Mélenchon sott’assedio

Il leader della sinistra radicale francese affronta per la prima volta critiche alla gestione poco democratica del partito e alla sua linea politica populista
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

Jean-Luc Mélenchon ha deciso di partire per il Messico di Lopez Obrador. Poi passerà del tempo nel Venezuela chavista. Nessuna discussione politica sulle cause della sconfitta alle scorse elezioni europee (6.3 per cento). Il leader de La France Insoumise dice di avere bisogno di un periodo di riflessione, dopo le aspre critiche che gli sono state rivolte da alcuni esponenti del suo stesso partito. Qualcuno ha anche deciso di andarsene, accusandolo di gestione autoritaria del partito politico da lui fondato. Un affronto per il lider maximo della sinistra.

I viaggi di Mélenchon sono però sempre osservati con attenzione dalla galassia della sinistra radicale francese. Perché ogni volta che se ne va, “Méluche” ritorna con un colpo di scena. 

Accadde anche nel 2014, dopo il cattivo risultato delle elezioni europee, quando decise di lasciare il Front de Gauche, da lui fondato, per creare quello che sarebbe poi diventato il suo nuovo movimento politico, La France Insoumise (Lfi). L’obiettivo era di trasformare un partito di sinistra radicale in un partito populista in grado di acquistare una posizione dominante nel campo della sinistra tutta. E il primo passo era stato l’eliminazione della parola “sinistra” dal nome del nuovo partito.

Jean-Luc Melenchon e il suo vice Adrien Quatennens

Un periodo di riflessione, quindi, per ripulirsi un’immagine non solo indebolita dalla sconfitta ma dai video della sua collera durante la perquisizione alla sede del suo partito.

Il suo sguardo è infatti sempre rivolto alle elezioni presidenziali del 2022. E sarebbe la terza volta per il leader del dégagismo (una più elegante versione del “Vaffa” grillino).

Meglio partire, avrà pensato Mélenchon. L’aria nel suo partito sta diventando molto pesante.

Qualche giorno dopo i risultati delle elezioni europee, Le Monde pubblicava infatti una nota interna del partito firmata da quarantadue dirigenti e militanti nella quale si denunciava la troppa verticalità dei processi decisionali e l’assenza di democrazia interna. Una critica rivolta a Mélenchon e al suo entourage che da tempo gestiscono il partito-movimento come un oggetto di proprietà. Nonostante i costanti richiami di Mélenchon alla mancanza di democrazia nel paese, la regola non varrebbe per il suo movimento (un tratto in comune con altri partiti populisti).

Tra coloro che hanno alzato la voce anche Charlotte Girard, la responsabile del programma per La France Insoumise. E poi Clémentine Autain, deputata molto popolare tra gli elettori Lfi. Per Girard il partito è nella disorganizzazione totale, con enormi perdite di energie per i dirigenti e i militanti. E poi soprattutto

[…] non c’è alcun mezzo per esprimere il proprio disaccordo. L’inefficacia del partito è un tutt’uno con la mancanza di democrazia.

Le parole di vicinanza di Mélenchon ai gilet gialli sono infatti rimaste tali. Girard ritiene che il partito non sia riuscito ad appropriarsi del movimento sociale e che quest’incapacità esprima al meglio l’inefficacia del movimento.

Se i metodi decisionali sono contestati, è però la strategia politica ad essere oggetto di critiche. Clémentine Autain in particolare ritiene che sia necessaria una linea politica meno divisiva e marcante a sinistra. Come dimostrano queste ultime elezioni, Lfi non è autosufficiente ed inimicarsi e insultare le altre forze della sinistra – Hamon, Jadot e i verdi, il Pcf – non è utile all’obiettivo finale della conquista della presidenza della repubblica.

Sono stati alzati dei muri là dove sarebbe stato meglio creare delle passerelle. La ricerca di una dinamica politica, sociale e culturale che permetta di far vincere il cambiamento nella testa e nelle urne suppone l’esistenza di alleati e la capacità di far vivere il pluralismo.

Sottinteso: Mélenchon non è in grado di creare quelle alleanze, né di far vivere quel pluralismo.

Clémentine Autain

È un attacco al disegno politico che Mélenchon ha perseguito in questi tre anni: approfittare delle difficoltà socialiste per prenderne il posto come forza principale della gauche. Una non concordata ma ben accolta manovra a tenaglia con La République En Marche di Emmanuel Macron.

Autain aggiunge poi che la promozione della natura “gassosa” del movimento – liquida diremmo in Italia – è parte di una strategia utile per attirare militanti ma che non mette il partito al riparo delle correnti e dei giochi di potere. La deputata ha deciso quindi di lanciare l’ennesimo “big bang” della sinistra a cui parteciperanno varie formazioni della sinistra radicale francese (e non solo): Besancenot e il suo Nouveau Parti anticapitaliste, qualche ecologista, il braccio destro di Benoît Hamon. E poi Philippe Martinez, il segretario del sindacato CGT, Attac e intellettuali vari. Un già visto presentato come una novità.

Se inizialmente le critiche hanno portato ad alcune modifiche per migliorare la democrazia interna, ci ha pensato Mélenchon a far comprendere chi conta nel partito, anche in sua assenza:

Il mio ruolo è consustanziale al movimento, perché ero io il suo candidato alle presidenziali.

Infatti impone come numero due del partito, una richiesta partita dai contestatori, Adrien Quatennens, un deputato a lui fedelissimo, con l’intento di perseguire questa strategia populista che alle presidenziali ha funzionato.

Ma che ha avuto conseguenze inaspettate sulla porosità degli elettori de La France Insoumise alle idee del Rassemblement National.

Anche se a livello nazionale soltanto il 7 per cento degli elettori di Mélenchon aveva votato per Marine Le Pen al secondo turno, nelle regioni della de-industrializzazione questa porosità è più accentuata: una competizione che Mélenchon non vuole perdere. E oggi, secondo un sondaggio Odoxa, circa il 36 per cento degli elettori di Mélenchon hanno una buona opinione del partito di Marine Le Pen (era il 5 per cento quattro anni fa) e il 58 per cento lo considera come gli altri partiti.

L’insidia più pericolosa per Mélenchon viene oggi però da François Ruffin, un deputato de La France Insoumise, molto particolare e molto abile nella gestione dei social media. Ruffin è un ex giornalista e documentarista che da tempo si sta mettendo in risalto come il principale avversario da sinistra di Macron. Ha scritto un libro, di solito la premessa di ambizioni politiche più alte, dal titolo eloquente: Ce pays que tu ne connais pas (“Questo paese che non conosci”) rivolto al presidente della repubblica.

Ruffin negli ultimi giorni si è poi “divertito” ad appostarsi di fronte alle sedi istituzionali per rincorrere e interrogare in maniera molto dura ministri e deputati della maggioranza che viaggiano in auto blu per spostarsi tra i ministeri, in barba ai loro impegni per combattere il cambiamento climatico. Ruffin è l’anima populista e movimentista del partito di Mélenchon. Ed è ambizioso.

Il video di François Ruffin

Un’ambizione quella di Ruffin per le presidenziali che non è nascosta e che viene presentata come se lo stesso Mélenchon lo incoraggiasse. Su Le Point ha infatti dichiarato:

Non è automatico che la nostra famiglia politica debba presentare assolutamente un candidato. Le cose sono cambiate. Lfi non è più egemonico a sinistra. Se un’altra candidatura sembra esser migliore per difendere il progresso sociale, bisognerà sostenerla.

Ma se una cosa è chiara del carattere di Mélenchon è che lui viene prima di tutti. E che non si fa da parte facilmente.

Mélenchon sott’assedio ultima modifica: 2019-07-10T20:05:44+02:00 da MARCO MICHIELI

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