Via Rosselló, Portorico cerca il riscatto

Le dimissioni del governatore, dopo un crescendo di proteste di piazza, aprono la via a un nuovo paesaggio politico. Perfino di affrancamento dal potere coloniale Usa. Già nei prossimi mesi che ci separano dalle elezioni sarà da vedere se, come e chi saprà interpretare e far tesoro della straordinaria mobilitazione arcobaleno.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Puerto Rico, ala que cayó al mar, que no pudo volar cantava anni fa il cantautore cubano Pablo Milanés ricordando il destino differente che la storia aveva riservato alle due isole caraibiche che costituiscono “de un pajaro las dos alas”. La prima, Cuba, finalmente indipendente dagli Stati Uniti nel 1902. L’altra, Puerto Rico, territorio non incorporato degli States che gli riconoscono sovranità per i soli affari locali.

Nei suoi confronti gli Usa hanno esercitato una politica spudoratamente coloniale, fino al punto da spingere le imprese americane che operavano nell’isola ad allontanarsene dal 2006, facendo precipitare Puerto Rico in una lunga crisi economica che ha spinto migliaia di abitanti all’emigrazione per la mancanza di lavoro. Costringendo i governi dell’isola a varare politiche di austerità riguardo agli investimenti pubblici su indicazione di una commissione federale che in pratica ha negato ogni autonomia decisionale, con lo scopo di far rientrare l’isola dall’alto debito che aveva maturato.

Una situazione in cui le amministrazioni pubbliche in molte parti dell’isola spesso non avevano nemmeno i fondi necessari per garantire i servizi più basilari, come la raccolta della spazzatura. Poi è giunto il colpo di grazia dell’uragano Maria con i suoi tremila morti, secondo le fonti ufficiali che tardivamente hanno ammesso la vastità della catastrofe, mentre prima hanno fatto di tutto per minimizzare. In questa situazione inizia il suo governo nel 2017 Ricardo Rosselló, che mercoledì si è dimesso scacciato da una mobilitazione popolare senza precedenti.

Candidato eletto nel Nuovo Partito Progressista, di tendenza centrista favorevole all’integrazione dell’isola negli Stati Uniti, Rosselló ha attuato politiche che hanno fatto perno sul rientro dal debito, allineandosi ai dettami di una commissione federale vissuta come un’intrusione da parte di molti portoricani e un ostacolo allo sviluppo economico dell’isola, che ha determinato una crescente divaricazione tra i pochi ricchi e le vaste sacche di povertà. In un’isola in cui, per dare idea del rapporto coloniale, per la legislazione vigente, possono attraccare ai suoi porti solo navi che battono bandiera a stelle e strisce. 

In questa situazione che vede un paese allo stremo e preda della corruzione, scoppia lo scorso 13 luglio la crisi che ha portato la popolazione a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del governatore in seguito alla rivelazione bomba fatta da un gruppo di giornalisti del Centro de Periodismo Investigativo (CPI). Lo stesso presidente Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di cogliere la palla al balzo per attaccare un politico avversario, definito un governatore incompetente, terribile e corrotto, nel mentre ha negato sistematicamente quei finanziamenti che sarebbero necessari a metter fine alla grave crisi economica che da dieci anni Puerto Rico vive.

La divulgazione del dossier di novecento pagine di una chat su Telegram alla quale partecipavano lo stesso Rosselló e dodici uomini del suo cerchio magico, ha fatto emergere una mentalità sessista e omofoba, calunnie nei confronti degli avversari politici e soprattutto una totale insensibilità per le vittime dell’uragano che ha devastato Puerto Rico nel settembre del 2017. Ciò ha finito con alimentare il malessere che la società portoricana già viveva per la situazione economica che già aveva costretto Rosselló a dichiarare bancarotta dopo solo sei mesi di governo. 

Oltre a ciò, i frequenti casi di corruzione che hanno portato anche all’arresto recente di sei persone vicine all’ex governatore, tra cui l’ex ministra dell’educazione per frode federale, solo poco prima della divulgazione delle chat. Mentre il caso più grave di malversazioni riguarderebbe la sparizione di quindici milioni di dollari che gli USA hanno destinato per affrontare l’emergenza del dopo uragano, i cui effetti continuano a farsi sentire dopo due anni. 

In poche parole, la presenza di differenti elementi che hanno dato vita a una miscela esplosiva che ha velocemente eroso la legittimità di Rosselló, portandolo finalmente alle dimissioni dopo undici giorni di manifestazioni popolari. In una realtà in cui pesa fin troppo il rapporto coloniale degli USA che dura da più di un secolo, periodo durante il quale Puerto Rico ha affrontato il problema del proprio status politico ricorrendo al referendum per ben quattro volte. 

L’ultima, nel 2012, ha chiesto di diventare uno stato americano, ma da allora la vicenda non ha fatto nessun passo avanti che lo portasse, da stato libero associato, a godere pienamente di doveri, privilegi e sostegni a disposizione di tutti gli stati americani, nonostante Rosselló si sia impegnato nei negoziati per l’ammissione.

Senza successo. In primo luogo per le obiezioni degli stessi USA, che vanno dai motivi razziali, di certo non estranei nell’America di Donald Trump, al timore che Puerto Rico possa andare a ingrossare la fila degli stati in cui i Democrats potrebbero fare feudo elettorale. Ma in cui gioca anche il puro e semplice problema di cassa, avendo l’establishment USA timore di dover metter mano massicciamente al portafoglio per risollevare l’isola da un’annosa prostrazione economica. 

Un motivo in più perché Puerto Rico si divida tra la maggioranza che vede frustrato il suo desiderio di unirsi agli USA, e chi vedrebbe con favore l’indipendenza. Dove il rapporto con la casa madre rimane cruciale nella vita politica dell’isola. 

Ora, le recenti rivelazioni dei giornalisti del CPI hanno fornito le prove di un’indegnità morale e di una corruzione della sua classe dirigente di cui la società era ampiamente conscia. Una situazione che nemmeno l’attuale uscita di scena del governatore è capace di risolvere, per quanto rappresenti un buon inizio per il carattere di vittoria popolare che la conclusione della vicenda ha assunto. 

Il totale rifiuto da parte della società portoricana ha costretto alla fine Ricardo Rosselló ad arrendersi, e ad annunciare tra il tripudio popolare in un video le sue dimissioni dal 2 agosto prossimo. In attesa delle prossime elezioni che avranno luogo nel 2020, lo dovrebbe sostituire Wanda Vázquez, ministro della giustizia, impopolare per le sue posizioni a favore della pena di morte e oggetto di critiche anche delle femministe per l’apertura all’uso delle armi per le donne minacciate di violenza. 

Una volta trovato un sostituto al governatore dimissionario, nei prossimi mesi che ci separano dalle elezioni, sarà da vedere se, come e chi saprà interpretare e far tesoro di quel patrimonio di mobilitazione arcobaleno che ha mandato a casa Rosselló e la sua cricca.

La piazza ha rivelato l’esistenza di un movimento pacifico che ha denunciato la profonda crisi della politica tradizionale scacciando i suoi vertici. Logica vorrebbe che quanto prima venissero approntate risposte concrete capaci di restituire fiducia al Paese. Una volta archiviata felicemente la vicenda dell’indegno governatore che si prendeva gioco delle vittime dell’uragano, la scommessa è tutta lì.

Via Rosselló, Portorico cerca il riscatto ultima modifica: 2019-07-26T17:42:24+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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