Gay al bando in Palestina. Il dissenso di Hanan Ashrawi

L’Anp vieta le attività del gruppo per i diritti degli omosessuali e dei transgender Al-Qaws, fondato nel 2001 e che finora aveva operato senza restrizioni in Cisgiordania. Una delle più eminenti figure dell'OLP critica duramente la misura.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

No, non sono d’accordo. Non stiamo combattendo l’occupazione israeliana rivendicando il nostro legittimo diritto a uno Stato indipendente per veder poi realizzato un regime che non garantisce i diritti delle minoranze. E questo vale in ogni ambito, anche nella sfera sessuale. Ed è per questo che giudico negativamente la decisione assunta dall’Autorità nazionale palestinese.

Parole importanti quelle che Hanan Ashrawi consegna a ytali. Tanto più significative perché vengono da una delle figure più rappresentative e indipendenti della dirigenza palestinese: più volte ministra e parlamentare, voce e volto della delegazione palestinese ai primi negoziati di Oslo-Washington, la prima donna a ricoprire l’incarico di portavoce della Lega Araba, Ashrawi, oltre a essere oggi nell’esecutivo dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), è da sempre paladina dei diritti umani e civili nei Territori.

Hanan Ashrawi non è la sola ad aver criticato la decisione dell’Anp di mettere al bando le attività del gruppo per i diritti degli omosessuali e dei transgender Al-Qaws, fondato nel 2001 e che finora aveva operato senza restrizioni in Cisgiordania. La polizia ha proibito alcuni eventi previsti nelle principali città palestinesi. Il portavoce Louai Irzeiqat ha spiegato che tali attività sono “contrarie agli ideali e ai valori della società palestinese”.

Una tesi contestata dalla dirigente palestinese:

Quella palestinese è una società pluralistica, forse la più plurale tra quelle arabe. Dire che le attività di Al-Qaws siano contrarie agli ideali e ai valori della società palestinese contrasta con la nostra storia ed è un segnale preoccupante di una deriva fondamentalista che va contrastata, per il bene stesso della causa palestinese.

Nel 2016, Hamas ha giustiziato uno dei suoi più autorevoli comandanti militari, Mahmoud Ishtiwi, 34 anni, dopo che era stato riconosciuto colpevole di “turpitudine morale” – un riferimento sottilmente velato all’omosessualità. Racconta Jaled Abu Toameh, giornalista, membro del Gatestone Institute:

Il clamore per il programma gay a Gaza è un altro esempio di come la società palestinese sia ancora lontana dal riconoscere e rispettare i diritti della comunità gay. Out of focus, che è stato recentemente girato nella Striscia, include una scena comica, tipo telecamera nascosta, in cui un attore insinua il giovane. Cioè, le insinuazioni non sono reali, il loro scopo era comico; quelli a cui si avvicinavano non sapevano nemmeno che sarebbero stati registrati.

Ma nel mondo palestinese questo non è un argomento per barzellette. Musa Shurrab, umorista di Gazati e ideatore del programma offensivo, è in gravi difficoltà. È stato costretto a scusarsi con un messaggio di Facebook:

Ci scusiamo con tutti i nostri spettatori. Il programma è stato cancellato dopo la pubblicazione. Abbiamo fatto un errore e ce ne pentiamo.

Le scuse, tuttavia, non sono riuscite a calmare i critici, che sui social hanno espresso la loro repulsione per lo spettacolo e per il comportamento di Shurrab. “Che tipo di scuse è questa, dopo aver offeso tutti i valori religiosi e culturali solo per fama?”, ha tuonato Tagrid Alemure. Altri utenti di Facebook hanno accusato l’umorista di promuovere “anomalie sessuali” e hanno usato espressioni denigranti e parolacce per accusarlo e minacciarlo. “L’eliminazione del video non ti esonera da questo crimine morale”, ha sentenziato Mohamed al Aila. Secondo l’associazione israeliana Aguda, almeno mille gay palestinesi si sono rifugiati in Israele.

I ragazzi raccontano di essere stati torturati dai padri e dai fratelli, arrestati dai poliziotti dell’Autorità palestinese. Spesso vengono accusati di essere collaborazionisti. Secondo un recente report di Rights Reporter, i gay palestinesi richiedenti asilo negli ultimi dodici mesi sono stati 1.034 (1.011 uomini e 23 donne). Ad aprile le domande accettate sono state 291 e tutte le altre erano in corso di verifica: nessuno infatti è stato rifiutato da Israele, che ha deciso di fare uno strappo alle sue leggi assai dure per garantire il sogno della libertà.

L’omosessualità è contro i nostri codici sociali, la nostra tradizione. È contro l’Islam. Non potete fare paragoni con l’Europa. Da noi gli omosessuali mantengono il segreto, non si sa niente di loro. In ogni caso l’omosessualità è punita come un reato minore,

dice Wael Abu Lafi, del General Prosecution Committee palestinese.

Il governo di Ramallah è laico e finora non aveva ceduto alle pressioni dei movimenti islamici conservatori, che considerano l’omosessualità un crimine punito dalla sharia. Per questo i gruppi che difendono i diritti dei Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) hanno finora operato senza grossi problemi.

Al-Qaws è uno dei più importanti e promuove la tolleranza e la diversità sessuale all’interno della società palestinese. È anche forte l’influenza di Israele, dove c’è molta tolleranza e da anni si svolgono gay pride di massa a Tel Aviv. Il gruppo ha condannato “le persecuzioni, intimidazioni, le minacce di arresto da parte della polizia o singoli individui”.

In una dichiarazione postata sulle reti sociali, Al-Qaws invita la polizia e la società palestinese

a concentrarsi nella lotta contro l’occupazione e altre forme di violenza che stanno facendo a pezzi il tessuto delicato della nostra società e i nostri valori, invece di perseguitare attivisti che lavorano instancabilmente per mettere fine a ogni forma di violenza.

Una violenza di genere. Nel suo rapporto 2017-2018 sullo stato dei diritti umani nel mondo, Amnesty International, nel capitolo dedicato alla Palestina, rimarca:

Donne e ragazze hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e altre forme di violenza di genere, compresi i cosiddetti “delitti d’onore”. Organizzazioni della società civile hanno segnalato almeno 28 casi di donne e ragazze uccise dai loro parenti di sesso maschile in “delitti d’onore”.

In base alle disposizioni contenute nel codice penale giordano, ai giudici era consentito fare riferimento a determinati stereotipi sulla sessualità femminile per giustificare l’imposizione di sanzioni minime nei confronti di coloro che erano stati ritenuti colpevoli dei cosiddetti “delitti d’onore”. È rimasto in vigore l’art. 308 del codice penale giordano, che consentiva ai responsabili di uno stupro o di un’aggressione sessuale di evitare di essere perseguiti se sposavano la loro vittima. A oltre tre anni dall’adesione alla Cedaw da parte dello stato di Palestina, l’ordinamento giuridico interno non era stato ancora allineato con i princìpi sanciti dalla Cedaw. L’applicazione del codice giordano sullo status personale continuava a discriminare le donne in relazione a questioni come matrimonio, eredità, divorzio, tutoraggio e diritti di proprietà.

E ancora:

Mentre proseguivano le lotte politiche interne, sia in Cisgiordania sia a Gaza le autorità hanno lanciato minacce e intimidazioni contro attivisti e giornalisti, nell’intento di reprimere il pacifico esercizio della libertà d’espressione, l’informazione e il dissenso. Secondo l’ong Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà degli organi d’informazione, durante l’anno le autorità palestinesi della Cisgiordania si erano rese responsabili di 147 attacchi alla libertà di stampa. Questi comprendevano arresti arbitrari, maltrattamenti durante gli interrogatori, confisca di attrezzature, aggressioni fisiche, divieti imposti sulle attività giornalistiche e la messa al bando di 29 siti web critici nei confronti delle autorità della Cisgiordania.

A Gaza, le autorità di Hamas si sono rese responsabili di trentacinque attacchi di questo tipo. Giornalisti che lavoravano per conto di organi d’informazione vicini all’autorità della Cisgiordania non hanno potuto svolgere liberamente la loro professione a Gaza. A luglio è entrata in vigore la legge sui reati elettronici. La normativa permetteva di arrestare arbitrariamente giornalisti, informatori e altri che avessero criticato online le autorità. Prevedeva inoltre pene detentive e fino a venticinque anni di lavori forzati per chi fosse stato ritenuto disturbare “l’ordine pubblico”, “l’unità nazionale” e “la pace sociale”. È stata proposta una bozza di emendamento che eliminava diverse disposizioni repressive ma ne lasciava in vigore altre che permettevano restrizioni arbitrarie ai diritti, alla libertà d’espressione, alla riservatezza e alla protezione dei dati. A fine anno la bozza non era ancora stata resa pubblica”. Senza diritti, che ineriscono la sfera pubblica e quella privata,  non c’è libertà. Con o senza Stato. Vale per tutti, anche per i palestinesi.

Gay al bando in Palestina. Il dissenso di Hanan Ashrawi ultima modifica: 2019-08-21T12:38:12+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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