questa mi rassicura come fosse uno strumento per ricomporre i corpi lacerati in caduta.

Mi parla sul pontile guardando verso Murano, l’isola di san Michele, a un aereo che atterra. Poi mi invita a guardare un sandalo e a seguire i movimenti del vogatore spiegando che la “caduta” è il punto in cui si esaurisce la spinta del remo e che essa è il momento cruciale della voga, nel senso che è ciò che deve guidare il rematore per assicurare al natante una velocità permanente, il movimento.

Ecco, dice, io faccio le mie opere con lo stesso atteggiamento, perché temo l’inerzia che considero assenza di pressione. 

Francesco è venuto a Cannaregio da Mestre dove viveva a causa di una situazione familiare difficile e si sentiva in esilio, in un territorio estraneo dove la sua anima viveva in uno stato di lacerazione. È venuto in questa zona della Madonna dell’Orto perché qui vivevano i nonni ed è come se volesse dire che tutto è cominciato da quella diaspora. 

Quando l’opera è un corpo fatto di pezzi ognuno dei quali è distinguibile e ha un nome e una funzione perduta, vai istintivamente al corpo originario di appartenenza che non c’è più. Le composizioni di Francesco Pastega sono fatte di elementi che vengono dal mare che è la laguna ed è Venezia anch’essa percepita nella sua precarietà di corpo che si allontana e si frantuma ed è spazio che non orienta; pensi allora alla caduta, al suo tempo che diventa ricordo e incertezza, inquietudine che trova un posto nel mondo e può toccare, guardare, forse acquietarsi, essere movimento e pressione razionale e pensando e componendo, strategia di vita.

Dal ripiano una forma si slancia verso l’alto in più direzioni tracciate da un mazzo di cappelletti di barca innestati in un basamento di Artemide nel quale è incastrato un tubo portabandiera; la compressione sembra spingere verso l’alto gli esili oggetti di metallo che imprigionano una ruota di legno tra i raggi della quale si avviluppa un tubo di gomma munito di pompette. Gli oggetti sono noti e hanno avuto una qualche funzione.

Ogni cosa abbandonata trova casa e la pressione, dice Francesco, restituisce loro la forza.

Ed è quello che mostrano i corpi distribuiti in questo spazio di mondo in cui ogni opera è la metafora di un territorio smembrato e ricomposto che è anche territorio dell’anima e cerca di non perire sotto il peso di una qualche forza avversa, di non lasciare che la lacerazione in atto diventi caduta, fine. 

Su una poltrona giace accoccolata una pelle di volpe e sembra un gatto. Francesco dice che l’ha comprata ad un mercatino senza sapere che cosa ne avrebbe fatto, ma forse solo perché gli era sembrata un corpo abbandonato.

La pressione è ciò che tiene insieme le cose e permette ai corpi di conservare le loro proprietà o di acquistarne altre in un sistema diverso di rapporti. Francesco Pastega ne ha fatto un principio creativo, una strategia di vita che gli permette di controllare la caduta, di ricomporre le lacerazioni, di tenere insieme le cose disperse e di costruirsi un territorio in cui è protagonista. E così pare dire un segaccio ricurvo tra due cornici spinto verso l’alto dalla pressione laterale; sotto l’arco della lama un pezzo consumato di cotto è tenuto dalla pressione di più pezzi di legno che a loro volta subiscono la spinta di altre pietre; ogni elemento esercita pressione sull’altro e l’insieme delle spinte è ben visibile nella parte più alta della curva che forma la sega. Sono tutti pezzi di una barca a vela distrutta che, anch’essa, stava insieme per effetto della pressione.

Francesco segue un suo percorso interno cercandolo attraverso i pezzi che gli appaiono – “mi cercano”, dice – sulla riva o emergono dal fondo del canale, si trovano sulle barene o anche nei cantieri e ciò lo riporta al mare e al suo movimento incessante, a Venezia per costituire il suo territorio, il luogo dove la sua ansia può stabilire rapporti, entrare in un sistema di relazioni dove egli vuole imbrigliare la velocità non per annullarla, ma per esserne parte, ragione.

Ed è proprio da questa esigenza di impossessarsi dell’energia della pressione per entrare nella vita delle cose che diventano territorio in cui ritrovarsi e riconoscersi, che nasce l’arte di Francesco Pastega.

Il territorio di Francesco Pastega ultima modifica: 2019-07-07T17:30:25+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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