#Amazonas. In fumo anche la reputazione di Evo

Il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene della Conca Amazzonica ha definito il boliviano Morales persona non grata assieme al brasiliano Bolsonaro accusando entrambi di genocidio ambientale. Per non voler e non saper proteggere le popolazioni indigene minacciate di sparizione, la flora e la fauna da una vastità d’incendi che si spiegano solo con il dolo.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Forse è bene che il lettore sappia che per ogni minuto passato a leggere quest’articolo, nella lontana selva amazzonica brasiliana sta andando in fumo un’area verde pari a un campo e mezzo di calcio. Questa consapevolezza dà solo un pallido resoconto di quello che purtroppo sta accadendo a livello planetario dove milioni di ettari di foreste, in grande misura vergini, importantissime per la tutela del clima e per la biodiversità, vengono date alle fiamme non solo in Brasile, che è al centro della nostra attenzione. Ma anche in Bolivia, Paraguay, Indonesia, Ghana, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e Colombia, dove la cessazione dell’infinita guerriglia delle FARC ha tramutato gli ex combattenti in agricoltori.

Solo per dare un’idea di quanto a livello mondiale sta accadendo, sarà utile richiamare i dati pubblicati dal Global Forest Watch per il 2018 cui recentemente ytali. ha dedicato un articolo, secondo i quali i tropici l’anno scorso hanno perso dodici milioni di ettari di selva, una superficie vasta come il Nicaragua. 

L’allarme generato a livello planetario ha scosso le coscienze della popolazione indigena e latinoamericana che è scesa in piazza a protestare contro le politiche messe in atto da Jair Bolsonaro. Fin dal suo inizio il nuovo presidente non ha fatto mistero di voler favorire lo sfruttamento dell’Amazzonia per attuare la quale ha deregolamentato e diminuito il controllo da parte dello stato. 

La deregulation messa in atto dal governo dell’ultra destro Bolsonaro non si è accontentata di chiudere gli occhi di fronte agli incendi, ma ha riguardato anche l’approvazione dell’uso di circa duecentonovanta prodotti chimici per uso agricolo, alcuni fuori legge e ritirati in Europa e USA. 

Nelle settimane scorse i giornali brasiliani hanno riportato la notizia della morte di cinquecento milioni di api, in genere le prime vittime dell’uso di pesticidi. Lo stesso governo riconosce come estremamente tossiche ben ottantasette sostanze in uso, altamente tossiche trentaquattro, mentre è in via di approvazione un lotto di cinquecentotrenta prodotti che andranno a completare la bomba ecologica che Bolsonaro lascerà in eredità al suo paese, che minaccia di estinguere in primo luogo le popolazioni che vivono nella selva. 

Le conseguenze di queste scelte politiche di sfruttamento indiscriminato della foresta non si sono fatte attendere, e hanno consentito a allevatori, coltivatori e cercatori di metalli di espandere le loro azioni illegali, sentitisi spalleggiati dal presidente che viene accusato di aver smantellato sistematicamente tutti gli organismi statali di tutela ambientale. 

Se Bolsonaro deve dare risposte a un paese che quest’anno crescerà solo dello 0,8 per cento in un panorama economico che vede il subcontinente americano quasi fermo per le pessime performance dell’Argentina e il rallentamento economico del Messico, altri paesi latinoamericani vivono crescite economiche invidiabili e non per questo hanno imboccato la strada del rispetto del loro patrimonio forestale, comunque visto come terra di conquista.

Ed è questo il caso della Bolivia di Evo Morales, l’apostolo della Pacha Mama, che in questi giorni assiste all’immenso incendio che ha già divorato un milione di chilometri quadrati di selva nelle regioni di Chiquitania e del Beni, al confine con il Brasile e il Paraguay. In campagna elettorale per la rielezione alla presidenza ad ottobre, Evo ha dovuto affrontare le numerose manifestazioni popolari che si sono svolte a La Paz, Cochabamba, Santa Cruz, Tarija e Sucre per richiedere che il governo intervenisse contro le fiamme che si stanno mangiando una vegetazione che i biologi stimano potrà ripristinarsi in trecento anni. 

Dopo un primo momento in cui il governo ha cercato di minimizzare, lo stesso Morales si è fatto riprendere vestito da pompiere mentre cerca di spegnere i focolai di incendio, e ha accettato gli aiuti esterni che prima aveva rifiutato. Un po’ poco, a dire dei suoi oppositori che gli imputano la colpa di aver fatto approvare lo scorso luglio un decreto che autorizza, proprio nei due dipartimenti ora in preda alle fiamme, l’antica pratica del “chaqueo”, che consente di liberare i terreni ricoperti di vegetazione attraverso il fuoco. 

Una pratica alla lunga devastante, che se inizialmente consente un buon raccolto, riduce velocemente la fertilità dei terreni costringendo gli agricoltori a continuare a deforestare, provocando l’erosione e la desertificazione del territorio. 

Impegnato fino in fondo nel tentativo di farsi rieleggere per la quarta volta, Evo deve tenere fede alle sue promesse di sviluppo economico inarrestabile in un paese che, da quando è al potere, ha triplicato il suo prodotto interno lordo e ha visto nascere una sua classe media, pur rimanendo una delle nazioni più povere dell’area. 

Per perseguire tale fine, Morales è ricorso a pratiche di deforestazione che spesso l’hanno messo in contrasto con le comunità indigene locali, com’è accaduto riguardo ai suoi progetti idroelettrici nella regione del TIPNIS, e ora con la sua volontà di fare della Bolivia un produttore di carne bovina. Il cui primo carico alla volta della Cina è partito in pompa magna nei giorni scorsi da La Paz. 

Non deve destare sorpresa se il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene della Conca Amazzonica (COICA) l’ha definito persona non grata assieme al suo omologo brasiliano, accusando entrambi di genocidio ambientale. Per non voler e non saper proteggere le popolazioni indigene minacciate di sparizione, la flora e la fauna da una vastità d’incendi che si spiegano solo con il dolo.

Se a Jair Bolsonaro tale infamante accusa probabilmente non produrrà l’effetto dell’acqua fresca, non così sarà per Morales, che non si può permettere di perdere la sua base indigena, tanto più in uno scenario di possibile ballottaggio con il suo diretto avversario Carlos Mesa che potrebbe vederlo perdente. 

Infatti, dopo i primi momenti d’incertezza, Evo sembra aver preso in mano la situazione, non solo coordinando le operazioni di spegnimento, ma anche finalmente parlando della necessità di una pausa ecologica da dare al paese. 

Il presidente cileno Sebastián Piñera. Sullo sfondo un AT802 per combattere gli incendi in Paraguay

Difficile dire se questo possa essere l’avvio del superamento di una politica che ha il suo perno sull’esportazione delle materie prime, come tale soggetta alle fluttuazioni dei prezzi dei mercati internazionali. Difficile prevedere se Evo avrà capito la lezione e avrà la capacità di intraprendere la strada che può affrancare la sua Bolivia dallo scambio ineguale, dal rapporto coloniale cui sono soggetti molti paesi latinoamericani, Bolivia compresa. E di certo questo sarebbe un compito che potrebbe anche esulare dalle sue pur grandi potenzialità. 

In queste ore il presidente cileno Sebastián Piñera ha proposto di mettere in piedi un’infrastruttura comune nella regione per lottare contro gli incendi. Dal canto loro i presidenti di Perù e Colombia hanno dichiarato che convocheranno una riunione dei paesi amazzonici per proteggere la foresta tropicale, al fine di evitare la deforestazione e per consentire alla selva di generare progresso e sviluppo alternativi per le comunità. 

Gli organismi internazionali inviano aiuti al Brasile che accetta a condizione di determinare come gestire il denaro, e nel frattempo il governo di Bolsonaro smantella l’Ibama, l’agenzia incaricata di proteggere la selva, non nascondendo la propria contrarietà sul suo operato, visto come un ostacolo allo sviluppo del paese, che quest’anno ha già immolato dodicimila chilometri quadrati al taglio illegale degli alberi, all’agricoltura e all’estrazione mineraria. Con grande attenzione per l’oro, nella cui estrazione s’impiega massicciamente il mercurio, con l’effetto di inquinare i corsi d’acqua e i fiumi da cui le popolazioni si abbeverano. 

Se le politiche ambientali di Bolsonaro generano indignazione e allarme internazionali, molti sono i paesi meno sviluppati che non temono di violentare le loro risorse naturali pur di assicurare un livello degno di vita ai propri cittadini accelerando il cambiamento climatico. 

È recente, e in qualche misura conforta, l’inizio di conversione ambientale di un gigante economico come quello cinese che rischia di pagare l’effetto di uno sviluppo inconsulto. Più che formare squadre di pompieri da mandare a spegnere incendi in giro per il mondo, ovviamente necessari, la comunità internazionale dovrebbe rivedere le basi stesse dei propri bisogni e consumi, e scoraggiare con tutte le armi economiche in suo possesso l’uso indiscriminato delle risorse naturali da parte di paesi che sgomitano per sedersi alla stessa tavola delle nazioni più avanzate. Tutto ciò comporterebbe l’eliminazione delle più stridenti disuguaglianze. Ne consegue che il timore è che tutto questo sia destinato a rimanere, forse per sempre, un sogno.

LA POLITICA CHE DISTRUGGE LE FORESTE. L’AUDIO DI UN’INTERVISTA CONCESSA DA CLAUDIO MADRICARDO A RADIO CAPODISTRIA

#Amazonas. In fumo anche la reputazione di Evo ultima modifica: 2019-08-29T13:21:07+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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