L’utopia di Olivetti. Conversando con Franco Ferrarotti [I]

Lo straordinario rapporto del grande sociologo italiano con l’imprenditore visionario. I temi di questa prima parte di una lunga intervista: Adriano Olivetti e il movimento Comunità che avevano visto la crisi dei partiti con quarant’anni di anticipo.
scritto da ALESSANDRO PASTORE

È inizio luglio. Mi avvio a piedi di buon mattino verso il mio incontro con Franco Ferrarotti in una Roma dalle temperature già sopra le medie estive. Nonostante il mio pensiero su come iniziare “bene” la mia intervista sia disturbata dall’olezzo in corrispondenza dei cumuli di spazzatura che debordano dai cassonetti delle strade della capitale alla fine ho deciso: inizierò spiegando che l’intervista s’inserisce in un più ampio progetto editoriale di ytali che a partire dall’esperienza di Adriano Olivetti e della ditta Olivetti cercherà di presentare ai propri lettori alcune testimonianze utili per costruire possibili chiavi di lettura di quello che stiamo vivendo.

Delle quattro anime che Ferrarotti dichiara di avere, ossia quella di organizzatore industriale e deputato, che hanno a che vedere profondamente con il rapporto strettissimo che ebbe con Adriano Olivetti e oggetto di questo incontro, quella di diplomatico e di professore, sua la prima cattedra di sociologia in Italia, è naturale che sia quest’ultima a crearmi una certa apprensione. Appena seduto, vengo, però, subito tolto dall’imbarazzo perché dopo solo poche parole maldestramente articolate sono interrotto. “Ok, ok. Venga al dunque! Venga al dunque!”.

E, così, con una domanda secca senza troppi convenevoli inizia un incontro piacevolissimo durato più di un’ora con questo gigante intellettuale. Quello che affascina di quest’uomo è la ricerca continua di un “perfezionismo concettuale logico formale” che non rimane mai solo sterile bellezza ma si fa carne, grazie ai continui rimandi a storie e situazioni di una vita vissuta intensamente. Sopra di tutto rifulge la coerenza rispetto ai valori ultimi di eguaglianza e giustizia che non sono stati solo enunciati ma vissuti. Forse per questo ci tiene a precisare in più momenti del nostro incontro che a dispetto degli altri stretti collaboratori di Adriano Olivetti, lui fu l’unico che non stava a libro paga diretto dell’industria.

L’intervista è pubblicata in due parti perché due sono i grandi temi affrontati in uno sviluppo non pianificato ma che appare naturale nel rileggerli.

Il primo tratta della sua esperienza politica con Adriano Olivetti e di quell’intuizione politica alla base di tutto che aveva capito che il rapporto tra Società e Stato va prima di tutto compreso nei suoi molteplici problemi di adattamento, di mediazione, di integrazione e di risoluzione dei conflitti. Al centro di tutto c’è il ruolo della comunità, da qui anche il nome dato al movimento, e dei suoi compiti e del significato ultimo del suo sviluppo in una società post-industriale tendenzialmente alienata. Il secondo articolo va alle radici del significato di fare impresa e il ruolo degli imprenditori in particolare di fronte alla grande sfida odierna della sostenibilità del pianeta che vede il mondo produttivo chiamato in causa per primo. Oltre all’esperienza di profonda collaborazione durata dodici anni con Adriano Olivetti, con il cappello da sociologo Ferrarotti ha potuto, durante i suoi soggiorni di studi a Palo Alto iniziati fin dal 1964, incontrare di persona e soppesare personaggi del calibro di Steve Jobs o Bill Gates. Uscendo dall’incontro, le parole di Franco Ferrarotti sono una vera e propria boccata di aria pura in questa Roma assolata e avvolta dalla puzza di spazzatura. Spero lo siano anche per i lettori ytali.

Nella foto Franco Ferrarotti, a sinistra, ascolta Adriano Olivetti

Come ha conosciuto Adriano Olivetti?
Molto semplice. Come sempre accade per tutti gli incontri fortunati è stato un regalo del caso. Nella tarda estate del 1948 torno a Torino dall’Inghilterra dove mi trovavo da due anni perché dovevo laurearmi. All’epoca lavoravo per Giulio Einaudi e per Cesare Pavese traducendo testi inglesi e tedeschi. Avevo sperimentato, aldilà evidentemente della mia esperienza nella guerra partigiana come gappista, la dittatura come una cappa di piombo da cui bisognava scappare e fuggire. Così appena caduto il fascismo mi ero recato prima in Francia e poi in Inghilterra. All’epoca a Torino mi vedevo e avevo un buon rapporto con Anna Maria Levi la sorella di Primo Levi, la quale mi invita ad andare da Alberto Levi, il fratello della prima moglie di Olivetti ad una sorta di celebrazione famigliare. Qualche onomastico o compleanno, ora non ricordo. E lì, per caso mi viene incontro un uomo di 20-25 anni più anziano di me, che mi dice “vedo che lei viene dall’Inghilterra”. Questo perché ero vestito un po’ all’inglese con una giacca a quadretti da bookmaker disoccupato.

“Straordinari gli inglesi! Capiscono che Winston Churchill ha vinto la guerra ma non può risolvere i problemi di pace e hanno dato il potere a Clement Attlee del Partito laburista che sta operando le nazionalizzazioni”. Io in maniera un po’ sfrontata gli rispondo: “guardi signore, lei non ha capito assolutamente nulla: con le nazionalizzazioni dell’assistenza medica, delle miniere, dei trasporti e delle grandi industrie, il vissuto operaio inglese non è stato neppure scalfito. Le riforme sono puramente giuridiche. Anzi, per gli operai è peggio perché ora non hanno più neppure un padrone da mandare all’inferno”. Io mi rendo conto che quest’uomo è colpito da questa mia critica sfrontata e maleducata perché mi chiede “scusi, e allora cosa bisogna fare?” E io, all’epoca giovane anarchico rispondo “beh, non basta nazionalizzare cioè cambiare gli statuti giuridici, bisogna socializzare il potere!”. “Come ha detto?” me lo fa anche ripetere altre due volte: “socializzare il potere”. Fu in questo momento che mi resi conto che questo ometto, grassoccio ma non obeso, i riccioletti biondi, gli occhi celesti, era stato colpito e mi dice “venga a trovarmi ad Ivrea!”.

Fino a quel momento, quindi, non aveva capito con chi stava parlando?
No, è solo allora che capisco che è quello delle macchine per scrivere e rispondo “ma lei è Olivetti. Io purtroppo non ho mezzi di trasporto.” “La mando a prendere. Mi dia il suo indirizzo!”. Di fronte a questa offerta non trovo altro modo che rispondere “io non ho fissa dimora in questo momento”, anche perché non potevo neppur dire che stavo da Anna Maria Levi, essendo la madre non proprio entusiasta del nostro rapporto. 

E lei “maleducato e sfrontato” cosa ha capito di quell’uomo da questo primo incontro?
Da questo primo incontro Adriano Olivetti si è rivelato a me con un rispetto per le idee straordinario da qualunque parte, bocca o cervello venissero. L’idea era fondamentale. In questo caso “socializzare il potere”. Comunque alla fine io mi reco ad Ivrea e lui mi fa una proposta: “lei starà qui”. “No, io non voglio essere sul libro paga di un’impresa. Non credo nelle imprese. Sono contro l’industria.” “Lei non sarà dirigente industriale, lei sarà un addetto alla Presidenza”, ed infatti mi fece un ufficio accanto al suo.


Quindi lei si trasferì a Ivrea?
No, non mi sono trasferito. Ero senza fissa dimora per vocazione. Oltretutto il giorno dopo questo incontro sono partito per Ginevra dove avevo una conferenza. No, lui mi diede al terzo piano dell’imponente edificio della ICO (Industria Camillo Olivetti) un ufficetto accanto al suo con una targhetta che diceva “Addetto alla Presidenza per le questioni politiche sociali”. Quando c’ero, abitavo ad Ivrea all’hotel Dora vicino al ponte sul fiume Dora.

Sono nato ad Ivrea e conosco bene.
Scusi?

Sono nato ad Ivrea e conosco bene.
Allora le dico tutto il nome dell’Hotel. Si chiamava “Hotel Dora e Scudo di Francia” e ora credo ci sia…

Una banca mi pare.
Ah credevo un’assicurazione. Comunque sia, iniziò così nella tarda estate del ’48 una stretta collaborazione perché ovunque io fossi nel mondo, o a Tokyo o a New Delhi o in America molto spesso negli Stati Uniti, ogni week end, il sabato sera, mi arrivava sempre la telefonata di Adriano Olivetti. Io devo dire, non con l’industria Olivetti ma per le idee di Olivetti e il movimento Comunità, io sono rimasto molto legato a lui.

E che cos’era la cosa straordinaria di Adriano Olivetti a parte il rispetto per le idee, che le ha fatto decidere di diventare il suo “Addetto alla Presidenza per le questioni politiche sociali”?
La cosa straordinaria di Olivetti che non è stata capita in Italia neppure da Corrado Stajano e da questi che ne parlano, era che era certamente un industriale ma più che un industriale. Era un capitalista ma che trascendeva il capitalismo. Voleva un riformismo che l’Italia non aveva mai conosciuto perché noi avevamo un movimento riformista straordinario con Filippo Turati e il grande partito socialista della prima guerra mondiale che oscillava tra due poli opposti, contrari e simmetrici: o la politica dei piccoli passi che dimenticava, però, gli ideali del socialismo, oppure il massimalismo rivoluzionario ma velleitario. Adriano Olivetti voleva un riformismo dei piccoli passi che però non dimenticasse i grandi ideali di eguaglianza e di giustizia e si muovesse alla luce di questi.

In questa sua spinta alla vita politica attiva che inizia nel 1956 con l’elezione di Adriano Olivetti a sindaco di Ivrea e proseguirà con la campagna politica della terza legislatura che durò dal ’58 al ’63, aveva anche il sostegno della famiglia?
Tutto il contrario. Anzi, debbo dire che i fratelli e le sorelle vedevano in me l’anima nera di Adriano che l’aveva spinto nella vita politica attiva. 

La famiglia era contraria, e il resto della politica italiana?
C’erano due atteggiamenti. Uno piuttosto benevolo che diceva “È un uomo ricco che si può permettere il giocattolo”. L’altro si può bene sintetizzare nella definizione data da Fanfani e ripresa da tutti gli altri che ci chiamava “i topi roditori della democrazia”.

Ma perché il movimento Comunità fu oggetto di tali critiche?
Perché noi esponevamo un’idea alternativa alla loro. Una democrazia che non fosse solo procedurale e che non rinunciasse ai grandi ideali dell’eguaglianza. Una democrazia procedurale, bene! Ma che non si esaurisse alla Norberto Bobbio nella pura procedura. 

Perché decideste allora di lanciarvi nella campagna elettorale della terza legislatura?
Di fronte a queste critiche acerrime riprese poi anche da Giulio Pastore, fondatore della LCGIL diventata poi CISL e soprattutto sul piano locale da Carlo Donat-Cattin che era di Torino, io e lui ci rendemmo conto che ci voleva un cappello politico a Roma che proteggesse questo laboratorio sociale e politico di primo ordine che si stava sviluppando nel Canavese. Seppur molto anomali eravamo, pur sempre, parte di un sistema sociale. 

A livello nazionale i risultati della campagna elettorale per la terza legislatura furono piuttosto deludenti, però. Adriano Olivetti fu l’unico eletto e lasciò dopo qualche mese il posto a lei.
Io fui l’unico veramente a fare insieme con Olivetti la campagna politica per la terza legislatura. Io facevo sette-otto comizi al giorno. Ero l’unico a tenerli, a essere esposto. Gli altri collaboratori non potevano perché erano legati anche all’industria. Fu poi normale che Olivetti, unico parlamentare eletto grazie a 176mila voti dell’uninominale con cui riuscimmo a battere la legge proporzionale, lasciasse a me il posto dopo qualche mese.

Se ricordo bene all’epoca un deputato “costava” mediamente trentamila voti e pur senza riuscire a raggiungere la soglia dei trecentomila voti per godere del collegio nazionale, per riuscirne ad averne uno quanto ha giocato il territorio?
È stato fondamentale. La grande scoperta del movimento Comunità è stata proprio che le radici della sovranità popolare autentica sono nella comunità di base e nel territorio. Ciò che sulle prime veniva detto dalla Lega in maniera maccheronica da Bossi e da tutti suoi amici sbevazzatori, era in fondo un’intuizione che Comunità aveva già avuto.

Ma, a quei tempi quella comunità era pronta a questa progetto riformista?
Le comunità non sono mai pronte di per sé, vanno preparate. E noi, infatti, cominciammo anche sul piano industriale decentrando certe attività della Olivetti nei paesi come Vidracco dove era prodotta la borsa per contenere la Lettera22, e poi altri come Cimiano, Colleretto Parella, Vico. In questo modo si permetteva di integrare reddito agricolo e reddito industriale. In pratica sono poi quei quaranta sindaci che ci hanno dato i voti per avere il deputato.

Lei fu il più giovane tra i deputati e il suo voto da indipendente fu dirimente per il primo governo di centro sinistra. Le cronache riportano che fu il primo firmatario di una mozione per la “Costituzione Europea” firmata poi anche da Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e altri. Insomma la sua rielezione la si dava per scontata. Ebbe la tentazione di ripresentarsi anche dopo la morte di Adriano Olivetti? Ebbe degli inviti da altri partiti?
Nel maggio del ‘63 ebbi una grande quantità di inviti. La stessa Democrazia Cristiana con Fiorentino Sullo, Vittorino Colombo e lo stesso Fanfani e lo stesso Moro con cui ebbi parecchi colloqui mi propose di presentarmi da indipendente. Mi consideravano una sorta di nuovo giovane Cesare Merzagora e la cosa mi faceva naturalmente rabbrividire. E poi ci fu Saragat che mi voleva sedere con i socialdemocratici nella prima circoscrizione. Inoltre ci fu anche Riccardo Lombardi dell’ala sinistra dei socialisti con cui ero in ottimi rapporti pur sapendo che io insieme con La Malfa non ero poi molto favorevole alla nazionalizzazione della Edison. Ero molto favorevole al controllo della distribuzione dell’energia elettrica perché la Edison come ditta produttrice andava molto bene. 

Perché ha rifiutato questi inviti?
Io non potevo per coerenza, neppur da indipendente, entrare e quindi condonare e coonestare l’azione di un partito politico. Perché, vede, noi come movimento Comunità avevamo una nostra pars destruens. Con quarant’anni di anticipo eravamo duramente contrari ai partiti politici. Questo viene dimenticato oggi ma già nel ’49 dietro mia indicazione e entusiasmo di Olivetti tradussi e pubblicai nelle edizioni Comunità l’articolo uscito sulla Table Ronde di questa specie di veggente che era Simone Weil e che s’intitolava “Note sur la suppression général des partis politiques” – Nota sulla soppressione generale dei partiti politici. Il partito è di origine giacobina, privatizza tutto. L’ideale è “Il proprio partito al potere e tutti gli altri in prigione”. Noi abbiamo coniato il neologismo “partitocrazia” e poi lo abbiamo regalato a quel socialista un po’ anarchico di via dogana vecchia, che era Giuseppe Maranini.

Ma allora l’idea dei gruppi intermedi che in qualche modo mediano tra la gente comune le istanze generali? 
Sì certo! Ma sul piano della comunità concreta.

Mi fa un esempio?
Una cosa che volevamo allora e che in parte si è realizzata oggi è il potere dato ai sindaci con l’elezione diretta. Il problema è che i sindaci non lo usano. Alla fine per dare vita reale alla democrazia ci vuole la partecipazione e per avere la partecipazione dei cittadini bisogna riscoprire e rivalutare il territorio e la sua comunità concreta. Oggi la Lega ha un grande successo a volte ripetendo alla lettera degli slogan tipici del movimento Comunità. Io prendevo in giro Olivetti e ne ridevamo insieme dicendogli “lei non si rende conto ingegnere che è come Lenin, tutto il potere ai soviet, tutto il potere alla comunità”. 

Come mai, allora, movimenti che sono venuti dopo e che hanno sfruttato alcune intuizioni comunitarie del movimento Comunità hanno avuto un così grande successo elettorale, penso anche ai cinque stelle, e voi allora no?
Noi parlavamo con un perfezionismo concettuale paralizzante. Noi siamo stati paralizzati, incompresi, bloccati dal nostro perfezionismo professorale. Vuole che gliela dico tutta? Parlavamo troppo difficile! La gente ci ha seguito e capito in grande maggioranza nel Canavese perché vedeva e toccava con mano il risultato concreto dell’intuizione del movimento Comunità che non poneva l’industria contro l’agricoltura o l’operaio contro l’impiegato ma faceva procedere in maniera armonica, polidimensionale e polisemica l’insieme dell’esperienza della convivenza politica come convivenza umana. Per chiunque abbia conosciuto Olivetti sa che a volte rimaneva paralizzato dal suo perfezionismo concettuale logico formale e poteva passare una notte ad agonizzare su una frase che era molto importante.

SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA

L’utopia di Olivetti. Conversando con Franco Ferrarotti [I] ultima modifica: 2019-07-24T20:14:56+02:00 da ALESSANDRO PASTORE

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento