La forza del territorio e il sogno di Charles Moulin

Il 18 agosto scorso è stato inaugurato a Castelnuovo al Volturno (Molise) il museo che raccoglie molte delle opere del pittore di Lille. È un riconoscimento opportuno per un artista che ha dato di questi luoghi un’immagine forte e significativa cercando se stesso.
scritto da FRANCO AVICOLLI

I territori hanno un’impronta che li rende unici ed esclusivi. È un attributo delle città per i segni distintivi del progetto umano di convivenza che ne accompagna la formazione. E dei luoghi dove la materia è natura, istinto, caso e proposta, dolcezza e accoglienza; è territorio fertile o arido, difficile e scostante, solitudine e senso compiaciuto. Come accade con le Mainarde, un massiccio calcareo breve e senza fronzoli che si apre come un ventaglio a rovescio tra il Lazio e il Molise. I benedettini lo scelsero per la loro missione testimoniale e ne fecero loro dimora sull’uno e l’altro versante come a volersi confermare nell’esclusività di un luogo che connette con Dio, ente assoluto.

Prima di diventare neve, la catena nitida di montagne è faggeto e macchie di verde acero, verde carpino, verde leccio; è anfratto, gola, sentiero, pietra, torrente; è sottobosco in connubio con il cinghiale, il solitario orso marsicano, il tasso e il cervo; è cielo luminoso con le aquile, i nibbi e i falchi, profumo con l’essenzialità floreale dell’iris o dell’orchidea selvatica. A valle è ricerca con il Volturno che ne raccoglie le acque e comincia il suo viaggio verso il mare.

Charles Moulin, francese di Lille, morì ai piedi del monte Morrone – che del sistema è parte – con i primi tepori della primavera del 1960 e nella sua luce intensa, forse compiaciuto dell’esclusività vissuta che raccontò nella sua pittura. Qui i paesi si chiamano Castel san Vincenzo, Castelnuovo, Cerro al Volturno, Rocchetta, Pizzone, Filignano, Cerasuolo che dicono quello che sono, e Scapoli, regno della zampogna. Pietro da Morrone ci visse da eremita prima di diventare l’incerto Celestino V e proprio sui costoni della montagna più alta trovò la morte il giovane Giame Pintor cercando la vita. Sono luoghi dove l’eroismo è quasi d’obbligo per le molte sfide che impone una natura che non chiede soccorso. A Scapoli, punto della Linea Gustav, nacque nell’autunno del 1943 il Corpo Italiano di Liberazione e lo ricorda il Museo Storico Nazionale che guarda a valle.

Moulin arrivò a Castelnuovo nel 1911. Era amico di Matisse e aveva frequentato Gustave Moreau, annunciatore del simbolismo. Nel 1896 aveva vissuto a Roma per qualche mese grazie al Prix de Rome che gli aveva concesso l’Accademia di Francia per il suo Apollo e Marsia che diceva di lui il gusto per il mito. 

Scorcio delle Mainarde molisane (cortesia di Pierluigi Giorgio)

In quegli anni, dalle Mainarde e dalle fonti del Volturno gli zampognari continuavano la tradizione ottocentesca e si recavano a Napoli o a Roma e nelle grandi città europee in prossimità delle feste natalizie per suonare la zampogna e la ciaramella per motivi devozionali o anche come semplici girovaghi. Si muovevano con le famiglie e, assieme alle donne, integravano le entrate posando spesso per i pittori come dicono ritratti di Manet, Degas, Renoir, Corot, Rodin, Van Gogh, Picasso, Matisse.

Charles Moulin incontrò a Lille Nicandro Coia, zampognaro e modello e poi Vincenzo Tomassone a Parigi. Ambedue venivano da Castelnuovo e gli raccontarono delle loro terre

Fin dalle prime visite, il pittore francese fu colpito dalla luce e dalla natura rude ed essenziale del territorio dove, dopo la guerra, decise di trasferirsi, forse alla ricerca di una pace interiore. Portava con sé un qualche sogno bucolico e cercava l’Arcadia: l’essenzialità dei luoghi e dei suoi abitanti dovettero suggerirgli la possibilità di realizzare un’arte che desse forma a quel sogno e ne fosse la sintesi. Sullo sfondo di quel territorio impervio e possibile, difficile e protettivo, evidente e nascosto dove pastori e boscaioli pascevano capre e pecore e suonavano la zampogna, egli collocò le ninfe, Orfeo e Euridice e con loro le figure di un mondo mitologico che gli trasmetteva la pace che cercava. Costruì la sua casa seguendo le forme del luogo esclusivo e sotto lo sguardo del monte Meta, del monte Mare, della Meticcia, del Ferruccia dall’alto dei loro duemila metri e passa. Si racconta che nei boschi si intrattenesse anche con un lupo e un orso marsicano. Praticò la medicina naturalista e curò molta gente del posto. Nel suo tempo entrarono Pierina, Rosa, Filomena e altre donne e uomini, i bambini ai quali insegnava il francese, i volti e le abitudini dei pastori che suonavano la zampogna e la loro quotidianità solidale, i borghi delle Mainarde e la loro storia. Dipinse quel tempo cercando il suo mondo. 

Il 18 agosto scorso, è stato inaugurato a Castelnuovo al Volturno il museo che raccoglie molte delle opere di Charles Moulin e oggetti che gli sono appartenuti. È un riconoscimento opportuno per un artista che ha dato di questi luoghi un’immagine forte e significativa cercando se stesso. Perciò nelle sue opere queste terre possono riconoscere una qualità che si è imposta allo stesso artista mentre cercava di introdurre il suo mitico mondo di grazia, gentilezza e di giochi amorosi in una natura semplice e accogliente.

Abitazione del pittore sulla cima del Monte Marrone, realizzata dallo stesso Moulin utilizzando esclusivamente materiale locale e tirando i muri a secco (foto di Antonella Nigro)
L’interno della casa (foto di Antonella Nigro)

Ma non tutti i tentativi del pittore francese riuscirono a raggiungere la sintesi necessaria e le figure della mitologia restarono evanescenti e spesso estranee ad una natura che ha un’altra storia. Moulin arrivò alle Mainarde con un sogno e trovò una realtà che gli impose la forza di un territorio e dei suoi abitanti. I volti delle figure mitologiche diventarono Pierina, Rosa o Filomena e il territorio mitico prese forma reale con i tratti netti e decisi dei pastelli che impressionano Castelnuovo come se fosse un pezzo della montagna che lo protegge sullo sfondo. Credo che pochi artisti abbiano rappresentato la forza di questi territori come Charles Moulin e con gesti che a pezzi o per intero danno il senso di ciò che significa essere natura e insieme luogo dove l’uomo costruisce il proprio destino o lo affronta. I suoi ritratti delle persone del luogo, sono come voci che raccontano il senso elementare, quasi compiaciuto di una bellezza che trova la propria forza in ciò che è, e non cerca omologazioni di sorta. In questo senso, l’opera di Moulin è come la metafora di un luogo che allontana quei sensi che non hanno origine autoctona. Forse il museo andrebbe riorganizzato appunto per risaltare il percorso che l’artista ha compiuto per esprimere la forza del territorio.

Scena pastorale ambientata sullo sfondo delle Mainarde molisane (cortesia di Pierluigi Giorgio)

E non è poca cosa in un fuorviante processo di omologazione del Molise ad altre realtà portato avanti da personaggi alla ricerca di una facile notorietà del sapere che snatura la cifra del piccolo e dell’esclusivo che caratterizza la regione e l’Alto Molise in particolare.

C’è un’opera di Moulin nel museo a lui dedicato che è possibile leggere in questa chiave e ne propone una valenza tragica e insieme ridicola. È una figura maschile con zampogna che potrebbe essere un pastore o uno zampognaro o anche un fauno, ma senza essere pienamente nessuno di essi: non ha la grazia né la libertà di movimento di un personaggio che si muove nel proprio ambiente; la sua posa esalta una muscolarità estranea ad una figura che si occupa di pascoli e di ovini e non sembra proprio uno zampognaro giacché lo strumento che lo dovrebbe esaltare, invece lo sovrasta con la sua corposità.

Mi piace leggere l’opera nella veste tragica e ridicola di uno sforzo voluto e cosciente teso ad evidenziare che le cose hanno valori ai quali non è possibile ovviare. E voglio perciò pensare che in questa opera l’artista francese abbia voluto compendiare metaforicamente il suo messaggio di vita.

Nell’immagine d’apertura, Charles Moulin, “Castelnuovo al Volturno” (foto scattata da Antonella Nigro, per gentile concessione del sindaco Antonio Izzi)

La forza del territorio e il sogno di Charles Moulin ultima modifica: 2019-08-30T21:46:34+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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2 commenti

Antonio Tufano 31 Agosto 2019 a 12:57

Bellissima testimonianza di un territorio e di un eccezionale amante della natura selvaggia!

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Alberto Recla 5 Settembre 2019 a 15:41

Complimenti per il mondo fantastico dei pittori e degli scrittori che progettano.
Franco a rivederci presto , Alberto .

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