Mare blu? Preferisco tuffarmi nel display del mio cellulare

Le nuove teconologie hanno aperto a mondi inconsistenti, hanno creato un vuoto incolmabile e disastrosamente allontanato tutti, grandi e piccoli, dal contatto reale con le cose.
scritto da ANTON EMILIO KROGH

Noi “ragazzi” dell’era analogica a proposito di un libro difficilmente avremmo detto “l’ho sfogliato e letto a tratti”. Un libro o si leggeva o non si apriva neanche, o lo si poteva iniziare a leggere per poi abbandonarlo se il suo ritmo non si confermava il nostro. Da questa considerazione, stimolata proprio dalla suddetta frase ascoltata giorni fa per caso, la conferma che l’era digitale ha creato un vuoto incolmabile e ha disastrosamente allontanato tutti, grandi e piccini, dal contatto reale con le cose, dal desiderio e interesse a fermarsi su delle pagine da leggere, da un approfondimento e verifica di qualsiasi notizia o problema della società.

Del resto se un bambino sulla battigia non costruisce più castelli di sabbia ma si rintrona per ore sotto il sole o l’ombrellone sul suo smartphone – complice una madre intenta a scattarsi selfie con la bocca a sedere di gallina e un padre che anziché tuffarsi nel mare blu con suo figlio resta immerso nella miriade di profili social e chat che riempiono la sua esistenza – che speranze potremo mai avere che quel bambino diventato adolescente possa mai leggere un libro o sviluppare un’ideologia e un pensiero più formato e solido su qualsiasi cosa? 

Questo sarà il futuro per i giovanissimi di oggi, ma è tragicamente il presente per noi, nati in un’era, quella analogica, dove tutto si muoveva su informazione, confronto e approfondimento reali. Si coltivavano le idee e di conseguenza nascevano le ideologie che attraverso quel confronto e quell’approfondimento in molti abbracciavamo, e diventavano per alcuni di noi ragioni di vita. Nascevano i movimenti, si vincevano battaglie, si conquistavano diritti, la società cambiava andando in avanti e non indietro, si sviscerava e analizzava tutto e se c’era qualcosa da condannare o da combattere lo si faceva su concretezze e conoscenze diverse, e la condanna e la lotta erano espressione di chi conosceva di cosa parlava perché ne aveva titolo per professione, cultura, attivismo politico al di là delle singole idee.

Il nostro cervello e il nostro cuore non subivano passivamente stimolazioni sterili lanciate a caso a grappoli dai nostri smartphone, ma erano “attivi” nella ricerca di quegli stimoli che potevano dare impulso alle nostre vite nelle forme e direzioni più disparate. Noi “analogici” ci incontravamo la sera, uscivamo per guardarci negli occhi, per parlare, per sedurre e per essere sedotti, per conquistare o per restare delusi attraverso quegli sguardi e quelle parole. Eravamo quelli del gettone telefonico che cadeva all’improvviso interrompendo l’ultimo secondo di telefonata, ma la vita continuava ugualmente. Al contrario della morte apparente che oggi ci coglie se appaiono sul display del cellulare quelle due temutissime parole “nessun servizio”.

Oggi è tutta una sterile ripetizione di post banali e luoghi comuni, è tutta una chat e un disperato incontro al buio, un credere a proclami di chiunque, un dare parola al decerebrato di turno del web che non ha mai sfogliato un testo di storia o il più banale dei libri, con una retorica imbarazzante che viene riproposta dai livelli più bassi sino alle alte cariche dello stato e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’era digitale ha aperto a mondi inconsistenti e vuoti, a quei castelli di sabbia che dovevano restare prerogativa dei bambini e che oggi invece sono sempre più rari sulle spiagge ma presenti nella vita reale, a una ripetizione infinita della propria immagine distorta che a partire dall’infanzia diventa l’unico metro di paragone attraverso il riflesso perpetuo e ripetitivo su qualsiasi piattaforma digitale possibile, facendo di noi stessi il centro del mondo e l’unico parametro e riferimento possibile.

Non c’è più spazio per la fantasia mentre la creatività che sembra volerci regalare il web con le sue molteplici illusioni è solo un grande bluff, perché l’unica vena creativa di un bambino, poi di un adolescente e poi ancora di un uomo, nasce e si sviluppa dal suo cervello e dalla necessità di usarlo a partire dall’imparare le tabelline a scuola senza l’aiuto di una calcolatrice fino alla possibilità di vincere il Nobel per la letteratura. 

Noi ragazzi dell’era analogica siamo stati fortunati, indietro non si può più tornare se non al prezzo dell’Apocalisse, ma se da genitori si provasse a far costruire più castelli di sabbia ai propri figli e a farli ritornare a sognare di principi e principesse che si affacciano dalle finestre di quei castelli, forse un lieve raggio di luce potrebbe stagliarsi all’orizzonte.

Mare blu? Preferisco tuffarmi nel display del mio cellulare ultima modifica: 2019-07-10T10:09:42+02:00 da ANTON EMILIO KROGH

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