Sánchez vuole il monocolore?

Primo giorno del dibattito di investitura del nuovo esecutivo al Congreso de los diputados, la Camera spagnola. Tutto è rimandato a giovedì, quando basterà la maggioranza semplice per il suo insediamento come capo del governo, visto che la maggioranza assoluta, che i regolamenti prevedono nella prima votazione, non è stata raggiunta. Ma, come stanno le cose, neanche il governo di minoranza sembra più un obiettivo sicuro.
ETTORE SINISCALCHI
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Pedro Sánchez vuole il governo monocolore ed è disposto anche a rischiare di tornare al voto per ottenerlo. Perlomeno questo appare dal primo giorno del dibattito di investitura che si è tenuto lunedì al Congreso de los diputados, la Camera spagnola. Tutto è rimandato a giovedì, quando basterà la maggioranza semplice per il suo insediamento come capo del governo, visto che la maggioranza assoluta, che i regolamenti prevedono nella prima votazione di oggi [martedì 23], non è stata raggiunta, come già si sapeva che sarebbe avvenuto. Ma, come stanno le cose, neanche il governo di minoranza sembra più un obiettivo sicuro.

Quello che non s’immaginava era che Sánchez si presentasse al Congresso senza nessun accordo in mano. Un inedito, nella storia della giovane democrazia spagnola, che si somma ad altri che hanno marcato gli ultimi anni – nel 2016 la mancata investitura di Mariano Rajoy, con il ritorno alle urne che ne confermò e aumentò la forza, nel 2018 la mozione di censura attraverso la quale Sánchez è diventato capo del governo, grazie al meccanismo della “sfiducia costruttiva”.

Dopo il voto dello scorso aprile si sapeva che il governo non sarebbe arrivato subito. Bisognava aspettare le europee e le amministrative del 26 maggio che coinvolgevano importanti città e regioni spagnole: il domino delle alleanze locali avrebbe avuto un peso anche nella costruzione dell’alleanza di governo nazionale. Nei due mesi passati dalle amministrative e da quando, il 6 giugno scorso, il re ha dato l’incarico al segretario socialista di formare il governo, le negoziazioni sono state, però, praticamente inesistenti, indirette, senza nessuna apertura di un serio tavolo di trattativa per la costruzione di un programma comune. 

Sánchez non aveva nascosto la sua preferenza per un governo di minoranza, con l’appoggio esterno di Unidas Podemos (Up) e l’astensione benigna di alcuni partiti nazionalisti, non rinunciando a chiedere a Ciudadanos un’astensione “responsabile”. Una posizione che si scontra con due evidenze. La contrarietà della maggioranza degli elettori socialisti a un’alleanza, anche indiretta, con Ciudadanos e la loro preferenza per un governo delle sinistre. Lo spostamento sempre più a destra della compagine arancione di Albert Rivera, impegnato sia nella costruzione di una serie di alleanze locali coi popolari (e anche con l’estrema destra di Vox) che nel progetto strategico di sostituire il Partido popular come partito egemonico del centrodestra, allontana le possibilità di accordi coi socialisti.

Il Psoe aveva lanciato numerosi diktat a Podemos, l’ultimo dei quali è stato un veto alla presenza del leader della formazione viola, Pablo Iglesias, tra i ministri dell’esecutivo. 

Alla sessione di investitura di ieri si è arrivati con grande incertezza, dopo alcuni tentativi falliti dell’ultimo minuto, rinnovati sino a poche ore dall’inizio dei lavori. Iglesias aveva però accettato il veto contro di lui e quindi si riteneva che, malgrado i segnali, ci potesse essere qualcosa di solido. Nessuno si aspettava di assistere allo spettacolo di una negoziazione in diretta nell’aula del Parlamento, per di più al punto in cui in genere queste negoziazioni s’iniziano nelle più discrete stanze delle conversazioni dirette: l’elencazione delle condizioni ostative.

Nelle sue due ore di discorso Sánchez ha parlato di femminismo, ecologia, redistribuzione, in un discorso di stampo schiettamente socialdemocratico in cui ha detto di assumere la volontà degli elettori di un governo di sinistra. Di fatto ha elencato una serie di punti non circostanziati, non un programma, anche se fuori dal dibattito parlamentare son stati presentati sessanta punti programmatici, con un forte richiamo di sinistra. Ha lanciato l’allarme per l’auge delle destre; ha parlato della Valle de los Caidos: “Una democrazia non può avere un mausoleo dedicato a un dittatore”; ha rivendicato la crescita economica spagnola, ma i buoni dati non bastano perché bisogna redistribuire, così come per l’impiego, gli occupati sono tornati ai livelli del 2008 ma non basta perché occorre lavoro stabile, salari dignitosi, reali tutele delle nuove forme di lavoro: “Riders e lavoratori temporanei non sono eccezioni ma deficienze strutturali”; ha indicato l’obiettivo di un nuovo Statuto dei lavoratori, della derogazione degli aspetti più lesivi della riforma del lavoro del Pp, affinché “i contratti stabili siano l’ordinario”; ha proposto un patto per il reddito per migliorare le condizioni salariali, a partire dalla crescita del salario minimo.

Un discorso decisamente “tinto di rosso” al quale però mancavano riferimenti espliciti e politici a due punti fondamentali: la questione catalana e il rapporto con Unidas Podemos. Ai viola, Sánchez si rivolge solo alla fine del discorso, chiarendo che

Veniamo da tradizioni di sinistra diverse. Gli spagnoli ci hanno chiesto di avanzare e siamo nelle condizioni di farlo in base ad accordi con diversi gruppi politici. Nulla che valga la pena è facile e ciò che abbiamo davanti vale molto la pena.

Pablo Casado, a sinistra

Però si era anche rivolto ancora una volta a Ciudadanos, e al Pp, affinché consentissero la formazione del governo, in un richiamo a un’astensione benigna per far partire “un governo che governi e perché le opposizioni possano fare il loro lavoro”, evidentemente in contrasto con la possibilità di un governo delle sinistre. Inoltre ha fatto una proposta inattesa, rivolgendosi specificamente ai popolari: la riforma dei meccanismi costituzionali per la formazione del governo, regolati dall’Articolo 99 della Costituzione, da adeguare al nuovo panorama politico non più bipartitico.

Le repliche sono state prevedibili. Duro Pablo Casado, il segretario del Pp considerato politicamente un dead man walking ma che ha recuperato forza, e un afflato moderato. Durissimo Albert Rivera di Ciudadanos, che nella continua competizione a destra rischia di precludersi ogni spazio di manovra che non sia un governo delle tre destre, senza ancora riuscire a concretizzare il sorpasso sul Pp.

Pablo iglesias

L’intervento più atteso era naturalmente quello di Pablo Iglesias, il segretario di Unidas Podemos. Che ha risposto punto per punto, disvelando particolari inediti dei diktat successivi che il Psoe ha sottoposto a Up: ministeri senza portafoglio, nessun sottosegretario nei ministeri del Psoe, fino al veto alla sua persona, che già si conosceva.

Per essere un partito costituzionalista è grave che la prima richiesta vada contro la Costituzione. La nostra è una democrazia parlamentare, le alleanze si formano qui in Parlamento, il presidente del governo non lo votano i cittadini. Se la cittadinanza vuole conferisce la maggioranza assoluta a un partito,

ha detto rispetto alla proposta di riforma dell’articolo 99.

I regolamenti parlamentari hanno consentito uno scambio ripetuto fra i due leader, culminati in due attacchi pesanti. Sánchez ha avvertito che Up ha due scelte:

Favorire un governo di progresso oppure votare contro, assieme alle destre.

Iglesias ha risposto che facendo così:

Lei non sarà mai presidente del governo.

Uno scambio durissimo, avvenuto sotto gli occhi, stupiti e a tratti divertiti, dei rappresentanti di Pp e C’s e lo sguardo degli spagnoli che hanno seguito le ottime dirette della Camera dei deputati, molto diverse da quelle, ingessate e censurate, del nostro Parlamento. Immagini piene di contenuti informativi, quando una persona interviene le immagini seguono anche l’emiciclo, se c’è un riferimento diretto a qualcuno presente la telecamera lo riprende, ricerca le espressioni facciali, ne scruta le reazioni, se qualcuno rumoreggia viene inquadrato, quando la seduta finisce i capannelli, i saluti, tutto viene restituito al pubblico.

Pedro Sánchez

Sánchez sembra muoversi come se avesse la maggioranza assoluta quando invece ha assoluta necessità di appoggi per il suo governo. Pare giocare su più tavoli, con Up, con C’s, col Pp, quando dopo mesi occorrerebbe avere una strategia decisa e esplicita. L’atteggiamento ondivago in aula gli ha alienato anche gli appoggi dei partiti nazionalisti, in particolare dei baschi, che infatti si sono astenuti nel primo voto. Una scelta rischiosa, per il governo ma ancor più per gli umori del paese, e del suo elettorato, che stenta a capirne i motivi. La possibilità di dover ripetere le elezioni aggiunge amaro a una pietanza già indigesta, il rapporto tra cittadinanza e partiti. Un’idea che non fa che aumentare la sfiducia nei partiti, nei meccanismi parlamentari, in una parola, nella democrazia rappresentativa, alla quale l’alta partecipazione al voto aveva invece impresso una nuova forza. 

Sánchez ha saldamente conquistato il centro politico spagnolo. Ma per fare cosa? Le grandi tensioni che attraversano il Paese hanno indubbiamente influito sulla capacità di manovra del leader socialista ma ora non si capisce bene dove voglia andare. Se la sua intenzione è quella di riandare al voto, i sondaggi che lo danno in crescita potrebbero non essere confermati dalle urne. La scelta della resa dei conti a sinistra non portò bene a Iglesias nella ripetizione elettorale del 2016. Adesso potrebbe favorire le destre, che hanno imparato come unirsi quando è il momento di formare i governi, e dare ossigeno a Up, che attraversa invece una crisi di risultati e progetto.

Ma la “negoziazione in diretta” alla quale abbiamo assistito forse ha anche altre spiegazioni. La necessità del leader socialista di piegare le resistenze nel suo partito a un governo con Up. Oltre che a aggirare le pressioni dei poteri mediatici e economici contrari a un “governo del cambio”. Fu lo stesso Sánchez a denunciarle quando parlò delle forti pressioni subite nel 2016 dalle testate del Grupo Prisa, El País in testa, affinché non partisse un esecutivo con Podemos, prima, e poi perché il Psoe favorisse la nascita del secondo governo di Mariano Rajoy con l’astensione, quando la posizione di Sánchez era “No es no”. Sánchez venne allora travolto e dovette iniziare una lunga battaglia per riconquistare il partito. Che senso ha quindi ora chiedere ai partiti conservatori un’astensione la cui negazione gli costò allora la segreteria? Forse può essere utile a dire che ci ha provato ma che proprio al governo con Up non c’è alternativa.

Anche Up si è astenuto nel primo voto, una porta lasciata aperta. Le ore che ci separano da giovedì serviranno a capire se il leder socialista ha la volontà di fare un governo di coalizione, per il quale Up pretende ormai un apporto di ministri proporzionale ai suoi voti, o se sceglierà la strada di un accordo coi popolari. Per ridare, attraverso la modifica della Costituzione, forza a un bipartitismo che gli spagnoli hanno voluto superare. O se il duro confronto nel Congreso sia stato utile a superare le ostilità di chi non vuole un governo “alla portoghese” a Madrid.

Sánchez vuole il monocolore? ultima modifica: 2019-07-23T23:59:07+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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