Madrid e Roma, crisi parallele della democrazia rappresentativa

In Italia un esecutivo finisce, in Spagna non riesce a nascere. Crisi diverse di due paesi “in transizione” - quasi permanente ormai la nostra, recente quella spagnola - che si focalizzano in un punto comune, l’incapacità della politica di formare o mantenere un governo.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Niente vacanze per la politica, quest’estate, a Roma come a Madrid. Qui un governo finisce e lì uno non riesce a nascere. Crisi diverse di due paesi “in transizione” – quasi permanente ormai la nostra, recente quella spagnola – che si focalizzano in un punto comune, l’incapacità della politica di formare o mantenere un esecutivo. La crisi della democrazia rappresentativa si esprime così nel caso spagnolo. Gli elettori hanno chiaramente determinato le condizioni per un governo delle sinistre ma i partiti non riescono ad assolvere al compito che gli elettori, e le circostanze, gli hanno affidato. Non riescono a costruire un’alleanza di governo, non vogliono, non sembrano strutturati per riuscire a farlo.

Con questi leader non vinceremo mai

Nanni Moretti è citatissimo in questi giorni in Spagna. Quello che nel febbraio del 2002, sul palco dell’Ulivo a Piazza Navona, rivolto a Rutelli e Fassino che avevano appena parlato, disse: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. 

I dirigenti, che nella citazione diventano lideres, sono Pedro Sánchez e Pablo Iglesias e l’oggetto dell’amareggiata constatazione è la mancata chiusura per un accordo di governo delle sinistre. 

Una delusione immediata, approfonditasi con le ricostruzioni uscite sulla stampa che ci restituiscono la dinamica di un desencuentro politico, fatto di pochissime riunioni, limitate al tema dell’assegnazione dei ministeri, di nessun confronto programmatico, di tentativi di forzature e anche di incapacità dei due leader di costruire una fiducia reciproca che, evidentemente, manca.

La sfiducia tra di noi è reciproca.

Lo ha detto chiaro e tondo anche Sánchez dopo un colloquio avuto mercoledì scorso con re Felipe nel Palacio de Marivent, la residenza estiva reale di Palma di Maiorca.

Ha detto tante volte che non non si fida del Psoe che ho finito per non avere fiducia neanche io. Pertanto questa sfiducia è reciproca.

Il re, appena la domenica precedente, aveva richiamato le forze politiche.

La cosa migliore è che si trovi una soluzione prima di tornare a votare,

aveva detto accolto con favore sia da Ciudadanos che da Up.

Una sfiducia che rischia di essere condivisa anche dalla cosiddetta pubblica opinione, in particolare dall’elettorato di sinistra. Dalle tante ricostruzioni del desencuentro tra Psoe e Unidas Podemos (Up) (ne segnaliamo in particolare due, su El País e El Diario) emergono in tutta la loro chiarezza le responsabilità dei due leader, e di due partiti modellati a loro immagine, irriducibili nelle loro convinzioni e restii ad adattarsi alle condizioni. 

Sánchez vuole un monocolore, è quello che ha sempre cercato e le trattative che ha fatto, e soprattutto che non ha fatto, si spiegano solo così. Il governo di coalizione che dice di avere offerto a Up non era il suo obiettivo. Non evita di lanciare continue critiche a popolari e Ciudadanos perché non favoriscono la nascita di un monocolore socialista. Pablo Iglesias, dal canto suo, sembra non aver colto per nulla la determinatezza del suo interlocutore. E come avere in mano l’agenda del presidente incaricato, sarebbe stata la carta giocata fino in fondo da Sánchez per raggiungere il suo obiettivo. Iglesias ha inseguito i tempi altrui, inseguendo una prassi di costruzione della coalizione mai accettata dall’interlocutore, arrivando sempre tardi, inseguendo con affanno l’unico obiettivo strategico che si è dato per sé e il partito: arrivare al governo del paese. 

In due mesi ci sono stati pochissimi incontri, molti scontri, alcune incomprensioni, che ci suggeriscono qualcosa di più rispetto a legittime, o no, strategie politiche: una incapacità, tutta politica, di dialogo, una irriducibilità al confronto, che appare insuperabile. Fatta anche di meschinità e stoltezze. Ne citiamo due, a titolo d’esempio. 

Il Psoe fa filtrare alla stampa il documento di Up presentato come base di dialogo, ministeri, competenze, etc. Ma cambia due parole nel titolo e nel testo e quella che era un bozza per la trattativa diventa “le condizioni” di Up per entrare al governo. Seguire le tracce dei metadati del documento .pdf arrivato alla stampa è stato uno scherzo per chi ha voluto indagare e il cammino ha portato dritto ai server della Presidenza.

I viola hanno argomenti, ragioni – ma a che serve in politica se non riesci a ottenere i tuoi obiettivi? – quando dicono che i governi di coalizione sono ovunque in Europa, che una presenza proporzionale ai voti sarebbe ragionevole, quando mettono sul piatto anche l’aver accolto il veto sul loro leader, Iglesias, che non deve stare nel governo per il Psoe. Ma non riescono a fare politica, a prendere l’iniziativa, si applicano alle supposte regole della trattativa e chiedono cento per cominciare, o applicano la teoria dei giochi alla politica, la tentazione del chicken game, del “voglio proprio vedere ora che fanno” (come Varoufakis che lanciava la sua piccola auto greca contro le corazzate dell’Ue e dell’Fmi, certo che si sarebbero spostate prima dello scontro). E quindi non si presentano a un incontro con la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, nel quale si sarebbe confermato che il veto a Iglesias non si estendeva anche a Irene Montero, altra leader del partito oltre che compagna di Iglesias. Raggiunto al telefono, il negoziatore viola, Pablo Echenique, dice praticamente, “Se c’è il veto, inutile che veniamo”. Piccole prove di forza che hanno aiutato l’interlocutore nel suo progetto, anziché mettergli i bastoni tra le ruote.

Certo, le responsabilità si pesano e il segretario socialista è quello che, avendo il mazzo in mano, ne ha di maggiori. Sembra muoversi ostinatamente contro corrente, inseguire uno scenario che non c’è più, il bipartitismo di cui per ora gli spagnoli hanno decretato la fine. Ancora una ostinata resistenza, da parte del leader che ha fatto di questa la sua principale caratteristica, intitolando anche la sua biografia Manuale di resistenza. Una resistenza che, però, nel momento in cui sembra essere disposto a arrivare a nuove elezioni per ottenere il suo obiettivo, rischia di sembrare anche incapacità ad adattarsi alla fase politica, elemento sempre fatale nelle biografie politiche. Una resistenza che, comunque, davanti alla possibilità di un governo delle sinistre, che gli elettori di sinistra ritengono vada fatto, rischia di essere incomprensibile, anche ai suoi.

Per inseguire il suo obiettivo, e fare pressione su Iglesias, Sánchez ha iniziato un giro di consultazioni con le “parti sociali”. Associazioni diverse, in una selezione che comprende molte associazioni di donne e Lgbt, alcune storicamente vicine al Psoe, poche Ong, con le quali i rapporti non sono dei migliori ultimamente, molto mondo green e ambientalista, e i sindacati. 

Il leader socialista parla di uno scambio mirato alla costruzione di un programma da proporre al Parlamento, non un programma di governo, tutto è all’interno della pressione a Up affinché accetti di far partire il monocolore, a scaricarle la totale responsabilità di un eventuale fallimento. Ma anche in questi incontri non tutto va come preventivato e l’ipotesi di un fallimento viene accolta malissimo. “Una ripetizione elettorale è impensabile“, hanno tuonato i sindacati, “mettetevi d’accordo”. La posta in gioco per il futuro delle sinistre spagnole sembra essere evidente. E diverse sono le iniziative che spingono per un accordo di governo, da parte di gruppi con rappresentanze pubbliche, che lanciano appelli, manifesti e lettere aperte.

Pedro Sánchez con el rey Felipe VI al Palacio de Marivent

Qui proponiamo una delle tante iniziative, quella del Grupo Pròleg, un gruppo di docenti universitari e operatori sociali di Barcellona che si è distinto nel tentativo di imporre uno sguardo diverso sulla Crisi catalana, di contrasto alle opposte propagande nazionaliste, e che ritiene la formazione di un governo necessaria per affrontare il suo superamento.

Se i due leader e i loro partiti sono impegnati a rinfacciarsi le colpe di un accordo che non hanno voluto o saputo trovare, l’opinione pubblica non sembra avere dubbi sulle responsabilità di entrambi. Un interessante sondaggio di 40dB per El Paìs, ha indagato l’opinione degli elettori. Il mancato governo è colpa dei due leader. Il dato è sorprendentemente confermato anche da chi si dichiara elettore dei due partiti di sinistra che non fa sconti alla sua parte politica, come pure gli elettori di Pp e Ciudadanos. Questa e altre inchieste confermano come gli spagnoli siano a grande maggioranza contrari a nuove elezioni. È vero anche che le intenzioni di voto dànno il Psoe ancora in crescita (chi oltre il 36 per  cento, chi vicino al quaranta) ma il punto è se e come si incontreranno le curve dell’intenzione di voto e quella della disillusione politica, e cosa succederà. 

Irene Montero e Pablo Iglesias

Anche i media sembrano riavere un ruolo in questa vicenda. Molto si deve al nuovo corso de El Paìs, con la direzione di Soledad Gallego-Díaz, da un anno alla guida del quotidiano. Dopo un decennio buio in cui, attraverso estromissioni di storiche firme e prepensionamenti mirati, la proprietà aveva sostanzialmente chiuso quella tribuna civica che il giornale rappresentava per il dibattito pubblico spagnolo. Un decennio, culminato con la guerra a Sánchez e con la subalternità alle propagande degli opposti nazionalismi sulla Crisi catalana, al quale il giornale ha pagato un pesante tributo di credibilità e copie vendute; e che ha visto nascere nuove testate indipendenti, piccole ma agguerrite, di buon valore giornalistico e fondamentale valore per l’ecosistema informativo democratico.

Questo agosto sarà dunque caldo per la politica spagnola. E frustrante per elettori che ritengono di aver già detto con il voto cosa andava fatto. I protagonisti politici hanno portato così avanti le loro pubbliche ostilità che si stenta a pensare che sia rimasto qualcosa su cui costruire. Ma è quello che molti spingeranno a fare. Le pressioni dal basso sono evidenti, non formare un governo sarebbe incomprensibile. Le carte le ha sempre in mano Pedro Sánchez. Per ora, non sembra intenzionato a concedere a Iglesias nulla più di un programma «costruito con le parti sociali».

Italia e Spagna, due paesi “in transizione” in cui la politica non chiude per ferie. Ma solo perché ha fatto male prima. E ora rincorre i suoi totem, un’elezione trionfante, un governo monocolore, come  fosse preda di un «politicismo magico» che non consente di ridurre le proprie aspirazioni alla necessaria responsabilità, al realismo obbligato, della politica.

Madrid e Roma, crisi parallele della democrazia rappresentativa ultima modifica: 2019-08-09T22:22:15+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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