Immigrazione. Sánchez sulle orme di Salvini?

Se il ministro e capo della Lega ha indetto la sua personale crociata contro le Ong del mondo, neanche i rapporti tra il governo guidato dal leader del Psoe e quelle spagnole sono molto sereni.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Il direttore generale della Marina mercantile spagnola, Benito Núñez Quintanilla, ha spedito il 27 giugno una lettera ufficiale di avvertimento a Gonzalo Gómez, il comandante della nave Open Arms della Ong spagnola Proactiva Open Arms. Nella missiva si ricorda che l’imbarcazione non ha l’autorizzazione a compiere operazioni di salvataggio e che parteciparvi può comportare una multa, da 300mila a 901mila euro, oltre all’emissione di un ordine di rientro e di ricovero forzato in porto e alla sospensione della patente d’esercizio per il comandante.

Nel testo – che è stato reso pubblico dal quotidiano on line El Diario – l’organismo, che dipende dal ministero per lo sviluppo, spiega che

non si potranno realizzare operazioni di ricerca e salvataggio se non con l’accordo delle autorità responsabili [della zona Sar] e sempre sotto il coordinamento di quelle autorità,

che sarebbero poi Italia e Malta.

La lettera aggiunge che le operazioni di salvataggio “che siano di carattere spontaneo o occasionale durante la normale navigazione saranno soggette alle normative internazionali e nazionali”, ovverosia al diritto marittimo che obbliga ai salvataggi di persone in pericolo.

La nave era già stata bloccata per cento giorni nel porto di Barcellona, poi autorizzata a prendere il mare per portare delle medicine in Grecia e successivamente approdata a Napoli, da dove è ripartita alla volta del nord Africa.

Nel momento in cui scriviamo, delle tre imbarcazioni di Proactiva, due sono a largo di Lampedusa mentre una terza è in porto nella capitale catalana.

Proactiva è ben conosciuta in Italia. Fu oggetto delle indagini del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, dopo aver portato in salvo 218 persone raccolte in mare. La barca dell’organizzazione venne anche sequestrata nel porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove aveva preso terra. Siamo nel marzo 2018, il Gip di Catania dichiarerà l’incompetenza della procura. Giusto l’anno prima Zuccaro dichiarava alle telecamere e nelle commissioni parlamentari che c’era intelligenza tra Ong e scafisti ma non aveva le prove. Non le trovò neanche in questo caso e la barca fu poi dissequestrata.

Nel luglio successivo, quasi un anniversario, l’imbarcazione trasse in salvo Josefa, unica sopravvissuta di un terribile naufragio. Le autorità italiane non vollero facilitare le cose neanche a Josefa, che finirà per sua fortuna a Maiorca, nelle Baleari, non senza risparmiarsi la squallida denigrazione della “naufraga con lo smalto rosso”, che svelò qualche meccanismo e qualche protagonista della Bestia salviniana e del suo indotto.

A giugno poi ci sarà lo scontro con Salvini sulla nave Aquarius e i suoi 629 migranti. L’imbarcazione, adesso cancellata dal registro navale panamense, non era di una Ong spagnola ma di SOS Méditerranée, in collaborazione con Medici senza frontiere, ma fu il capo del governo spagnolo, Pedro Sánchez, a sbloccare la vicenda quando decise di accogliere i migranti a Valencia.

L’esecutivo spagnolo non ha problemi solo con Open Arms. Alla Ong Salvamento Marítimo Humanitario, oggetto da tempo di provvedimenti amministrativi che impediscono la navigazione, non resta che aprire una costosa offensiva legale per tornare a navigare. Perché costoso è reclamare i diritti e enormemente costose sono le sanzioni previste, rispetto ai bilanci delle Ong. La sanzione amministrativa si configura come una fortissima arma per mettere fuori gioco consolidate realtà associative.

Il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, ha pochi giorni fa paragonato esplicitamente Pedro Sánchez a Matteo Salvini:

Salvini non è solo, anche in Spagna multano chi salva vite umane, e molto più che in Italia: da 10.000€ a 50.000€ è la minaccia italiana, da 200.000€ a 901.000€ la spagnola.

A essere messa in discussione è la linea rispetto all’immigrazione che il capo del governo in pectore ha impostato quando ricopriva la carica. Il 2018 era stato un anno record di arrivi per le coste spagnole, oltre sessantaquattromila persone, il triplo dell’anno precedente. All’inizio di quest’anno la rendeva nota, mai smentito, il quotidiano El País.

Fine delle collaborazioni con le Ong, e inizio di offensive tecnico-amministrative sulle imbarcazioni e le autorizzazioni; cessazione del flusso informativo sull’account Twitter ufficiale del Salvamento Marítimo; una generale “registrazione” degli accordi bilaterali, su tutti quello col Marocco, che prevede respingimenti diretti secondo protocolli che neanche la Commissione europea ha ritenuto, su richiesta delle associazioni umanitarie, di rendere pubblici.

Il governo si prefiggeva inoltre di ridurre gli sbarchi alla metà, un obiettivo evidentemente irrealizzabile da quando l’Italia aveva cominciato a boicottare le leggi del mare e i trattati internazionali.

La linea dell’esecutivo, denunciano alcune Ong, ha contribuito ad aumentare la mortalità in mare. Per Pedro Sánchez, alle prese con la lunghissima gestazione del suo prossimo governo, si iniziano ad aprire delle crepe con settori ai quali aveva esplicitamente strizzato l’occhio.

Nel suo libro Manuale di Resistenza, nel quale racconta il suo esordio come capo del governo, dedica l’inizio alla vicenda dell’Aquarius, spiegando come “l’aver salvato la vita a 630 persone fa capire che vale la pena dedicarsi alla politica”.

Dovevamo fare qualcosa. C’erano 630 persone estremamente vulnerabili. Rischiavano di morire. Presi la decisione assieme alla vicepresidente Carmen Calvo, alle ministre Magdalena Valerio e Margarita Robles e ai ministri José Luis Ábalos e Josep Borrell. Salvammo delle vite e ottenemmo che la Spagna imponesse uno sguardo completamente diverso all’immigrazione.

Dove è rivolto ora lo sguardo di Pedro Sánchez?

Immigrazione. Sánchez sulle orme di Salvini? ultima modifica: 2019-07-09T13:56:48+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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