Il futuro della Cina in gioco a Hong Kong

Se né la polizia né le Triadi riusciranno a bloccare le proteste, maturerà la soluzione Tiananmen, cioè l’intervento diretto dell’Esercito di liberazione popolare. Pochi dubbi possono esserci sul fatto che Xi Jinping e i suoi uomini siano pronti a pagare il prezzo di questa scelta.
scritto da BENIAMINO NATALE

A dieci settimane dal loro inizio, in giugno, le manifestazioni di protesta ad Hong Kong non accennano a fermarsi e si muovono inesorabilmente verso un confronto con Pechino. Il movimento afferma di non avere leader, dato anche che buona parte dei dissidenti “storici” – come Benny Tai e gli altri organizzatori del movimento  Occupy Central with Peace and Love del 2014 e l’ex-deputato al parlamento locale Edward Leung – sono in galera mentre altri, come i giovani fondatori del partito Demosisto, Joshua Wong e Nathan Law, partecipano alle proteste ma prestano molta attenzione a non essere identificati come gli unici leader, dato che anche loro hanno trascorso diverso tempo in prigione, negli ultimi cinque anni.

Dopo le impressionanti manifestazioni che hanno portato in piazza fino a due milioni di persone (Hong Kong ha sette milioni di abitanti) i manifestanti hanno cambiato tattica e si danno appuntamento nei quartieri periferici, oppure le proteste sono affidate a un particolare “settore” – gli avvocati, i professori, i dipendenti pubblici, ecc.  I giovani “militanti” che hanno deciso di sfidare la polizia e le “magliette bianche” – cioe’ i picchiatori delle Triadi, le mafie locali legate alle grandi imprese edilizie a al governo di Pechino – si vestono di nero, indossano i caschi gialli degli operai edili, si coprono il volto per evitare le telecamere che ormai sono dappertutto – e comunicano tra di loro attraverso i forum di Internet, in particolare usando quello che si chiama LIHKG e che è stato creato nel 2016.

Le loro richieste sono al momento cinque: il ritiro definitivo del progetto di legge sull’estradizione, quello che ha dato il via alla rivolta; il ritiro anche della definizione di “riot” usato dal governo per indicare le proteste; l’apertura di un’inchiesta sull’operato della polizia; il ritiro delle accuse contro tutte le persone arrestate (circa seicento); il suffragio universale, che è promesso nella Basic Law, la Costituzione del territorio concordata tra il Regno Unito, che aveva governato Hong Kong come una colonia a partire dal 1841 e la Repubblica Popolare di Cina al momento del passaggio dei poteri, nel 1997, ma che non è mai stato introdotto.

Il governo locale sembra non esistere o, come ha scritto qualcuno, esiste in un universo parallelo nel quale si parla delle malattie dei pesci o dei fondi per il Teatro dell’Opera ma non si fa cenno al fatto che ogni giorno migliaia di persone sono nelle strade a protestare. Carrie Lam, la civil servant che guida – o meglio, dovrebbe guidare – il governo dell’ex-colonia ha perso per sempre la possibilità di avere la fiducia dei cittadini. Tutto spinge verso un confronto decisivo tra i manifestanti e il governo di Pechino, che ha già espresso il suo verdetto: quella in corso ad Hong Kong è una rivolta organizzata dalle “forze reazionarie” mondiali, in primo luogo gli Usa. Una “color revolution” come quelle che si sono verificate nel recente passato nelle repubbliche ex-sovietiche, una vera ossessione per i governanti cinesi, che di fronte al dissenso non sanno fare di meglio che gridare al complotto nella migliore tradizione dello stalinismo. 

Invece, il problema sta proprio lì: a Pechino, nelle misteriose stanze di Zhong Nan Hai, Il Lago Centrale del Sud, il comprensorio a due passi dalla Città Proibita dove vivono quasi tutti i dirigenti del Partito comunista cinese.

Dal suo avvento al potere, il segretario generale del partito e presidente della Repubblica Xi Jinping ha concentrato nelle sue mani un potere senza precedenti. Prima di lui, e dopo la strage del 1989 in piazza Tiananmen, il consenso tra i dirigenti cinesi era che il partito e il paese avrebbero dovuto essere guidati da una “leadership collettiva”, in grado di evitare tragiche scivolate del passato come quelle che portarono al Grande balzo in avanti e alla Rivoluzione culturale. La lotta alla corruzione ha portato alla caduta – e in molti casi alla morte violenta – di migliaia di dirigenti del partito stesso, cioè di tutti coloro che s’opponevano al concentramento del potere nelle mani di una sola persona. Il processo è stato sancito dall’abolizione del limite di due mandati per il segretario del partito/presidente della repubblica (e anche presidente della Commissione militare centrale, che controlla l’esercito). Insomma, come ai tempi di Mao Zedong, ora in Cina c’è un uomo solo al comando. Un uomo che crede nell’assolutismo e nella dittatura, senza aggettivi. 

La Basic Law ha introdotto ad Hong Kong una complessa costruzione istituzionale chiamata  “un paese, due sistemi”, cioè il sistema dittatoriale in Cina e quello democratico nell’ex-colonia britannica. Secondo la legge, l’obiettivo ultimo è l’instaurazione nel territorio di una “democrazia piena”. Invece, fino ad ora solo una piccola parte dei settanta deputati al parlamento è eletto a suffragio universale, mentre gli altri sono scelti dalle associazioni professionali – delle “corporazioni” di solito fedeli a Pechino – mentre il “chief executive”, il capo del governo, è nominato da un collegio elettorale controllato da Pechino. “Un paese, due sistemi”, stabilisce ancora la Basic Law, durerà per cinquant’anni a partire dal 1997, durante i quali Hong Kong godrà di una serie di libertà negate ai cittadini della Repubblica popolare, come quella di associazione e di stampa. Quando l’accordo per il passaggio dei poteri fu raggiunto, negli anni Novanta, tutti – gli occidentali e gli stessi comunisti cinesi – pensavano che in questo periodo la Repubblica popolare si sarebbe gradualmente evoluta in direzione della democrazia. In questo modo, arrivati alla fatidica scadenza del 2047, non ci sarebbe più stata la necessità di avere “due sistemi” in “un paese”, ma il sistema sarebbe stato uno per Hong Kong e per tutto il resto della Cina – quello democratico.

Per ora, Pechino sembra aver deciso di lasciare il campo al “governo e alla polizia di Hong Kong”, naturalmente con l’appoggio delle “magliette bianche” mafiose. In prospettiva, se questi riusciranno a contenere le proteste, la popolazione locale sarà gradualmente sostituita dai “mainlanders” [cinesi residenti in Cina indotti a trasferirsi a Hong Kong], mentre si approfondirà il processo già in corso dell’emigrazione della parte più dinamica della società hongkonghese – quella che oggi è in piazza – verso il Canada e verso Taiwan – che diventerà più di quanto non sia oggi il terreno di scontro tra il totalitarismo comunista e il movimento democratico cinese. Se invece. come sembra molto probabile, né la polizia né le Triadi riusciranno a bloccare le proteste, maturerà la soluzione Tiananmen, cioè l’intervento diretto dell’Esercito di liberazione popolare (o di “liquidazione” popolare, come lo ribattezzarono a loro tempo i dissidenti del 1989, trasformando la “People Liberation Army” nella “People Liquidation Army”). Pochi dubbi possono esserci sul fatto che Xi Jinping e i suoi uomini siano pronti a pagare il prezzo di questa scelta: un nuovo periodo – che comunque sarebbe relativamente breve – di isolamento internazionale e la fine di Hong Kong come piazza finanziaria internazionale e “porta” della Cina. L’unica alternativa – che il Partito comunista cinese non prende in considerazione ma che potrebbe essere imposta dalla storia – è un’evoluzione della Cina verso la piena democrazia – con tutte le cautele e il gradualismo che si vuole. Non è esagerato dire che per le strade di Hong Kong si gioca oggi una grande parte del futuro della stessa Cina.

Stringerasia

Il futuro della Cina in gioco a Hong Kong ultima modifica: 2019-08-13T12:21:01+02:00 da BENIAMINO NATALE

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