Quella jeep rossa di Ingmar Bergman

Nell'isola rifugio del grande cineasta svedese, un suo ammiratore cerca invano d’incontrarlo “per caso”...
scritto da ALDO GARZIA

Quando nel 1998 ho visitato per la prima volta Fårö incuriosito dall’isola dove viveva un mito della storia del cinema da me sempre amato come Ingmar Bergman, ero rimasto impressionato da come nulla ricordasse sull’isola la sua presenza o i luoghi dove aveva girato alcuni dei suoi capolavori (“Come in uno specchio” e “Persona”, tra gli altri). Gli abitanti di Fårö davano vaghe informazioni sulle abitudini del loro famoso concittadino e qualche volta le fornivano volutamente sbagliate. Sono tornato sull’isola tutte le estati fino al 2013. 

In un primo reportage da Fårö, ho scritto con delusione della presenza-assenza del regista su quella che tutti gli svedesi chiamavano convenzionalmente “l’isola di Bergman”. Il fascino di Fårö, luogo mitico per gli appassionati delle opere bergmaniane, bisognava scoprirlo da soli, immaginando la dislocazione delle location dei suoi film e cosa lo avesse indotto – dalla metà degli anni Sessanta – a decidere di vivere per lunghi periodi dell’anno su quell’isola all’apparenza ostile e inospitale. Per due anni, come è capitato ad altri frequentatori di Fårö, ho creduto che la residenza di Bergman fosse collocata nella zona di Dämba e non in quella di Hammars. A tutelare la privacy di Bergman, oltre agli abitanti dell’isola, ci pensava anche la sua fedelissima segretaria tuttofare Inga-Lill Höglund, assunta con un semplice annuncio su un quotidiano. Niente e nessuno doveva disturbare il “maestro”. Io stesso sono stato rimbrottato più volte da lei.  

Fårö, nel 1998, non era simile a Stoccolma. Sull’isola nulla doveva ricordare la presenza di Bergman e niente doveva importunarlo. Bisognava proteggerlo dagli scocciatori. Soprattutto nei mesi estivi, quando l’isola si riempiva di turisti e lui, odiando i vacanzieri, finiva per fare solo il tragitto che dalla casa di Hammars lo conduceva al suo cinema di Dämba ogni pomeriggio. A comprare il pane o i dolci alla hembageri, la pasticceria delle bionde e sempre sorridenti sorelle Dröttar vicino alla spiaggia di Ekeviken, e a fare colazione qualche volta presso il bar della località di Friggars sarebbe tornato solo a settembre, quando l’isola restava popolata solo dai suoi seicento abitanti. Poteva così capitare che le storie narrate dagli abitanti dell’isola sulla riservatezza dell’illustre concittadino sfiorassero la leggenda.

Si raccontava, ad esempio, che un giornalista giapponese avesse stazionato a Fårö per cinque settimane in attesa di un intervista e che poi fosse ripartito deluso, scrivendo solo un articolo sugli allevatori di pecore dalla lana nera per giustificare la permanenza in Svezia. Perciò avevo deciso di studiare Bergman e di chiedergli una intervista per vie ufficiali: mi arrivano solo cortesi e vaghi riscontri.

Tutti sanno che lui si reca nel suo cinema ogni pomeriggio a bordo di una jeep rossa. Se credi, puoi provare a fermarlo o ad aspettarlo nei pressi del cinema. Ma è a tuo rischio e pericolo. In questo modo, potrebbe crollare ogni possibilità di incontrarlo e intervistarlo. Solitamente reagisce mandando al diavolo chi lo disturba,

mi aveva avvertito Bertil Gustafsson, che dirigeva il Tourist center di Fårö. E io avevo obbedito, pur vedendo quella jeep rossa, targata LCT 758, aggirarsi di tanto in tanto nell’isola con il suo autista, quasi sempre solo, che indossava dei grandi occhiali da sole. Da cattivo cronista, non ho mai avuto il coraggio di fermare il regista.

Come tutti i novizi dell’isola di Fårö, ho fatto anch’io la posta una prima volta a Bergman davanti al piccolo edificio che ospitava il suo cinema a Dämba. L’appuntamento era intorno alle 15, quando giungeva a bordo della jeep rossa. Sono riuscito a vedere la jeep parcheggiata e le chiavi infilate nella serratura della porta principale del cinema. Ma in quell’occasione non ho visto Bergman. Non ho aspettato la fine della proiezione. Sono tornato nei pressi del cinema nel tardo pomeriggio, quando i segni del passaggio del regista non c’erano più. Volevo capire perché avesse scelto proprio quel luogo preciso per esaudire il sogno infantile di costruirsi un cinema tutto per sé. Nella foto pubblicata qui, Bergman è accanto al suo cinema con la jeep rossa sullo secondo.

Ho cercato in seguito di raggiungere a piedi la casa di Bergman dai due versanti della scogliera di Hammars che la circonda. Con la mia amica Fulvia, abbiamo seguito un sentiero che da Dämba si snoda verso il mare. Abbiamo camminato a lungo, sotto il sole. Alberi e prati a sinistra. Sassi, piccoli faraglioni, ancora massi sporgenti dal mare sulla destra. Ho costeggiato la riva, superato una piccola baia, poi un’altra e un’altra ancora.

A un certo punto, sulla sinistra, dopo più di due ore, abbiamo visto una casa svelarsi poco a poco tra gli alberi. Era la residenza di Bergman. Dalla riva, mano a mano che andavo avanti, potevo vederla in tutto il suo perimetro. In un angolo, in alto, svettava una grande antenna parabolica. Sullo spiazzo antistante c’erano due sedie a sdraio. I teli celesti delle due sedie sventolavano e si gonfiavano al vento come fossero bandiere. Guardando la grande vetrata a giorno che dava sulla spiaggia sassosa potevo intravedere solo un paralume chiaro e un divano rivestito di un tessuto di colore bianco. Pietra e legno erano perfettamente incastonati tra loro e davano forma all’abitazione. 

Chi non è stato sull’isola di Fårö negli anni in cui ci viveva Bergman probabilmente non potrà mai capire perché bisognasse rispettare l’alone di mistero che circondava i luoghi bergmaniani. Anche i reporter più cinici e sperimentati si sono dovuti fermare di fronte alla richiesta di privacy invocata dal regista, la cui residenza aveva paradossalmente sempre il cancello aperto. Solo un cartello giallo in ferro battuto con su scritto “Privat Område” (“Proprietà privata”) avvertiva che era meglio non varcarlo. Su un altro cancello di colore indecifrabile tra l’azzurrino e il grigio, chiuso appena da un gancio a incastro, una piccola scritta diceva semplicemente di stare attenti al cane (“Warning för hunden”).

Io ho visto Bergman qualche volta. La prima: ero in compagnia di Mariarosaria, quando intravedemmo la jeep rossa venirci incontro. Eravamo seduti su un muretto a secco. La jeep rallentò e Bergman, in auto da solo, ci salutò con il cenno del capo e un gentile “Good morning”. Io, come Fantozzi, non riuscii neppure a contraccambiare il saluto. Ero impietrito dall’emozione mentre Mariarosaria mi prendeva in giro.  
Quando la mattina del 30 luglio 2007 si è avuta notizia della morte del regista, la comunità dell’isola ha allestito presso i locali di Fårö Bygdegård un piccolo tavolo dove raccogliere le firme di cordoglio. Sulla sinistra del tavolino, ornato da una tovaglia blu, c’erano due candele accese mentre al centro era stata posta una foto di Bergman. Sul lato sinistro, in un vasetto bianco, c’era una piccola pianta fiorita. Su un taccuino, chi lo desiderava, poteva scrivere un pensiero in memoria dell’artista.

I miei pensieri su Ingmar Bergman li ho raccolti in un libro/biografia uscito successivamente.

Quella jeep rossa di Ingmar Bergman ultima modifica: 2019-08-22T19:45:22+02:00 da ALDO GARZIA

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