Poeti da morire

La denuncia contro la politica, la freddezza del carcere, l’attesa per risposte che non arriveranno, il rapporto con la morte: sono alcuni dei temi delle poesie scritte dai nativi americani in carcere.
scritto da MARCO CINQUE
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Può la poesia salvare il mondo, soprattutto quello più oscuro e brutale, quello dove la bellezza e la sensibilità sono vietate in ogni loro forma e coniugazione? Può quell’esercito di anime relegate al silenzio e all’espiazione, esprimere qualcosa che aiuti a guarire le ferite dell’animo, a ridurre le distanze che separano l’essere dall’umano? Possono quelle mani che hanno negato, che hanno ferito e persino ucciso, tornare a scrivere qualcosa che dia un senso alla vita, un impulso alla luce? Può una libertà prigioniera attraversare i muri dell’oblio, viaggiando sulle ali dei versi per spezzare le catene che le cingono il respiro?

Quale nesso può esserci tra la poesia e i condannati a morte e perché mai quelle anime dannate, seppellite nelle loro tombe di carne, dovrebbero redimersi attraverso un nobile linguaggio che sembrerebbe così in antitesi coi loro inferni, sia procurati che subiti? Chi può rispondere a queste domande?

Dal 1992, data in cui si celebrava in pompa magna la ricorrenza del cinquecentenario della cosiddetta “scoperta dell’America”, iniziai una corrispondenza epistolare con due nativi americani condannati a morte, rinchiusi nel braccio californiano di San Quentin. Da allora si sono aperte porte di comunicazione che hanno scardinato distanze e muri, trasformandosi in progetti letterari realizzati sia nelle carceri americane che in quelle italiane.

La poesia allora è diventata uno strumento per raccontare un universo invisibile, un modo per ricongiungere le catene spezzate di tante esistenze negate, una maniera per intraprendere percorsi di cura e di comprensione, per cambiare e persino ribaltare le prospettive di uno sguardo finalmente capace di andare oltre le convenzioni che imprigionano i pensieri di coloro che vivono nel mondo dei liberi.

In uno dei libri che curai, “Poeti da morire”, pubblicato prima con le edizioni Giulio Perrone, poi ristampato con le edizioni Pellicano, raccolsi un coro di voci poetiche di condannati e condannate dai bracci della morte statunitensi: una raccolta antologica che portai (e continuo a portare) nel vivo del tessuto sociale, soprattutto nelle scuole, attraverso concerti poetici che cercano di andare oltre la semplice comprensione, perché provano a toccare quelle corde emotive che stimolano a mettersi nella pelle dell’altro, anche quando l’altro è scomodo, indigesto, insomma il peggiore che si possa immaginare.

In questo modo l’astratta retorica vacilla, le certezze morali a cui si è educati e formati scricchiolano e la realtà finalmente si apre a sguardi che indagano oltre la dimensione stereotipata del buono e del cattivo, del colpevole e dell’innocente. L’espiazione del male procurato si perde quando si diventa vittime di un sistema e, dunque, ci si sente o ci si crede a propria volta innocenti, senza riuscire a comprendere l’altrui dolore, senza poter elaborare l’altrui lutto. Ma l’innocenza e la colpa non riescono più a distinguersi tra loro quando i dannati sono dannati ancor prima di nascere.

Storici e antropologi hanno accertato che, nella loro organizzazione sociale, molti popoli nativi americani non avevano prigioni; ma nemmeno nel loro vocabolario esisteva una parola per dire “prigione”, proprio perché per loro non esisteva nemmeno il concetto di prigionia. Così per molti detenuti amerindiani la pena diventa doppia, come si può leggere nelle parole dell’apache Dean “Black Bear” Thomas, condannato a morte nel carcere di Huntsville, in Texas:

[…] E ancora i pensieri proseguono
fino alla mia mano che scrive,
mentre siedo qui, su questa lastra di ferro,
circondato da muri di cemento e sbarre d’acciaio
in un posto chiamato prigione
costruito dalle mani di esseri umani
e mi chiedo: sono io l’incarcerato
o lo sono coloro che sentono il bisogno
di costruire posti come questi?
Sono io rinchiuso qua dentro
oppure la solitudine che sento è dovuta
dall’essere stato chiuso fuori dalle vite
di coloro che hanno costruito questi muri?
Sono io ad essere ingabbiato, qui
o sono essi ad essere ingabbiati
nelle loro stesse paure? […]

La denuncia contro una politica incapace di rinunciare a un sistema che prevede le prigioni, ma anche l’invito a un impegno concreto, a una lotta sociale che si assuma la responsabilità del proprio fallimento e l’onere di porvi concretamente rimedio, risuona dal carcere di Green Haven nei versi di Charles Culhane:

[…] Guarda, le prigioni non sono nel domani,
sono ingiuste, ma il riconoscimento
di una cosa ingiusta non vuol dire nulla
finché non diventa la necessità di correggerla.
Ignorare o temere le cose che sappiamo sbagliate
è dare sostanza alla loro falsa esistenza.
Affrontarle e trasformarle è l’unica scelta vera
perché tutti, ovunque
sia rinchiusi in acciaio reale che in forma mentale
saranno prigionieri fino a che tutti non saranno liberi […]

“Poeti da morire” a scuola

Riuscire a percepire lo scorrere di un tempo che si inceppa, in un luogo che prolunga la pena e accorcia la vita, è difficile da immaginare se non lo si vive in prima persona. Questo è ciò che dal braccio della morte dell’Alabama il condannato Joe Duncan cerca di trasmettere:

[…] Riesci a immaginare un mondo
dove è sempre inverno, sempre freddo,
dove il calore della primavera non arriva mai?
Riesci a immaginare un mondo
dove non sbocciano i fiori,
dove gli alberi non germogliano né fioriscono mai?
Riesci a immaginare un mondo
dove non volano le farfalle,
dove non si può udire alcun canto di uccelli?
Riesci a immaginare un mondo
dove i fiumi non finiscono nei mari,
dove il vento non soffia a scompigliare le foglie?
Riesci a immaginare un mondo
dove le lacrime sono l’unico liquido che bagna il suolo,
dove il riso di un bimbo è un suono proibito?
Riesci a immaginare un mondo
dove la saggezza non ti viene dalla vecchiaia,
perché pochissimi riescono a diventare anziani?
Se tu arrivi a immaginare un mondo così,
allora saprai com’è il mondo
di chi è condannato a morire.

Dal carcere di Madison County, il condannato Jack Ruzas aspetta la data dell’esecuzione e la sua non-vita è un continuo sfogliare di petali di tenebra, un aspettare risposte che non arriveranno:

[…] Il prete della prigione, saltuario visitatore,
con le sue maniere gentili, chiede,
“Come stai oggi?
Posso far qualcosa per te, figliolo?”
“È solo che sono così facile da uccidere, padre”
La sua espressione vacua se ne va via.
Fate scorrere il mio passato
proiettandolo su questo muro di cella,
desidero vedere il mio primo passo falso.
Per quelli che vogliono prendersi la mia vita,
fatemi vedere dove ho iniziato a perderla.

Il crimine in realtà è anche un fedele rilevatore sociale, mentre il carcere serve ad occultare i corpi di chi materialmente procura il male. Un po’ come avviene con la polvere sotto il tappeto: tutto deve sembrare pulito, ordinato, sicuro, mentre i veri responsabili di ogni deriva criminale sono proprio coloro che permettono e causano quelle diseguaglianze sociali che sono alla fonte di ogni conflittualità. Proprio di questo il mio caro amico Karl Guillen, tra i pochi fortunati ad essere scampati al braccio della morte, dal carcere di Florence, in Arizona, scriveva:

[…] Questa plutocrazia, questa oligarchia,
questo mondo corrotto che io mi sforzo di cambiare
non a mio piacimento o per il mio piacere soltanto,
ma per un mutamento di vita, noi dobbiamo fare ordine.
La pace? Esiste solo nella paura e nella corruzione, nella paura
della morte, della ritorsione, del crollo economico.
Paesi stritolati dalle zampate di quei leoni
e degli uomini con le zanne dietro i sorrisi
che distruggono completamente altri uomini
alcuni morti, alcuni ancora vivi e con una speranza,
che rimangono per anni dentro buchi come talpe narcotizzate.
La luce del sole sconfitta, innocente o colpevole
non importa, la prigione deve riempire i suoi buchi.
E come può essere servita la giustizia
quando la radice di tutto il male
compra le leggi?

Molti degli autori che hanno dato voce a Poeti da morire oggi non ci sono più, però anche se le loro vite sono state spezzate, le parole che ci hanno lasciato non potranno tramontare e continueranno a vivere nella poesia. Tra loro voglio ricordare il mio caro fratello adottivo, lo yaqui Fernando Eros Caro che, in soli tre versi, dal braccio della morte californiano di San Quentin dava una definizione alla pena di morte che nemmeno un intero trattato sarebbe stato capace di dare in maniera così chiara ed efficace:

Si può vivere, si può morire
ma nessuno dovrebbe vivere
aspettando di morire.

Concludo con la poesia di un altro fratello che oggi non c’è più, il cherokee settantaseienne Ray “Running Bear” Allen, ammazzato con un’iniezione letale dopo trent’anni passati nel braccio, sebbene colpito da due infarti e affetto da un grave diabete che l’aveva reso cieco e incapace di camminare. In una delle lettere speditemi prima dell’esecuzione, le sue parole poetiche restano come un piccolo testamento e il suo cuore continuerà sempre a battere nel mio:

ULTIMI DESIDERI
Quando arriverò alla fine della mia vita
e il sole tramonterà su di me
non voglio lacrime in una stanza piena di tristezza
Perché piangere per uno spirito che è libero?
Senti la mia mancanza per un po’
ma non per troppo
e non con la testa china.
Sii felice per me e indossa un sorriso
che finalmente
sono fuori dal braccio della morte.
Questo è un viaggio che tutti dobbiamo compiere
e ognuno deve andare da solo.
Tutto è parte del piano del Creatore
un passo sulla strada verso casa.
E quando sei triste e solo
di me conserva solo i buoni ricordi.
Pensami ogni tanto
sapendo che non sono più nel braccio della morte
ma che sto camminando orgoglioso e libero.
Pensami ogni tanto
ma non col capo chinato.
Tieni il mio amore nel tuo cuore
senti la mia mancanza, ma lasciami
lasciami andare.

Ray Allen

Poesia di Joe Duncan

L’ultima poesia di Ray “Running Bear” Allen

Poeti da morire: viaggio nelle scuole

Poeti da morire ultima modifica: 2019-07-25T10:55:44+02:00 da MARCO CINQUE

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