“A quota 7000 ti senti davvero libero”. Incontro con Tarcisio Bellò

Parla il capo della spedizione nelle montagne pachistane e ricorda la morte del compagno di cordata Imtiaz Ahnmad. Sullo sfondo un ormai decennale rapporto tra gli alpinisti del Vicentino e la regione del Gilgit-Baltistan.
scritto da ALBERTO SCHIAVO

Mi dispiace e mi scuso con te e tutti i miei amici italiani per l’incidente del 17 giugno a Tarcisio Bellò e al suo team di alpinisti italiani e pakistani. La comunità della mia regione e dell’intero paese è profondamente addolorata per questo tragico evento. I nostri amici italiani hanno fatto molto per noi e continuano a farlo. Siamo grati a loro per questa assistenza umanitaria per la quale oggi portano le sofferenze di questa tragedia.

Nelle parole di Sher Baz Khan, responsabile dell’area di Ishkoman, una vallata nella catena montuosa dell’Hindukush in Pakistan al sindaco di Quinto Vicentino Renzo Segato, c’è il sunto della tragedia, ma anche dello stretto legame di amicizia che lega il team vicentino di alpinisti e la piccola comunità di Ghotolti.

Abbiamo incontrato il capo spedizione Tarcisio Bellò, nella sua abitazione di Quinto Vicentino; ha ancora il braccio e la gamba ingessati dopo la paurosa scivolata sulla valanga che ha travolto i sette membri della spedizione e che è costata la vita alla guida locate Imtiaz Ahnmad.

Questa era la decima spedizione che facevamo dal 2000 nell’area del Ghizar, all’estremo nord del Gilgit-Baltistan; abbiamo scalato sei montagne sopra i 6.000 metri, cinque inviolate, decine di vette sopra i 5.000, e non abbiamo mai avuto problemi o incidenti.

Una fatalità e non certo un’imprudenza, ma che non allevia il dolore che traspare dalle parole di Tarcisio per la morte del compagno di cordata, ma prima di tutto amico, Imtiaz Ahnmad. “Aveva trentanove anni, e lascia la moglie e quattro figli; faremo di tutto per sostenerli negli studi e nella vita per i prossimi anni”.

Il distacco di neve che ha provocato la valanga

Com’è nata l’idea di questa spedizione?
Va premesso che già dal 1997 sono iniziati i nostri viaggi-spedizione in questa zona poco conosciuta ma che vanta montagne come il K2: abbiamo scalato montagne che oggi portano nomi come Italia peak (6189 m), Marostica Peak (6185 m), Renato Casarotto Kor (6185 m). Una mia idea, patrocinata e sostenuta delle quattordici sezioni vicentine del Cai, in primis Montecchio Maggiore e Marostica, di cui faccio parte, e l’appoggio dell’associazione Montagne e solidarietà di Avio (Tn). Nel corso del tempo si è sviluppato un percorso umanitario iniziato nel 2007 con la costruzione di un piccolo rifugio sulle rive del lago Atar, proseguito nel 2009 con la posa di un acquedotto e di un dispensario farmaceutico; nel 2015 abbiamo costruito un ponte in metallo – quello in legno era crollato due volte in quindici anni – ed iniziata la costruzione del “Cristina Castagna Climbing Community Center” con la posa delle fondamenta.

I componenti della spedizione

Proprio in questo ambito abbiamo deciso di tornare per scalare una cima e dedicarla a Melvin Jones, fondatore dei Lions clubs, perché attraverso i Lions vorremmo avviare una campagna di raccolta fondi per sostenere il progetto Cristina in maniera concreta. Era la seconda volta che tentavamo: lo scorso ottobre avevo provato assieme al giovane Filippo Scaccabarozzi di Como e ai tre pakistani che hanno partecipato anche quest’anno, ma non siamo riusciti per le cattive condizioni del tempo. Quindi quest’anno abbiamo ripensato la spedizione. Siamo partiti in quattro dall’Italia: io, Luca Morellato di Quinto Vicentino, Tino Toldo di Caltrano e David Bergamin del Cai di Castelfranco.

Tino è un amico di vecchia data, con il quale ho arrampicato già dal ’96, mentre Luca è un giovane di ventidue anni che conosco fin da piccolo e l’ho aiutato a crescere dal punto di vista alpinistico. Luca ha un’esperienza limitata ma è bravo ed è stato proprio lui, con il suo entusiasmo, a spingerci a tornare laggiù. Io e gli altri due abbiamo grande esperienza, sommiamo cent’anni di alpinismo, quindi questa spedizione aveva tutti i carismi per essere una cosa tranquilla, facile per nostri standard. Invece il pendio nevoso a 5600 m che stavamo percorrendo si è improvvisamente fessurato, per una profondità di 25-30 metri, e l’enorme massa di neve ci ha trascinati via facendoci precipitare per 600 metri. Quando ci siamo fermati, lo stupore e la gioia di essere ancora vivi si sono trasformati in orrore nel constatare che i traumi riportati erano stati fatali a Imtiaz Ahnmad. Con la morte nel cuore, io, un braccio e una caviglia rotti, e gli altri ci siamo trascinati fino a raggiungere le tende in attesa dei soccorsi, contattati con il telefono satellitare. Il giorno dopo gli elicotteri dell’esercito ci hanno trovato e riportato a valle, mentre Imtiaz è stato recuperato alcuni giorni dopo dagli amici saliti a piedi dalla sua vallata.

La vicinanza e l’empatia che ci lega alla gente della valle è stata commovente; pensa che, visti gli elicotteri, preoccupati, sono corsi in nostro aiuto facendo il possibile, ma si sono dovuti fermare di fronte ad una salita di tipo alpinistico. Sulla tragedia abbiamo una responsabilità limitata, perché niente poteva far presagire quanto è successo perché la neve in superficie sembrava buona e, di solito, una valanga a lastroni fa mezzo metro di spessore, non si comporta così.

Dopo questa tragedia continuerete la vostra attività in Pakistan?
Porteremo sicuramente avanti il progetto del Centro Cristina Castagna, perché è una cosa sentita e condivisa dagli amici di Ghotolti, ma operativamente bisogna trovare finanziatori e volontari. Finora, attraverso amici e associazioni abbiamo raccolto settantacinquemila euro, tutti investiti in loco perché per le nostre spedizioni ci autofinanziamo. L’idea è nata nel 2009, perché mentre eravamo in Pakistan impegnati nella costruzione dell’acquedotto, il 18 lluglio, la 31enne alpinista valdagnese Cristina Castagna, la più giovane donna italiana ad aver scalato un ottomila, precipitava in un crepaccio a circa a 7000 m di quota mentre scendeva dalla cima del Broad Peak nella catena pakistana del Karakorum. Abbiamo pensato che il miglior modo per ricordarla era dedicarle un centro per la formazione delle guide di montagna.

Tarcisio Bellò in primo piano

Al momento ci siamo fermati alla platea delle fondamenta, ma ora vorremmo andare avanti; ci tengono tutti, perché il turismo di montagna è in grandissimo sviluppo. Creare delle competenze sarebbe un volano per tutto il settore turistico; un lavoro tratterrebbe le persone nei villaggi – con duecento euro vive una famiglia – e manterrebbe il tessuto sociale. La possibilità di avere gente preparata è importantissima ai piedi di una catena come l’Hindukush ancora poco conosciuta. Gli alpinisti di qui sono bravi ma in Pakistan non c’è una scuola e la formazione delle guide può essere portata avanti soltanto da guide alpine titolate. È un intervento solidale sul quale puntiamo molto perché assolutamente condiviso e atteso. Il Centro Castagna sarebbe previsto su tre livelli ma intanto puntiamo a completarne uno: oltre all’accoglienza turistica, avrà un dispensario farmaceutico, una sala comunitaria, bagni docce e altri servizi pubblici. Per la raccolta dei fondi abbiamo diversi canali: sono in programma serate e cene solidali; tra l’altro domenica 11 agosto abbiamo portato la nostra testimonianza al Festival del film di montagna a Cervinia.

Per quanto preparati e prudenti si sia la montagna è pericolosa. Cosa spinge una persona a far fatica e rischiare la vita per scalare una vetta?
La montagna è l’unico luogo dove si può essere, fra virgolette, liberi. Vivere un’esperienza nella natura è importante. Dormire sotto le stelle in sacco a pelo, in tenda in mezzo alla neve; seguire i ritmi del tempo, del giorno e della notte, è bello. Quando hai superato difficoltà importanti guardi indietro la via e dici “caspita sono salito”, è l’ulteriore conferma di una crescita psicofisica, una grande soddisfazione. La montagna ti offre lo spazio per svolgere in natura esperienze importanti, se poi attraverso un intervento umanitario di questo tipo si riesce a instaurare relazioni tra persone, culture e lingue diverse, è meraviglioso.

Bellò con Nadeema Sahar sull’elicottero di soccorso

È incredibile cosa può succedere attraverso un mezzo che è la montagna. Il Pakistan ha tanti problemi, di politica interna e internazionale, ma dove andiamo noi ci sono comunità molto aperte che hanno voglia di crescere. Aiutare e aiutarsi insieme è l’ideale della montagna. Mettersi in relazione con gli altri è una delle conquiste più belle. Tanti alpinisti, fanno la spedizione, scalano la montagna, tornano a casa e non sanno neanche cos’é un villaggio, cosa c’è sotto. Il nostro alpinismo ha ideali, prospettive, uno spessore diversi, è enormemente più bello. Quale miglior attività in cui impegnare se stessi, purtroppo anche rischiando la vita?

In copertina la cima dedicata a Melvin Jones

“A quota 7000 ti senti davvero libero”. Incontro con Tarcisio Bellò ultima modifica: 2019-08-14T17:53:56+02:00 da ALBERTO SCHIAVO

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