La società civile nella Russia di Putin

Un mondo in fermento di movimenti e di associazioni d’ogni genere tra spinte modernizzatrici e tradizionaliste, un attivismo sociale che contraddice il cliché corrente dei russi come una massa “silenziosa e obbediente”, una realtà in evoluzione con cui il regime non sembra in grado d’interagire.
scritto da ANNALISA BOTTANI

Una grande vittoria per la società civile.

Così hanno definito il rilascio, per assenza di prove, di Ivan Golunov, giornalista di Meduza, arrestato il 6 giugno a Mosca e condannato poi ai domiciliari con l’accusa di possesso e spaccio di droga. Un arresto che ha scatenato l’immediata reazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica, delle ONG che si occupano di diritti umani, di numerose personalità del mondo della letteratura, del cinema e della musica, ma, soprattutto, dei media russi – anche quelli filogovernativi come Russia Today – che si sono dimostrati compatti e uniti nel sostenere la sua innocenza. Basti pensare alla decisione di tre quotidiani liberali come Kommersant, Vedomosti e RBK di pubblicare il 10 giugno in prima pagina, per la prima volta nella storia, lo slogan “Io/Noi siamo Ivan Golunov” (“Я/Мы Иван Голунов”). Persino Maria Zakharova, portavoce del ministero degli affari esteri, alla notizia del rilascio, ha commentato la vicenda sui social con il post “The best day. To tears. Joy.”

La prima pagina di Vedomosti, RBK e Kommersant con lo slogan “Я/Мы Иван Голунов” (Io/Noi siamo Ivan Golunov)

Questo non è il primo né, purtroppo, l’ultimo caso in cui giornalisti, attivisti o cittadini vengono arrestati con accuse simili. Ma come si spiega l’importante mobilitazione a favore di Golunov? E, soprattutto, cosa si intende per società civile?  

Dmitry Peskov, portavoce di Putin, dopo aver precisato che il presidente stava seguendo con attenzione la vicenda confrontandosi anche con il Commissario per i diritti umani Tatyana Moskalkova, ha dichiarato che

gli errori sono possibili, abbiamo bisogno di spiegazioni. Anche i giornalisti possono commettere errori… L’importante è riconoscerli per non ripeterli.

A breve è seguito l’annuncio “a sorpresa” del ministero dell’interno del rilascio del giornalista e del licenziamento dei funzionari coinvolti nell’indagine, colpevoli di aver falsificato le prove. Secondo l’analista Andrei Kolesnikov del Carnegie Moscow Center, il rilascio di Golunov è legato alla volontà del Cremlino, anche in vista del Direct Line che si è svolto il 20 giugno, di evitare un possibile danno d’immagine. Negli stessi giorni è stata concessa la libertà condizionale anche a Ojub Titiev, direttore di Memorial, condannato a marzo a quattro anni di carcere in Cecenia con l’accusa di possesso di droga (come Golunov).

Chi conosce bene Golunov, come l’analista del Carnegie Moscow Center Alexander Baunov, non lo considera il classico “giornalista d’opposizione”, pur essendosi occupato nel corso della sua carriera di casi di corruzione tra i funzionari governativi, di appalti pubblici e del business legato all’industria funeraria. Non si tratta di certo di un giornalista sopra le righe, dunque. In realtà, secondo Baunov, è stato proprio questo elemento a far risvegliare cittadini e giornalisti: la sensazione di essere vulnerabili e inermi, com’è avvenuto per Golunov, dinanzi alla legge e, in particolare, alla polizia e ai servizi segreti e la consapevolezza di poter ricevere lo stesso trattamento, senza motivo. Per contestualizzare tutto questo è necessario ricordare che il business della droga, talvolta, può essere uno strumento di estorsione utilizzato da parte della polizia. Se nel 2004 erano 40.000 le persone incarcerate per reati legati alla droga, oggi parliamo di 140.000 cittadini, alcuni dei quali sembrano possedere, secondo Baunov, l’esatta quantità di droga necessaria ai fini dell’arresto. Dunque, le proteste non erano pro o contro Putin né una lotta per la democrazia. Ma hanno dato voce al desiderio della società di smantellare un sistema “di stampo mafioso” adottato dalla polizia o dall’intelligence per estorcere denaro, confiscare proprietà o mettere a tacere le persone.


Un corteo nel centro di Mosca gruda slogan come “Leonid Volkov libero!”, “Putin ladro“ e “I/We Ivan Golunov”

Il clima di euforia, soprattutto tra i giornalisti, felici, ma “confusi”, tuttavia, è durato poco. Le dichiarazioni del ministro dell’interno Kolokoltsev – “i diritti di ciascun cittadino, indipendentemente dalla sua professione, devono essere sempre tutelati” – sono state smentite solo 24 ore dopo, il 12 giugno, durante una delle principali festività dell’anno – la “Giornata della Russia”. Secondo quanto riportato da Steve Gutterman per Radio Free Europe Radio Liberty, nel corso della protesta non autorizzata (di competenza delle autorità locali, secondo Peskov) sono state arrestate oltre 550 persone (tra cui circa venti minorenni). Impossibile dimenticare anche le immagini di due donne anziane strattonate dalla polizia. E il 1° luglio è stato condannato a dieci giorni di detenzione anche Alexei Navalny per aver violato la legge partecipando alla manifestazione non autorizzata.

Alla luce di quanto accaduto, che ritratto, dunque, si può delineare della società civile? È frammentata, coesa, capace di porsi come soggetto attivo nei confronti del potere? Secondo Anna Zafesova (La Russia post-sovietica, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Mondadori, anno 2018), il dibattito sulla società civile risulta abbastanza contraddittorio: alcuni vedono una “realtà piuttosto sviluppata”, altri la considerano ancora in “stato embrionale”, altri ne rilevano la “totale inesistenza”.

E analizzando i soggetti che la animano, troviamo diverse tipologie di organizzazioni attive: le organizzazioni di derivazione statale, le diramazioni locali di ONG straniere, le associazioni locali istituite con finanziamenti occidentali e “movimenti autoctoni” sorti spesso per reagire ad emergenze sociali o per colmare i gap del governo (assistenza medica, roghi forestali, solidarietà alle vittime di calamità naturali etc.).

Uno dei pilastri della società civile è dato sicuramente dai difensori dei diritti umani e delle minoranze, in perenne conflitto con lo Stato che ha emanato nel 2012 la “Foreign Agent Law”, resa sempre più stringente nel corso degli anni, attraverso la quale si può bollare come “spia” chiunque riceva finanziamenti esteri, rendendo non solo estremamente difficoltoso attuare interventi e cooperare con gli altri soggetti territoriali, timorosi della reazione del governo centrale, ma anche difendersi da attacchi giudiziari e indagini. A dicembre 2018 sono state censite più di 150 ONG come “agenti stranieri”, includendo i gruppi di difesa dei diritti umani. Ulteriori restrizioni sono state introdotte per limitarne “l’attività politica” in quanto vista come un mezzo per “influenzare il governo o l’opinione pubblica”. Tra le associazioni colpite rientrano “Open Russia” di Mikhail Chodorkovskij, “Golos” (Voce), che ha monitorato attentamente i processi elettorali, e la “Fondazione per la lotta alla corruzione” di Navalny, solo per citarne alcune.

Il presidente russo nello studio tv di Direct Line with Vladimir Putin prima che inizi la trasmissione, 20 giugno 2019

Finora il Cremlino ha dovuto affrontare l’attivismo politico ispirato alle lotte anticorruzione di Navalny, ma, inaspettatamente, una parte della società sta sviluppando una “coscienza civica” derivante da conflitti legati ad istanze apolitiche (sviluppo e ricostruzione degli spazi urbani, chiusura di ospedali, gestione dei rifiuti etc.) in cui i soggetti supportati dalle autorità hanno invaso gli spazi privati della popolazione. Spesso, secondo Lev Gudkov del Levada Center, sono i manifestanti e gli attivisti a non voler definire come politiche le proprie azioni.  

Dalle singole proteste sono sorte organizzazioni civiche permanenti che hanno dimostrato una notevole capacità di mobilitare i propri sostenitori, contrastare gli attacchi degli avversari e perorare le proprie cause in tribunale. Insomma, sarebbe nato un nuovo “spirito di cittadinanza” che non coinvolge più solo le ONG, ma anche associazioni informali che proteggono gli spazi della comunità e altri nuovi gruppi composti da rappresentanti municipali e consiglieri locali in contrasto con il Partito Russia Unita.  

Anche dopo la fine del comunismo si è verificato un boom di associazioni, malgrado la “vera trasgressione” fosse “chiudersi nella dimensioni privata, non emergere in quella pubblica”, approccio che ha, de facto, lasciato il monopolio della sfera pubblica allo Stato. Tra queste organizzazioni, è importante ricordare Memorial, dedicata ai crimini dello stalinismo che ha svolto un importante lavoro di ricerca e divulgazione, e altre che hanno cercato di dare una risposta concreta a diverse istanze sociali, tra cui le associazioni religiose, le associazioni LGBT, gli ambientalisti, quelle che denunciavano gli abusi del governo (“Le Madri dei Soldati”), le organizzazioni di supporto ai detenuti, senza dimenticare i soggetti operanti in ambiti trascurati dal governo: l’assistenza a favore delle donne, dei migranti, dei profughi, dei tossicodipendenti, il supporto ai senzatetto e agli orfani, la tutela degli animali etc. Molte associazioni legate alla sanità hanno dato la possibilità di introdurre nel Paese tecnologie e terapie nuove e di supportare disabili o pazienti con patologie psichiatriche.

Secondo uno studio pubblicato a giugno dal Center for Social and Labor Rights, più di un terzo delle 429 proteste svoltesi nel 2019 ha riguardato tematiche sociali, ossia il doppio delle 86 proteste sociali registrate nel medesimo periodo del 2018. L’autrice dello studio, Anna Ochkina, ritiene vi sia stata una variazione anche in termini geografici: le città in cui oggi si verificano le proteste sono quelle che due o tre anni fa erano silenti e raramente divenivano soggetti attivi a livello sociale o politico. Per usare le parole di Kolesnikov, sarebbe nata “una sorta di nuova tipologia di attivismo civico: quello sorto dai rifiuti e dalle demolizioni.”

In tal senso il caso di Yekaterinburg è particolarmente significativo. La protesta dei residenti della città, contrari alla costruzione di una chiesa all’interno di un parco, costituisce un’importante novità: se si uniscono le forze, è possibile davvero rappresentare una sfida alle autorità, ormai abituate a percepire l’opinione pubblica come una maggioranza silenziosa. Questo non vuol dire che lo Stato intenda lasciare libero il campo. Anzi, il confronto è divenuto ancora più forte. 

E secondo quanto riportato da Andrei Pertsev (The Moscow Times), le proteste non sono più un fatto “straordinario”, ma un fenomeno radicalizzato. I cittadini dimostrano di essere sempre più disposti a scendere in piazza per questioni non legate per forza alla politica, sfidando le autorità, i possibili arresti e licenziamenti, le espulsioni dall’Università e la violenza della polizia. Talvolta l’esito di tali proteste può essere anche positivo e, com’è avvenuto a Yekaterinburg, le autorità sono scese a patti con i dimostranti. Il vice sindaco Kovalchik e la Chiesa locale ortodossa hanno deciso di escludere l’area interessata dalla lista dei possibili luoghi in cui effettuare la costruzione.

Anche ad Arkhangelsk si sono svolte alcune proteste non autorizzate contro la costruzione a Shiyes di un deposito per lo stoccaggio dei rifiuti di Mosca. Un tempo quest’area era considerata allineata al regime politico, mentre ora chiede, insieme alla confinante Repubblica dei Komi, le dimissioni dei governatori coinvolti. E a Magan, capitale dell’Inguscezia, i cittadini non hanno avuto paura di protestare contro la ridefinizione dei confini con la Cecenia.

Non molto tempo fa questi stessi cittadini sarebbero rimasti a casa, anche in situazioni più critiche. Secondo Pertsev, i Russi, che sentono una profonda frustrazione nei confronti del governo, hanno bisogno solo di una ragione simbolica che possa riunirli e mobilitarli per scendere in piazza. Dunque, si parla la stessa lingua e si condividono gli stessi slogan. E questa ragione simbolica è solo l’ultima goccia in un clima di discontento generale. Nella fase attuale sicuramente la protesta apolitica ha preso il sopravvento, ma durante le manifestazioni, comunque, si levano voci che invocano non solo le dimissioni delle autorità federali, ma anche quelle di Putin e di Medvedev. Il comune denominatore di queste proteste è sempre il medesimo: “You didn’t ask us”. Il governo federale spesso non comprende le ragioni simboliche che animano le proteste e ritiene di poter placare gli animi, almeno nel breve periodo, attraverso piccole concessioni. Ma la volontà dei manifestanti di far sentire la propria voce è sempre più forte.

Insomma, si tratta di un universo in contrasto con il passato sovietico in cui questi soggetti erano legati allo Stato o alle sue dipendenze, un’adesione “volontario-coatta”: parliamo di sindacati, organizzazioni professionali, associazioni benefiche. Secondo Zafesova,

l’idea di uno Stato attento e reattivo alle esigenze del proprio popolo e capace di creare con esso un simmetrico rapporto biunivoco non appartiene di certo alla tradizione del mondo post-sovietico. Per i Russi il termine potere è sinonimo di governo […] Il potere è qualcosa di separato e immutabile, non soggetto a influenze esterne, di conseguenza non portato al dialogo, meno che mai abituato all’alternanza, in grado di dispensare favori e punizioni in maniera quasi sacrale.

Si tratta di un modello, che persiste anche nella Russia di oggi, in cui il rapporto con il potere è verticale e paternalista: la dimensione pubblica prevale su quella privata, “fin dal contesto abitativo”. Lo si può notare durante gli interventi dei cittadini al Direct Line in cui l’interazione tra le parti è improntata al paternalismo, ossia una forma di supplica più che una rivendicazione.

Un trend che risulta in linea con la seconda “anima” della società civile: oltre a quella indipendente, in lotta e decisa ad espandersi al di là delle “proverbiali cucine dell’intellighenzia sovietica”, vi è quella supportata, anche a livello economico, dalle autorità che costituisce un’imitazione della società civile stessa. 

Putin conferisce l’Ordine d’onore ad Alexander Zaldostanov, capo del club nazionale dei motociclisti, nel corso dell’incontro al Cremlino con i rappresentanti della Società per la storia militare e delle associazioni attive nell’educazione patriottica dei giovani (13 marzo 2013)

Talvolta alcune di queste associazioni sostituiscono completamente quelle bollate come “spie” dal governo stesso. Così sono nate la “Public Chamber”, istituita nel 2005 presso la presidenza, e i “Public Council” legati a ministeri e agenzie governative. La Public Chamber, che ha la funzione di mediatrice tra Stato e Società, è composta da 126 esponenti della società civile, scelti dal presidente e selezionati dagli altri membri. Resta sempre il medesimo dilemma: collaborare con il governo, vero motore della vita pubblica in Russia, o scegliere di agire in maniera indipendente? Talvolta è stata scelta la via della cooperazione, ma, in caso di controversie, il punto di vista della Public Chamber è stato ignorato. Uno dei momenti più critici per questo soggetto si è verificato nel 2010, a seguito della proposta di nominare Vladislav Surkov co-presidente della Commissione per la società civile russo-americana, un personaggio che, è opportuno ricordarlo, è autore della teoria della “democrazia controllata” e “creatore e distruttore”, nel contempo, di “partiti in provetta e oppositori leali al Cremlino, sui quali dirottare in sicurezza il voto di protesta.”

Dal 2017 queste organizzazioni hanno iniziato ad ottenere fondi dallo Stato e al 1° dicembre 2018 210.000 di queste sono state registrate, ricevendo nel 2018 oltre 25 milioni di dollari sotto forma di sovvenzioni presidenziali. Secondo il sociologo Simon Kordonsky,

l’obiettivo del governo è quello di trovare qualcosa di valido o che appare tale, nazionalizzarlo e renderlo parte dello Stato. Il nostro Stato è composto interamente di strutture che imitano processi che si svolgono al di fuori dello stesso.

Basti pensare alla Russian Military Historical Society (RMHS) che ha oscurato l’indipendente Free Historical Society oppure all’appropriazione dell’evento Immortal Regiment in cui le persone scendono in piazza portando con sé i ritratti dei parenti che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale (o “Grande Guerra Patriottica” per i Russi), mentre altri, controversi secondo il governo, non sono ancora “pronti” per essere nazionalizzati e vengono, dunque, vietati per legge (ad esempio, “The Last Address Initiative”, ossia il progetto che prevedeva la posa di placche commemorative ove vivevano le vittime della repressione sovietica, vietato a San Pietroburgo). Altre organizzazioni fanno parte della società civile conservatrice, tra cui i Cosacchi, che vengono tuttora utilizzati durante le manifestazioni per “mantenere l’ordine pubblico”, attraverso metodi violenti. In questo caso è il governo stesso a dare in outsourcing le proprie “funzioni da supervisore”, affidandole alla “società civile conservatrice”.

Giovani cosacchi pronti a difendere la patria

Vi sono poi altri gruppi, tra cui i movimenti delle frange estremiste della Chiesa ortodossa, che combattono contro figure “sgradite” attive in diversi campi, dalla politica alla cultura. Di questi è difficile rilevare la reale autonomia dallo Stato: il caso delle Pussy Riot, lo ricordiamo, è emblematico in quanto appositamente per le attiviste è stato introdotto nel codice penale il reato di “teppismo religioso”. Questa unione tra Stato e Chiesa ha portato ad emarginare le religioni non tradizionali e addirittura a bandire i Testimoni di Geova. 

Altri fautori delle lotte contro personaggi “sgraditi” sono le associazioni ultraconservatrici, nazionaliste e xenofobe. Sono quelle, per intenderci, che hanno aggredito la scrittrice Ljudmila Ulickaja o Navalny con liquidi corrosivi. Oppure i gruppi che monitorano le comunità LGBT sui social al fine di esporre pubblicamente il loro orientamento, causando licenziamenti e altri gravi disagi.  

A volte sono le autorità ad avviare in prima persona azioni in grado di favorire una buona percezione dell’impegno dello Stato: in ambito urbano, ad esempio, secondo quanto riportato dall’Economist, sono stati avviati in numerose città interventi di gentrification o “благоустройство” (blagoustroistvo), a partire da Mosca il cui centro dal 2011 è stato trasformato in un “paradiso pedonale irriconoscibile”. Al di là dei possibili benefici, alcuni analisti ritengono che queste azioni siano anche un modo per placare la classe media residente in città che ha protestato contro le elezioni fraudolente del 2012. In alcuni casi sono stati criticati i costi esorbitanti e i metodi brutali impiegati per rimuovere, ad esempio, i chioschi dalle zone gentrificate. Nelle piccole città non sono mancati i casi di corruzione – gli appaltatori erano legati alle famiglie delle autorità locali incaricate di avviare la ricostruzione degli spazi – e spesso i risultati non sono stati ottimali, rendendo inadeguati i nuovi spazi. In altri casi, invece, gli interventi sono stati una sorpresa per i residenti. Secondo la direttrice di un museo di Palekh, una delle città in cui sono stati effettuati gli interventi, “questa è la prima volta che viene concessa alle persone la possibilità di dire la propria opinione.” Certamente, sempre secondo l’Economist, sarebbe assurdo vedere in questo processo di gentrification una cura per la politica repressiva russa. L’analista politica Ekaterina Schulmann crede che nessuno stia cercando “democrazia, ma budget e risultati”. Qualsiasi attività civica, quando devia dai temi chiave “sicuri” per il governo, ad esempio i processi di urbanistica che rappresentano una sfida per chi è al potere, provoca irritazione. Comunque, sarebbe riduttivo liquidare in maniera semplicistica questi fenomeni: le energie creative russe potrebbero non avere uno sbocco in politica, ma non sono state sradicate.

Il rendering del parco di una nuova zona residenziale per famiglie benestanti

Quindi, più Stato o più società civile? Zafesova traccia un quadro tra luci e ombre. Sicuramente vi è una maggiore propensione da parte dei Russi a manifestare per i propri diritti e a scendere in piazza per cause importanti, un fenomeno derivante anche dalla crisi economica e dai tagli al welfare e alla spesa pubblica, ma la società civile intesa come “attore volto a chiedere e ottenere accountability, trasparenza, efficienza, inclusione e, quindi, infine democrazia” è ancora ai “primi passi”. Non aiuta il fatto che lo Stato sia ancora l’elemento trainante anche nel settore delle organizzazioni non statali sia perché erogatore di finanziamenti sia per le azioni repressive che esercita su moltissime ONG e associazioni attraverso i provvedimenti normativi. Tra questi bisogna ricordare la legge, approvata durante la gestione Medvedev, che ha introdotto il reato di estremismo. Uno strumento apparentemente in linea con l’esigenza di indebolire i movimenti xenofobi eliminando aggressioni e omicidi a sfondo razziale. Ma nel corso del mandato putiniano questo strumento si è trasformato in un’arma per trasformare in atto estremista “qualunque contestazione al sistema politico esistente”. Non è stato, inoltre, utilizzato solo per le proteste politiche, ma anche per punire chi chiedeva a gran voce il rinnovamento del patrimonio edilizio moscovita o i tagli alla sanità. 

Certamente questi elementi non aiutano una tipologia di società in cui, secondo Elena Chebankova, ricercatrice dell’Università di Lincoln, è insita la vocazione al silenzio o la tacita solidarietà nei confronti di coloro che protestano. Zafesova ritiene, tuttavia, che sia un errore sottovalutare l’attivismo sociale dei russi, descrivendoli come una massa “silenziosa e obbediente”. Alcuni movimenti, nel corso degli anni, hanno favorito l’introduzione di nuovi modelli di organizzazione, nuove tendenze che promuovono la tolleranza e la difesa dei diritti. Tra gli esempi citati vi è la creazione di un movimento a supporto dei bambini affetti dalla sindrome di Down, che in epoca sovietica venivano abbandonati dai genitori su insistenza delle autorità sanitarie statali. Ora, grazie all’attivismo, possono contare su nuove forme di inclusività e rispetto, prima assenti.  

Per Zafesova lo scontro tra autorità e società civile e tra le componenti della stessa è subordinato al dibattito sul modello futuro che sarà adottato in Russia, “tra pulsioni modernizzatrici e tradizionaliste” e tra due visioni opposte del rapporto tra cittadino e Stato.  

Come si pone il presidente Putin nei confronti di questo fervore civico?

In questa fase l’amministrazione Putin è più reattiva che proattiva, secondo Konstantin Gaaze del Carnegie Moscow Center. Dopo vent’anni al potere, le recenti proteste per la crisi economica e la riforma delle pensioni, Gaaze ritiene che Putin, pur essendo presidente, non abbia più lo status di leader della nazione. L’attuale instabilità politica, a suo avviso, dipende da una mancanza, al Cremlino, di egemonia e di leadership strategica o dall’incapacità di organizzare l’agenda in vista della fine del suo mandato.

Oltre ai “progetti nazionali”, una sorta di roadmap per lo sviluppo economico futuro, sarebbero necessarie riforme strutturali e nuove iniziative che lo stesso team governativo dedicato alle questioni di politica interna spesso non propone per timore nei confronti del presidente, impegnato, come sempre, a gestire la politica estera. Per Gaaze la riforma essenziale sarebbe quella di mettere fine, ad esempio, ai metodi brutali di gestione del Paese finora utilizzati. L’alternativa sarebbe quella di non fare nulla: solo così si saprà se l’opinione pubblica intende ancora tollerare gli eccessi di una classe dirigente non più protetta dall’autorità di un leader della nazione.

Il presidente russo al Direct Line with Vladimir Putin del 20 giugno 2019

Per l’analista Tatyana Stanovaya il Direct Line del 20 giugno è stato il primo in cui è emersa chiaramente la “nuova realtà politica”. Una realtà in cui il malcontento nei confronti del presidente è maggiore, elemento di cui Putin è pienamente consapevole. Le questioni di politica interna e le problematiche socioeconomiche sono state al centro del dibattito e del confronto con i cittadini. Ma il ruolo che ha scelto per gestire l’interazione è quello di intermediario tra le autorità e l’opinione pubblica, dimostrando di non voler più individuare nuove soluzioni in qualità di presidente, ma di delegare questa funzione e le responsabilità collegate ad altri.

Le tattiche sono, dunque, due: trasferire le responsabilità a livelli di governo inferiori oppure ordinare ai soggetti responsabili di gestire le singole emergenze. L’immagine che il Cremlino vuole veicolare è quella di un’amministrazione che sta procedendo nella giusta direzione, grazie ai noti “progetti nazionali” e ai fondi allocati. Dunque, una difesa dura del proprio operato e la volontà di non scendere a patti con la società e con le istanze che essa presenta. 

Ed è questo il nodo da sciogliere: il presidente percepisce ormai il malcontento della popolazione, ma non ritiene sia basato sui problemi reali che la affliggono, ma su reazioni puramente emotive e sull’incapacità della stessa di comprendere il quadro generale. Questo indica che non vi sarà alcuna revisione della linea economica e sociale: il governo, da una parte, e la società civile, dall’altra, faranno, dunque, fatica ad avviare un processo di comprensione reciproca, in un clima di sospetto che non porterà di certo ad un compromesso sui temi chiave per il Paese.

Per Kolesnikov le elezioni previste in diverse regioni, tra cui, a settembre 2019, Mosca (per la Duma) e a San Pietroburgo (per il Governatore) potranno contribuire a determinare con maggior precisione il livello di malcontento della società, anche se è già chiaro che la Russia sta entrando in una nuova fase di attivismo civico e politico. 

La società civile nella Russia di Putin ultima modifica: 2019-07-12T16:59:54+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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