E tu, in che bolla vivi?

Nell’era dei social media rischiamo di chiuderci in una visione del mondo ristretta e potenzialmente distorta, e questo spesso a nostra insaputa. “Bubbles” è un nuovo strumento per aiutarci a uscire dalla nostra bolla ed esplorare punti di vista diversi.
scritto da MARCO MILINI

Una volta c’era il telegiornale, c’erano i giornali. Ci sono ancora, ma non ci informiamo più, non vediamo più il mondo solo attraverso di loro. Internet ha ormai, lo sappiamo, una grandissima importanza nel formare le opinioni delle persone, in particolare da quando i social media sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana. Ormai, in molti casi, sono uno degli strumenti più importanti con cui comunichiamo con il mondo e ci informiamo. Ma ci informiamo tutti nello stesso modo, in rete? Vediamo tutti il mondo con gli stessi occhi?

Anche quando usiamo lo stesso strumento, lo stesso social, ad esempio Facebook o Twitter, ognuno di noi vive un’esperienza diversa, vede il mondo in modo diverso. Si parla molto ultimamente del fatto che gli algoritmi che sottostanno al funzionamento di questi strumenti tendono a proporci contenuti più o meno allineati con le nostre preferenze, o quelle che vengono ritenute da quegli algoritmi le nostre preferenze. Il risultato è che ognuno di noi vive in una sua propria bolla. Delle altre bolle, delle altre visioni, in alcuni casi non ne siamo nemmeno a conoscenza. Certo, dipende dal nostro livello di utilizzo degli strumenti che la rete ci mette a disposizione, da quanto e come ci informiamo, ma resta il fatto che un utente medio rischia di non rendersi conto di questo fenomeno fino in fondo.

Dunque ognuno di noi vive, chi più chi meno, nella sua bolla. Ma non sarebbe interessante scambiarsi i social con qualcuno, vedere il mondo con i suoi occhi? O che ci fosse uno strumento che ci permettesse di farci un’idea di quello che potrebbe vedere, se non una persona reale, diciamo un “utente tipo” che vive in una bolla completamente diversa dalla nostra? Se fosse possibile, quale panorama si aprirebbe al nostro sguardo?

Questo strumento esiste, e si chiama Bubbles. L’idea è di due giovani, Giulia De Poli e Davide Melotti. Lei è Data scientist, di Padova, lui Graphic designer, di Verona, ma entrambi vivono e lavorano a Milano. Bubbles è nato appunto dalla curiosità di sapere cosa si proverebbe e scoprirebbe prendendo in mano il social di qualcun altro, venendo a contatto con la sua bolla. È ancora un prototipo, una prima versione pensata in occasione delle passate elezioni europee, per osservare le diverse bolle su Twitter. Come funziona? In questa versione di Bubbles è possibile scegliere cinque diversi “profili tipo” tra destra, sinistra, centrodestra, centrosinistra e Movimento Cinque Stelle, e farsi un’idea di cosa vedrebbe sulla timeline di Twitter un potenziale utente tipo ed elettore di quella determinata area politica. Qual è, insomma, la sua bolla.

Com’è nato Bubbles?
Bubbles è un’idea da pausa caffè, poi sviluppata meglio nel giro di un paio di mesi, grazie anche – ci piace menzionarli – ad Angela e Giacomo, colleghi e amici, che ci hanno aiutati nel mettere online il sito. L’idea di Bubbles parte dall’illusione che ci danno i social network di avere accesso a tutte le informazioni che vogliamo, quando invece la tecnologia, gli algoritmi che dominano i social tendono a chiuderci nella nostra bolla senza mai mostrarci l’altra faccia della medaglia. La chiamiamo un’idea da pausa caffè perché effettivamente ha preso forma durante una pausa caffè a lavoro. Davide se ne è uscito con una versione primitiva dell’idea, era più il desiderio di poter vedere il mondo attraverso i social di una persona diametralmente opposta a lui. Insomma una semplice riflessione sui “punti di vista” che, portati sulla scala dei social network, possono arrivare a creare visioni distorte della realtà.

Quindi lo scopo di Bubbles è quello di conoscere altri punti di vista?
Il suo scopo è permettere alle persone di esplorare mondi e modi di pensare diversi da quelli che sono abituati a vedere ogni giorno. I social network ci hanno dato l’illusione di avere accesso a molte informazioni diverse, ma siamo finiti per rinchiuderci ognuno nella sua bolla e molte persone percepiscono questa come la realtà. Un po’ come successe con la televisione, quando c’era la convinzione che questo mezzo, a quel tempo nuovo, ci comunicasse solo verità. Abbiamo capito successivamente che non era così e abbiamo imparato a interpretare le informazioni che ci arrivano dalla televisione.
Ci piace usare un’immagine ormai universalmente nota degli albori del cinema, il famoso treno che entra in stazione dei fratelli Lumière: ora non ci spaventiamo più vedendo un treno che viene verso di noi e che sembra uscire dallo schermo, abbiamo imparato che le immagini proiettate non sono la realtà. Pensiamo che nel caso di un mondo molto più articolato come quello dei social, buona parte del pubblico non abbia ancora fatto questo passo, concependo il flusso di informazioni che gli viene presentato come assolutamente reali. Lo scopo di Bubbles è innanzitutto informativo, per permetterci di conoscere idee e opinioni diverse dalle nostre, dando la possibilità di costruirci una propria opinione anziché cercare una “verità”.

Se la visione del mondo che abbiamo sui social è in qualche modo distorta è un problema anche degli algoritmi che ne regolano il funzionamento…
Gli algoritmi tendono a farti vedere solo quello che tu vuoi seguire, ti propongono notizie in linea a quello che pensi. Non esiste un algoritmo  che ti dà il contraddittorio, e questo crea la situazione in cui viviamo. Ad esempio una percentuale importante di italiani crede che il problema principale dell’Italia siano gli immigrati, o che la criminalità in Italia sia altissima, ma i dati dicono che non è così, in realtà è scesa. Ti chiedi come sia possibile e da dove prendano le loro informazioni, come sia spiegabile che una percentuale di persone creda il contrario della realtà. Secondo noi è anche a causa di questo, dal fatto che i social creano una bolla in cui la nostra percezione del mondo viene amplificata. Un cambiamento che si è sviluppato negli ultimi anni e sta esplodendo, che ha causato situazioni imprevedibili ad esempio come il referendum sulla Brexit.

Pensavamo che grazie ai nuovi strumenti informatici avremmo potuto accedere a tutte le informazioni in maniera più completa, ma non è così.
Sta succedendo il contrario, un po’ anche perché lo vogliamo noi, che magari su Facebook preferiamo nascondere le persone che la pensano diversamente da noi, e ci autocreiamo la nostra bolla. Ma il problema vero è che viene fatto da tutti i sistemi di raccomandazione che cercano di consigliarti quello che ti piace. Quello che secondo loro ti piace.

E così rischiamo di finire in una bolla dalla quale non è facile uscire…
Pensiamo a come funzionava questo meccanismo prima dei social. Pensiamo per esempio a un adulto, diciamo più o meno di destra, che guardava il Tg1, ma poi si vedeva il Tg3 che era di sinistra. Per lui quella era una parte e quella un’altra. Faceva poca fatica, gli bastava cambiare canale. Adesso come fa quella stessa persona ad andare a trovare i diversi punti di vista, ad esempio su Twitter? Deve mettersi a cercare, sapere almeno il nome di un politico della parte opposta alla sua, guardare cosa dice, essere critico su quello che dice e nonostante questo prendere un hashtag di questa persona, seguirlo e vedere verso quali altri utenti lo porta, eccetera. È un percorso molto complicato, oltretutto per andare a trovare delle informazioni che contraddicono le sue stesse idee. Bubbles vuole togliere questa fatica, e darti ciò che cerchi “con un click”. Ci stiamo ancora lavorando, ma è già abbastanza semplice da usare, e molte persone che hanno provato questa prima versione l’hanno trovata consultabile con piacere, soprattutto su mobile.

Bubbles quindi può aiutare a capire e usare meglio i social.
Non tutte le persone si rendono conto del fenomeno di cui stiamo parlando. Tornando alla televisione: quando è nata in Italia, nei primi periodi c’erano programmi che insegnavano a scrivere o leggere. Aveva una funzione pedagogica e d’altra parte ha portato le persone a pensare “la TV mi dice la verità, mi posso fidare”. Ci siamo poi resi conto che non era così, ma se ad esempio noi parlavamo coi nostri nonni, per loro non si poteva mettere in discussione una notizia del telegiornale: chi sei tu, ci avrebbero detto, per metterlo in discussione? E una cosa simile oggi succede con internet: una certa fetta di popolazione ancora crede che se vede una notizia su internet può crederci, senza fare un minimo di ricerca.

Eppure molte notizie che girano in rete non sono vere, sono bufale, le ormai famose fake news.
Esatto. E ci sono addirittura politici che presentano, o meglio ripostano o ritwittano notizie false, il che comporta meno responsabilità. E certo, se una fake news la riposta un politico noto, se già di base in molti ci credevano, poi buona parte del suo elettorato ci crederà. Facendo alcune ricerche sui troll russi abbiamo scoperto ad esempio che un passo fondamentale nella loro strategia era proprio farsi ripostare da una persona vera: una volta successo, potevano stare tranquilli che il loro contenuto condiviso sarebbe arrivato a un livello di credibilità abbastanza alto.

Quali sono i motivi per cui avete scelto di lavorare sulle bolle di Twitter?
Perché è un social network che si presta a questo tipo di analisi, viene utilizzato molto per scambio di notizie, quindi aiuta a rappresentare un flusso di informazione presente in una bolla. Inoltre è utilizzato in moltissimi paesi, e future versioni di Bubbles potrebbero trattare temi più globali: l’avventura è all’inizio, ma ci sono grandi speranze per il futuro!

Tecnicamente, in parole molto semplici, come funziona Bubbles, come si generano i flussi di informazione che possiamo osservare?
Bubbles è applicabile a molti contesti. In questa prima versione abbiamo deciso di determinare le bolle presenti nella politica italiana in vista delle elezioni europee. Inizialmente abbiamo selezionato gli account Twitter dei principali partiti italiani, poco più di una decina, e da questi abbiamo estratto gli utenti “attivi”, cioè utenti che ritwittano o rispondono a un tweet degli account selezionati. L’idea è che un utente che risponde solo a tweet di partiti di destra sarà probabilmente dentro la bolla della destra. A noi interessa mostrare cosa leggono abitualmente questi utenti, quale può essere un esempio di una loro timeline. Abbiamo quindi selezionato gli account più seguiti da questi utenti, in modo da simulare una timeline rappresentativa per gli utenti nella bolla. Ad esempio, molti utenti nella bolla “destra” seguono Trump, quindi i tweet di Trump compariranno lì.

Queste bolle interagiscono in qualche modo tra loro?
Sì, è stata curioso scoprire la vicinanza tra alcuni partiti. Abbiamo anche creato un’immagine che chiarifica le distanze tra le bolle.

Immagine rappresentativa delle bolle e dei loro collegamenti. Ogni pallina è un account Twitter. I nomi indicano i partiti presi come riferimento per l’analisi di Bubbles. Ogni colore rappresenta una diversa bolla: in blu centrodestra e destra; in verde il M5S; in arancione il centrosinistra; in fucsia la sinistra; in giallo più marginali Forza Italia e Liga Veneta; in basso a destra, isolato, il Popolo della Famiglia.

Come avete fatto?
Mettiamo che un nodo era un account di un partito: se una persona lo riwittava e a questa azione rispondeva un retweet dell’account di un altro partito, i due partiti venivano collegati. Facciamo un esempio. Supponiamo che un nodo sia l’account di Salvini: se un utente risponde o ritwitta viene creato un collegamento tra Salvini e l’utente, che diventa un nuovo nodo. Se lo stesso utente poi ritwitta o risponde a un account di un altro partito, ad esempio i Cinque Stelle, viene creato un collegamento tra l’utente e i Cinque Stelle. A questo punto, Salvini e i Cinque Stelle sono collegati tramite l’utente, che fa da ponte. Alcuni di questi utenti “ponte” si possono vedere nel grafico: sono ad esempio i puntini colorati che collegano gli account di Destra e Cinque Stelle con la zona di sinistra.
E così abbiamo visto ad esempio che Salvini finiva vicinissimo alla destra ed estrema destra, alla Meloni e a CasaPound. Poi Salvini si collegava con i Cinque Stelle, immagino perché essendo comunque al governo insieme c’è tanta gente che comunica con entrambi, poi dai Cinque Stelle si passava al Pd e da lì si staccava poi la parte più a sinistra. Quindi rispetto a come interagiva la gente si vedeva la vicinanza tra i vari partiti.

C’è qualcosa che vi ha colpito, delle vicinanze che non vi aspettavate?
Non ci aspettavamo ad esempio che Salvini fosse così di destra: diciamo che molti follower di Salvini sono gli stessi di CasaPound, viene fuori questa realtà. A livello pratico ci immaginiamo il follower di CasaPound che ripropone i contenuti di Salvini perché dice una cosa su cui è d’accordo, ma al tempo stesso scrive qualcosa che accompagna il tweet di Salvini: un classico è che integri il contenuto di Salvini con un tono che magari si addice di più a CasaPound, tirando così in mezzo tutto il suo pubblico, introducendo Salvini al suo pubblico.

In Bubbles vediamo tutti i contenuti di una bolla?
Non esattamente. Ci siamo accorti che c’era comunque necessità di differenziare un po’ le liste. Alcuni account che uno si aspetterebbe di trovare non ci sono, ma solo perché abbiamo deciso di premiare le differenze. Ad esempio, abbiamo deciso di dare meno visibilità ai giornali più classici che finivano in molte liste, come la Repubblica, oppure all’Ansa, che andava in tutte le liste. Per questo consideriamo l’Ansa un account meno importante, perché ci permette meno di riconoscere una bolla rispetto a un’altra. Per la stessa ragione, se uno guarda attentamente le varie bolle nota che non c’è Salvini, perché il suo account finiva in tre profili diversi, quindi perdeva importanza, e per questo alla fine non compare in nessun gruppo. Compaiono però lo stesso i suoi tweet perché la gente ad esempio nella destra lo ritwitta. In definitiva non è importante che ci sia precisamente il suo account, ma che la bolla venga rappresentata bene nella sua pienezza, e se tweet molto caratteristici di una bolla venissero affogati da tweet di Repubblica o dell’Ansa, sarebbe tutto inutile.

Immagino che i partiti che avete scelto non fossero tutti ugualmente attivi sui social…
No, infatti. Ad esempio, il Popolo della Famiglia se ne è andato per i fatti suoi e non ha twittato praticamente con nessun altro [si può notare nell’immagine questo elemento solitario in basso a destra, ndr]. Anche la Liga veneta non era molto partecipe con nessuno, si vedeva che si stava distanziando dalla Lega. Un punto debole è stato anche Forza Italia, con poca gente che twittava, magari perché i suoi elettori non usano molto Twitter. Mentre Salvini è il re dei social. Sarebbe interessante verificare se la grandezza delle bolle rispecchia poi le proporzioni di voto, se Bubbles potesse cioè trasformarsi anche in uno strumento di previsione, visto che le previsioni adesso sono molto difficili da fare.

In questo senso secondo voi c’è un limite entro il quale i social network possono rappresentare la realtà dell’elettorato, considerando che probabilmente una fetta di popolazione che non li usa molto?
Forse Forza Italia è l’unico esempio di un partito su Twitter apparentemente molto più debole rispetto alla percezione che ne abbiamo. Sì, ha preso alle europee poco più dell’otto per cento, ma noi pensavamo che il risultato sarebbe stato anche più tragico. Forse appunto per questo gap di persone che non si esprimono su Twitter, ma poi votano quel partito.

Avete detto che Bubbles si può applicare a diversi contesti: non è quindi uno strumento che può essere usato solo per la politica…
Questa è la prima versione, il primo esperimento. All’inizio eravamo partiti con un’idea molto generale, poi abbiamo deciso di fare una prima versione per le elezioni europee e ci siamo focalizzati su questo. Ma il principio si può applicare in qualsiasi campo, si possono trattare altri argomenti.

Qualsiasi argomento?
Naturalmente deve essere un argomento che ha più opinioni, perché lo scopo è appunto vedere come queste si dividono. Ma bene o male tutti hanno delle opinioni su ogni argomento. Certo, la politica è molto divisiva, un fatto politico ha punti di vista molto diversi, ma avevamo pensato anche di applicare Bubbles, ad esempio, alla musica. Poi avevamo anche immaginato un’evoluzione di Bubbles, del tipo “cosa vede un adolescente?”. Creare quindi una “home page tipo” di un adolescente, che può essere un mondo sconosciuto per gli adulti… Anche se l’evoluzione più semplice, ma non per questo meno interessante, si potrebbe fare anche solo con un hashtag che in un determinato momento è di tendenza, su cui tanta gente twitta, e vedere un po’ cosa succede. Ad esempio l’hashtag #IranUsa. Lo cerco nella destra, nella sinistra, eccetera: di sicuro mi verranno proposte anche le stesse notizie, e così si potrebbe fare un confronto semplice, su come la stessa notizia viene presentata in modo diverso.

Quindi l’importanza è che sia un argomento divisivo, poi si può trovare il modo di analizzarlo, di vedere le differenti bolle che si creano. Avete già delle idee per i prossimi argomenti?
Sicuramente non vorremmo che un argomento sostituisse l’altro. L’idea è che su Bubbles si possano esplorare vari ambiti, e in ogni ambito poi si possono esplorare le varie bolle. Questa prova era sulle elezioni europee, si potrebbe fare per la politica italiana in generale, o nel particolare vedere la politica regionale, o la politica americana, o Brexit, o come dicevamo la musica. Aggiungere pagine, non sostituire. Per rendere Bubbles uno strumento più globale: gli argomenti sono infiniti, si tratta solo di vedere se ci sono i dati per tutto. Senza dimenticare che poi ci sono argomenti che hanno un periodo di vita limitato: magari in un momento sono di tendenza, ma il tempo passa e dopo due settimane potrebbero essere una bacheca vuota. Ad esempio, se tempo fa si fosse fatto qualcosa sullo scontro Corea del Nord e Usa ci sarebbero state bacheche con notizie infinite, oggi poco o niente. Comunque, argomenti che analizzati sorprendono non mancano mai.

C’è stato qualcosa che in particolare vi ha sorpreso in questa prima esperienza per le europee?
Una cosa sì. Quando abbiamo cominciato, ci siamo stupiti molto delle vignette, disegni che l’estrema destra usa per descrivere in maniera “leggera” un pensiero che detto in 280 caratteri sarebbe magari molto pesante, a livello di contenuto. Noi, che non conoscevamo questo fenomeno, vedevamo queste vignette e ci domandavamo “ma cos’è che sta succedendo, non è possibile che ci sia questa realtà”. Ad esempio, c’era una vignetta molto inquietante che presentava per gli stranieri un tappeto rosso e per gli italiani un percorso a ostacoli. Agli stranieri strada spianata, agli italiani niente. Sono vignette che fanno le persone, e c’è chi su internet si permette di fare cose al limite, ad esempio, del razzismo. E le vignette probabilmente superano anche i controlli che i social fanno sui contenuti. Sono controlli in gran parte automatizzati, rilevano certi termini, modi di comunicare, cose che in un disegno non possono essere rilevate da una qualsiasi tecnologia: un disegno non può essere facilmente compreso da un computer, un testo sì. Siamo rimasti molto colpiti da questo fenomeno, che non conoscevamo, e siamo persone che tendenzialmente tendono a informarsi sui diversi punti di vista.

Bubbles potrebbe essere utile in questo senso anche per le persone che non sono molto pratiche di social media.
Come dicevamo, ci immaginiamo uno strumento come Bubbles messo in mano a una persona che non fa o non può fare, per vari motivi, la fatica di ricercare i diversi punti di vista. Con Bubbles diventano facili da ritrovare e riconoscere. E possono essere un’esperienza sorprendente. Noi ad esempio ci siamo stupiti nel vedere le vignette: era una bolla in cui non eravamo ancora entrati. Questo è il meccanismo che speriamo funzioni per tutti, certo ci sono persone che per il lavoro che fanno conoscono già le diverse bolle oltre la loro, ma in generale non è così.

Diciamo che Bubbles può colpire.
Anche troppo, forse. Lo abbiamo mostrato ad esempio in famiglia, ai nostri genitori. Qualcuno, quando ha visto certi contenuti, ha detto: “non voglio più sapere, preferivo prima”. Perché non è sempre facile o piacevole uscire dalla propria bolla, ma è importante farlo. Speriamo che Bubbles contribuisca ad andare in questa direzione.

Bubbles si può visitare qui: www.thebubbles.it

E tu, in che bolla vivi? ultima modifica: 2019-08-01T19:09:49+02:00 da MARCO MILINI

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