Bentornato a Treviso, Mario Deluigi

Un evento da non perdere, la duplice mostra “Lo Spazio come condizione” al Museo Bailo dedicata alla memoria di Mario Deluigi, trevigiano di nascita, nel quarantennale della morte. E non è casuale l’appaiamento con la mostra a Ca’ Robegan di Fernando Garbellotto.
scritto da ENNIO POUCHARD

Un evento da non perdere, a Treviso, è la duplice mostra Lo Spazio come condizione, che il Comune di Treviso, con il contributo della Arper art gallery, dedica fino al 30 settembre alla memoria di Mario Deluigi, trevigiano di nascita, nel quarantennale della morte. La rassegna, curata da Duilio Dal Fabbro, si sviluppa con trentacinque dipinti del Maestro esposti al Museo Bailo — realizzato tra il 2013 e il 2015, su progetto dello Studiomas (Padova) e dell’architetto austriaco Heinz Tesar — e una trentina di opere di Fernando Garbellotto nella cinquecentesca Ca’ Robegan. Le documentano due piccoli cataloghi, entrambi con prefazione dello stesso Dal Fabbro, nei cui testi critici Dino Marangon argomenta su Deluigi e Giovanni Bianchi, nipote per via materna del Maestro e docente di storia dell’arte contemporanea all’Università di Padova, su Fernando Garbellotto.

L’esterno e il corridoio che percorre tutto il Museo con di lato le sale espositive

Nato nel 1901, undicesimo e ultimo figlio, con la gemella Maria, di un imprenditore, che pochi anni dopo si trasferì a Venezia per motivi di lavoro, Deluigi, non se allontanò più. Conseguita la maturità al liceo artistico — dove tra i compagni di classe trovò la donna che avrebbe sposato e un amico per la vita, il futuro famoso architetto Carlo Scarpa — frequentò, senza concluderla, l’Accademia, avendo come docenti Ettore Tito e Virgilio Guidi. La sua preparazione teorica, comunque, continuò a incrementarla con studi mai interrotti e grazie alla frequentazione di personaggi del suo stampo. Gino Severini per primo, insieme al quale soggiornò a Parigi, assorbendo con avidità il tutto Picasso, Braque, Gris. Elaborò così uno stile improntato a una semplificazione plastica delle forme del tutto sua, applicandosi anche al mosaico, rimasto per lui un’attività parallela alla pittura e alla scultura. Incontrò Arturo Martini durante la guerra e fu da lui nominato suo sostituto all’Accademia veneziana; ma l’attività non gli venne riconosciuta perché non aveva la tessera del partito fascista, senza la quale non si poteva acquisire alcun diritto pensionistico.

L’insegnamento, comunque, continuò a praticarlo all’Artistico, alla Scuola libera di arti plastiche, da lui fondata nel ’46 a Venezia, assieme a Scarpa e al critico-filosofo-artista Antonio Giulio Ambrosini, ad Architettura (quale cattedratico), all’Università Internazionale dell’Arte e alla Sommerakademie für Bildende Kunst di Salisburgo. Fu pure apprezzato conferenziere e autore di poesie, e tutto ciò contribuì a farlo diventare un esponente culturale di riferimento negli ambienti veneziani di musicisti (Benedetti Michelangeli, Maderna, Malipiero, Nono), direttori d’orchestra (Celibidache, Sanzogno, Von Karajan), architetti (Scarpa, Zevi, Le Corbusier, Wright), poeti (Betocchi, Fasolo, Noventa, Valeri), e presso lo storico dell’arte, Giuseppe Mazzariol, influentissimo a Venezia, che curò la sua antologica alla Querini Stampalia nel ’66 e con il quale viaggiò in Olanda e in Francia.

In arte non fu solo pittore: realizzò anche ampie decorazioni musive (a Venezia, nella centrale elettrica di San Giobbe e, nel ’55, nella stazione ferroviaria), lavori d’arte applicata (vetro e progettazione ambientale) e scenografie (esemplari quelle per I quattro rusteghi di Ermanno Wolf Ferrari al Teatro della Fenice). 

Ma la svolta più importane per lui fu la scoperta dello spazialismo, movimento fondato dall’argentino Lucio Fontana, cui aderì firmando a Milano, nel 1951 e nel 1952, i manifesti 6 e 7 del movimento, che ebbe per sede unica la Galleria del Naviglio aperta nel 1946 dal geniale Carlo Cardazzo, dopo quella del Cavallino a Venezia. Partecipò via via alle mostre del gruppo, sostenuto da Cardazzo, mantenendo vivo fino all’ultimo il sodalizio con esponenti veneziani (Edmondo Bacci, Luciano Gaspari, Gino Morandis).

Colore e luce divennero fondamentali nella sua ricerca e lo condussero alla splendida creazione dei Grattage, di cui tratteremo più avanti.

Trascorse gli anni lavorando nel suo studio, al secondo piano di Palazzo Fortuny, prospicente a un cortile rimasto finemente antico.

Mario Deluigi nel suo studio, in una foto del 1968

Si spense a Venezia, il 27 maggio 1978.

Qualcuno si chiederà come mai, di tutta l’ampia tipologia dei suoi dipinti — dal periodo fisiologico, a partire dal 1948 con Figure (astratte beninteso)Amori e ritratti (formidabile quello di Olgivanna Wright, ’51–’52) — a Treviso siano esposti unicamente quei Grattage, da lui chiamati pure Motivi sul vuoto, la risposta è categorica: queste opere, concepite e realizzate da spazialista, costituiscono il fulcro delle sue ricerche più approfondite. In prevalenza monocolori, presentano grovigli di graffi sulla pittura secca, i cui differenti addensamenti generano le scale di luminosità per le quali sono stati studiati.

Era una nuova grammatica di un grafismo caratterizzato da una tecnica originalissima e personale, che indagava l’equilibrio spaziale tra l’infittirsi e il rarefarsi dei segni e la vibrazione della luce. Dall’inizio degli anni Cinquanta fino al 1978 è rimasta per lui fondamentale questa ricerca che portava ad affermare il primato della forma sulla materia, quale schema, progetto e processo, allusivi pure alle allora recentissime scoperte nella fisica (o meccanica) quantistica, relative alle interazioni tra materia e radiazioni ai livelli atomici e sub-atomici. 

Composizione spaziale, 1953

Questo fare, che si preannunciava nel 1953 in Composizione spaziale, titolo adeguato al momento, trova piena identità in tutta la produzione futura di dipinti — dalle medie alle grandi dimensioni — che si diversificano l’uno dall’altro per la differente scelta monocromatica e per il variare, appunto, della luminosità che dà corpo all’opera.

G.R. 209, 1970-’71
Grattage G.G.G.L.F:92, 1972-1974, trittico
Qui sotto due scorci delle sale destinate stabilmente alle mostre temporanee
Sala 1
Sala 3

Non è casuale l’appaiamento con la mostra di Ca’ Robegan voluto da Duilio Dal Fabbro quando ha scoperto che a monte dei lavori di Fernando Garbellotto c’era un dichiarato rapporto concettuale, pur nella loro totale diversità formale, con i Grattage di Deluigi, in quanto generati anch’essi da un’approfondita ricerca negli effetti di luce e ombra. 

Fernando Garbellotto e Ca’ Robegan 

Nato a Portogruaro nel 1955 e laureato in giurisprudenza, Garbellotto si avvicinò all’arte riflettendo metodicamente sulle ragioni, in gran parte filosofiche, sulle quali essa è fondata, studiando in particolare le condizioni in cui è a-pittorica. Caos e frattali (figure geometriche che si ripetono in scale diverse all’interno di una loro forma uguale) diventarono gli argomenti di maggiore attrazione, tant’è che nel 1997 ha costituito a Milano, con altri otto colleghi, il movimento Caos italiano, e le opere realizzate dal 2009 in poi — di cui fanno parte quelle ora esposte — le ha chiamate Reti frattali.

Le loro materie prime rimangono il binomio tela-colore, ma le tele, previamente colorate, vengono tagliate a strisce, tese a più livelli su telai adeguatamente robusti (perché le tensioni sono notevoli) e annodate conformandole a croce verticale o obliqua provocando differenti percezioni di tridimensionalità. 

I vari addensamenti materici al loro interno e i riflessi, che con le inclinazioni cambiano, creano effetti di luce in base ai quali si può veramente constatare l’esistenza di un rapporto dialogico con i Grattage di Deluigi. 

L’artista ama lavorare anche in grande, con telai alti un paio di metri, i più suggestivi dei quali, qui in mostra, compongono il grande insieme di due dittici a strisce blu-cobalto in telai bianchi, sagomati come gli storici finestroni da chiesa con archi a tutto sesto.

Le due coppie di dittici e un particolare della loro struttura; sotto, la sala in cui figurano
Scorcio di un’altra sala e particolare di una delle griglie

Una possibile lettura dialogica tra le geniali opere di Deluigi e la perizia di quelle di Garbellotto è quanto Dal Fabbro intendeva ed è riuscito a dimostrare.

Bentornato a Treviso, Mario Deluigi ultima modifica: 2019-09-03T12:40:56+02:00 da ENNIO POUCHARD

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