Gli italiani di domani. Venti milioni in meno

Meno nascite, meno decessi, meno immigrazione e più emigrazioni: è il cocktail velenoso che sta portando il paese al disastro demografico.
scritto da VITTORIO FILIPPI

Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi novant’anni una fase di declino demografico.

Declino demografico: così sintetizza l’Istat nel suo ultimo rapporto sulla demografia del paese. D’altronde chi avrebbe mai pensato che in un solo anno – il 2018 – l’Italia perdesse Monza. Ovviamente Monza c’è ancora, ma l’Italia si è ridimensionata di 124 mila persone, per cui dal 2015 la contrazione è stata di 400 mila unità, la popolazione di una città come Bologna per intenderci. E, in previsione, il depopolamento o spopolamento anziano che dir si voglia continuerà per tre semplici e drammatici motivi che rendono l’Italia sempre più (demograficamente) irrilevante.

I tre motivi sono tre segni meno: meno nascite, meno (per ora) decessi, meno immigrazione (e più emigrazioni). Un cocktail velenoso perfetto per qualsiasi demografia.

Il primo e più importante segno meno è quello delle nascite, che nel silenzio assuefatto dell’opinione pubblica seguitano a calare, registrando – anno dopo anno – un continuo minimo storico dall’Unità d’Italia. Mancano ormai le stesse madri, per il semplice fatto che abbiamo sempre meno donne in età feconda per gli ovvi motivi della denatalità di ieri. Certo, tamponano le donne straniere: ma il fatto che nel nordest ventuno bambini su cento vengano da madri straniere (con il picco del 24 per cento in Emilia) non risolve assolutamente tutta la pesantezza ormai irrimediabile della denatalità italiana. Anche perché le donne straniere invecchiano e il loro flusso immigratorio è in contrazione.

Anche i decessi calano, il che è al tempo stesso una notizia assolutamente positiva ma anche paradossale, dato che per logica una popolazione che invecchia dovrebbe avere anche più mortalità. La soluzione si chiama longevità, per cui l’Italia – posta nell’area più vecchia del pianeta, l’Europa meridionale – ha sempre più anziani al tempo stesso più longevi. 

E poi ci sono le valvole sociali delle migrazioni. Dove una si raffredda – quella delle entrate in Italia – e una si amplia: quella delle uscite per cui, calcola l’Istat, lo scorso anno se ne sono andate 157 mila persone, soprattutto italiani.

Per il resto siamo – se non vogliamo chiamarlo declino – all’irrilevanza demografica (un’irrilevanza che comunque non è certo solo italiana): nel 1950 tra i primi dieci paesi più popolosi del pianeta tre erano europei (Germania, Regno Unito e Italia, quest’ultima al decimo posto con 46 milioni di abitanti). Oggi in questa graduatoria l’Europa non c’è più mentre alla fine del secolo gli stati più popolosi saranno asiatici e africani, con l’unica eccezione degli Stati Uniti.

Per il Pew Research Center, tra i dieci paesi che avranno la maggior crescita di abitanti in valori assoluti nel prossimo secolo, otto sono africani, a dimostrazione del “continente nero” quale motore demografico mondiale per i prossimi decenni. Viceversa le maggiori contrazioni avverranno in Cina (che dovrebbe perdere ben 374 milioni di abitanti) mentre in Europa Italia e Spagna diminuiranno nel secolo rispettivamente di 20 e 14 milioni di abitanti.

Se le previsioni le realizziamo in valori percentuali, il quadro geodemografico si dicotomizza: da una parte ai primi dieci posti in termini di tassi di crescita troviamo solo paesi africani, dall’altro il dimagrimento demografico interesserà soprattutto i Balcani (Albania e Serbia in testa) e diversi paesi dell’Europa orientale come Moldavia, Bulgaria e Ucraina. Aree in cui la desertificazione antropica (fatta di denatalità ed emigrazioni) è in realtà già iniziata da tempo.

L’Italia sta perfettamente nella linea di faglia di questi sommovimenti demografici mondiali ed epocali al tempo stesso: cosa scientificamente interessante ma socialmente inquietante.

Gli italiani di domani. Venti milioni in meno ultima modifica: 2019-07-17T10:38:06+01:00 da VITTORIO FILIPPI

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