Liberi d’esser cani. Randagi in Turchia

Vagabondi a quattro zampe in una cittadina di villeggiatura turca, come accade dappertutto nel paese anatolico. Un randagismo controllato dalle autorità sanitarie
scritto da GUIDO MOLTEDO
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[AKYAKA, Muğla]

Mollemente disteso su un lettino giallo del nostro stabilimento balneare, un indecifrabile bastardo nero, un randagio, sonnecchia godendosi il tramonto nella Giornata internazionale del cane. Sono i giorni più caldi del mese d’agosto, anche i più affollati di turisti. Akyaka è piena zeppa, come non mai, tante le famiglie dei paesi e delle contrade dei dintorni che si sommano ai villeggianti benestanti venuti da Istanbul, Ankara e Smirne. Nella pineta dietro il nostro stabilimento balneare innumerevoli auto parcheggiate, tutti i tavoli da picnic occupati, accanto a ogni auto una famiglia sistemata su un tappeto che diventa la sua casa, non manca nulla, neppure la classica teiera in ebollizione. Bambini, anziani, donne coperte, si gioca a carte, l’altalena, i gelati, ottimi quelli di latte di capra. Un continuo via vai negli spogliatoio pubblici, docce e bagni, un’area spartana ma pulita e bene attrezzata. È un’umanità varia e multicolore, semplice e contenta, che in mare si mischia con i clienti che si possono permettere ombrellone e sdraio, giovani che sorseggiano birra e flirtano con le fidanzate, donne in bikini che fanno il bagno con donne tradizionaliste che nuotano vestite, intorno la ciambella, ecco un anziano senza gambe che è aiutato a scendere dalla carrozzella per una nuotata in mare. E intanto diversi cani randagi s’aggirano tranquilli tra la gente, e se incrociano uno dei tanti gatti che pure popolano Akyaka, nessun problema. Dei bambini tormentano un bastardo beige, pretendendo che stia al loro gioco, una giovane accarezza la pancia d’un randagio pure lui beige, un giovane s’avvicina a un altro cane porgendogli da mangiare. Ogni tanto si vede un cane padronale, mica un bastardo, ovviamente, ma anche lui in giro senza guinzaglio. In piena libertà.

Nelle città turche, grandi, piccole e piccolissime, come è Akyaka, vagano indisturbati centinaia di migliaia di cani randagi e altrettanti gatti senza padrone. Non è però come accade in molti paesi del sud del mondo, o anche del nostro sud. Qui i cani sono vaccinati e controllati dalle autorità sanitarie e veterinarie. Si vede da un tag colorato, con un nome, cucito su un orecchio.

A Istanbul, dal 2004, 420 impiegati municipali, tra cui un’ottantina di veterinari, sono interamente dedicati alla cura dei vagabondi a quattro zampe che popolano le strade della megalopoli di quasi venti milioni di abitanti. Nel 2018, ne sono stati curati 73.608. Tra il 2009 e il 2018 è stato speso l’equivalente di sei milioni di dollari per il sistema di monitoraggio. Nessun caso di rabbia è stato segnalato nella megalopoli per tre anni.

I turchi hanno la reputazione di amare gli animali, e di avere con i cani una relazione particolare. Il cane, diversamente dal gatto, è da considerare un animale impuro, secondo Maometto. Sono ancora relativamente poche le famiglie che hanno un cane in casa, ed è frequente che i condomini non consentano l’accesso ai cani, mentre sono molto più numerosi i cani in libertà, anche nei “Parioli” di Istanbul o nelle zone più chic di Akyaka. Cani – e gatti – sono in genere “adottati” da una persona, da un’associazione, da un bar, da un ristorante, da un condominio, da un garage. Qui e là si vedono piccoli abbeveratoi disposti dalle autorità comunali.

I cani sembrano tranquilli, la convivenza con loro sembra pacifica. Certo, ci sono le obiezioni di chi teme l’indole dei cani a fare pericolosamente branco nelle ore deserte della giornata, di chi ricorda che diverse sono le persone che hanno paura o anche fobia dei cani, di chi osserva che pongono grossi problemi per il traffico. Ma ancora prevale l’idea che cani e gatti debbano godere di libertà.

Sotto l’Impero Ottomano, racconta la scrittrice e ricercatrice francese Catherine Pinguet, ci si prendeva cura degli animali, c’erano anche casi di eredità al loro favore. Tutto cambia nel 1910: trentamila cani sono catturati a Istanbul e trasferiti nell’isola di Oxia, al largo di Istanbul, dove, privati ​​di acqua e cibo, faranno una fine terribile. La campagna di eradicazione dei cani di strada arriva un anno dopo la deposizione del sultano e l’arrivo al potere dei Giovani turchi, ferventi ammiratori dell’Occidente e dello spirito positivista. L’attaccamento ai cani è visto come un segno di superstizione e oscurantismo. La loro deportazione costituisce quindi un atto di rottura simbolica con il vecchio regime e, forse, secondo alcuni, il preludio alle repressioni che saranno successivamente sperimentate dalle minoranze in Turchia. La reazione diffusa farà rientrare la stupida e crudele decisione.

I cani d’Istanbul – o meglio di Costantinopoli, come si chiamava allora – suscitano la curiosità e l’interesse degli scrittori che visitano la capitale ottomana, nel XVIII secolo e soprattutto nel XIX secolo. Scrittori come Jean-Henri-Abdolonyme Ubicini, autore dell’ottimo La Turquie actuelle, François-René de Chateaubriand, Alphonse de Lamartine. E soprattutto Edmondo De Amicis, che nel suo bellissimo Costantinopoli dedica un lungo brano ai cani della città ottomana.

Lo riproduciamo qui di seguito.

Costantinopoli è un immenso canile: tutti l’osservano appena arrivati. I cani costituiscono una seconda popolazione della città, meno numerosa, ma non meno strana della prima. Tutti sanno quanto i Turchi li amino e li proteggano. Non ho potuto sapere se lo facciano per il sentimento di carità che raccomanda il Corano anche verso le bestie; o perché li credano, come certi uccelli, apportatori di fortuna, o perché li amava il Profeta, o perché ne parlano le loro sacre storie, o perché, come altri pretende, Maometto il Conquistatore si conduceva dietro un folto stato maggiore canino che entrò trionfante con lui per la breccia di porta San Romano.


Il fatto è che li hanno a cuore, che molti Turchi lasciano per testamento delle somme cospicue per la loro alimentazione, e che quando il sultano Abdul-Mejid li fece portar tutti nell’isola di Marmara, il popolo ne mormorò, e quando ritornarono, li ricevette a festa, e il Governo, per non provocar malumori, li lasciò in pace per sempre. Però, siccome il cane, secondo il Corano, è un animale immondo, e ogni turco, ospitandolo, crederebbe di contaminare la casa, così nessuno degli innumerevoli cani di Costantinopoli ha padrone. Formano tutti insieme una grande repubblica di vagabondi liberissimi, senza collare, senza nome, senza uffici, senza casa, senza leggi. Fanno tutto nella strada; vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini, e vi muoiono; e nessuno, almeno a Stambul, li disturba menomamente dalle loro occupazioni e dai loro riposi. Essi sono i padroni della via. Nelle nostre città è il cane che si scansa per lasciar passare i cavalli e la gente. Là è la gente, sono i cavalli, i cammelli, gli asini che fanno anche un lungo giro per non pestare i cani. Nei luoghi più frequentati di Stambul, quattro o cinque cani raggomitolati e addormentati proprio nel bel mezzo della strada, si fanno girare intorno per una mezza giornata tutta la popolazione d’un quartiere. E lo stesso accade a Pera e a Galata, benché qui siano lasciati in pace non già per rispetto, ma perché sono tanti, che a volerseli cacciare di fra i piedi, bisognerebbe non far altro che tirar calci e legnate dal momento che s’esce di casa al momento che si ritorna. A mala pena si scomodano quando, nelle strade piane, si vedono venire addosso una carrozza a tiro a quattro, che va come il vento, e non ha più tempo di deviare. Allora si alzano, ma non prima dell’ultimo momento, quando hanno le zampe dei cavalli a un filo dalla testa, e trasportano stentatamente la loro pigrizia quattro dita più lontano: lo strettissimo necessario per salvare la vita.

La pigrizia è il tratto distintivo dei cani di Costantinopoli. Si accucciano in mezzo alle strade, cinque, sei, dieci in fila od in cerchio, arrotondati in maniera che non paion più bestie, ma mucchi di sterco, e lì dormono delle giornate intere, fra un viavai e uno strepito assordante, e non c’è né acqua, né sole, né freddo che li riscuota. Quando nevica, rimangon sotto la neve; quando piove, restano immersi nella mota fin sopra la testa, tanto che poi, alzandosi, paiono cani sbozzati nella creta, e non ci si vede più né occhi, né orecchie, nè muso. A Pera e a Galata, però, son meno indolenti che a Stambul, perchè ci trovano meno facilmente da mangiare. A Stambul sono in pensione, a Pera e a Galata mangiano alla carta. Sono le scope viventi delle strade. Quello che rifiutano i maiali, per loro è ghiottoneria. Fuor che i sassi mangiano tutto, e appena hanno tanto in corpo da non morire, tornano a raggomitolarsi in terra e ridormono fin che non li sveglia la fame. Dormono quasi sempre nello stesso luogo.

La popolazione canina di Costantinopoli è divisa per quartieri come la popolazione umana. Ogni quartiere, ogni strada è abitata, o piuttosto posseduta da un certo numero di cani, parenti ed amici, che non se ne allontanano mai, e non vi lasciano penetrare stranieri. Esercitano una specie di servizio di polizia. Hanno i loro corpi di guardia, i loro posti avanzati, le loro sentinelle fanno la ronda e le esplorazioni. Guai se un cane d’un altro quartiere, spinto dalla fame, s’arrischia nei possedimenti dei suoi vicini! Una frotta di cagnacci insatanassati gli piomba addosso, e se lo coglie, lo finisce; se non può coglierlo, lo insegue rabbiosamente fino ai confini del quartiere. Sino ai confini, non più in là; il paese nemico è quasi sempre rispettato e temuto. Non si può dare un’idea delle battaglie, dei sottosopra che seguono per un osso, per una bella, o per una violazione di territorio. Ogni momento si vede una frotta di cani stringersi furiosamente in un gruppo intricato e confuso, e sparire in un nuvolo di polvere, e lì urli e latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; poi la frotta si sparpaglia, e a traverso il polverìo diradato si vedono distese sul terreno le vittime della mischia. Amori, gelosie, duelli, sangue, gambe rotte e orecchie lacerate, son l’affare d’ogni momento. Alle volte se ne radunan tanti e fanno tali baldorie davanti a una bottega, che il bottegaio e i garzoni son costretti ad armarsi di stanghe e di seggiole e a fare una sortita militare in tutte le regole per sgombrare la strada; e allora si sentono risonar teste e schiene e pancie, e ululati che fanno venir giù l’aria.

A Pera e a Galata in specie, quelle povere bestie sono tanto malmenate, tanto abituate a toccare una percossa ogni volta che vedono un bastone, che al solo sentir battere sul ciottolato un ombrello o una mazzina, o scappano o si preparano a scappare; ed anche quando sembra che dormano, tengono quasi sempre un occhio socchiuso, un puntino impercettibile di pupilla, con cui seguono attentissimamente, anche per un quarto d’ora filato, e a qualunque distanza, tutti i più leggieri movimenti di qualsiasi oggetto che abbia apparenza d’un bastone. E son così poco assuefatti a trattamenti umani, che basta, passando, accarezzarne uno, che dieci altri accorrono saltellando, mugolando, dimenando la coda, e accompagnano il protettore generoso fino in fondo alla strada, cogli occhi luccicanti di gioia e di gratitudine. La condizione d’un cane a Pera e a Galata è peggiore, ed è tutto dire, di quella d’un ragno in Olanda, che è l’essere più perseguitato di tutto il regno animale. Non si può, vedendoli, non credere che ci sia anche per loro un compenso dopo morte. Anch’essi, come ogni altra cosa a Costantinopoli, mi destavano una reminiscenza storica; ma era un’amara ironia; erano i cani delle caccie famose di Baiazet, che correvano per le foreste imperiali dell’Olimpo colle gualdrappine di porpora e coi collari imperlati. Quale diversità di condizione sociale! La loro sorte infelice dipende anche in parte dalla loro bruttezza. Sono quasi tutti cani della razza dei mastini o dei can lupi, e ritraggono un po’ del lupo e della volpe; o piuttosto non ritraggono di nulla; sono orribili prodotti d’incrociamenti fortuiti, screziati di colori bizzarri, della grandezza dei così detti cani da macellaio, e magri che se ne possono contar le costole a venti passi. La maggior parte poi, oltre alla magrezza, son ridotti dalle risse in uno stato che, se non si vedessero camminare, si piglierebbero per carcami di cani macellati. Se ne vedono colla coda mozza, colle orecchie monche, col dorso spelato, col collo scorticato, orbi d’un occhio, zoppi di due gambe, coperti di guidaleschi e divorati dalle mosche; ridotti agli ultimi termini a cui si può ridurre un cane vivente; veri avanzi della fame, della guerra e della vaga venere. La coda, si può dire che è un membro di lusso: è raro il cane di Costantinopoli che la serbi intera per più di due mesi di vita pubblica.

Povere bestie! metterebbero pietà in un cuore di sasso; eppure si vedono qualche volta potati e rosicchiati in un modo così strano, si vedono camminare con certi dondolamenti così svenevoli, con certi barcollii così grotteschi, che non si possono trattenere le risa. E non son né la fame nè la guerra né le legnate il loro peggiore flagello: è un uso crudele invalso da qualche tempo a Galata e a Pera. Sovente, di notte, i pacifici peroti sono svegliati nei loro letti da un baccano indiavolato; e affacciandosi alle finestre, vedon giù nella strada una ridda spaventevole di cani che spiccano salti altissimi, e fanno rivoltoloni furiosi e battono capate tremende nei muri; e la mattina all’alba la strada è coperta di cadaveri. È il dottorino o lo speziale del quartiere, che avendo l’abitudine di studiare la notte, e non volendo esser disturbati dalla canea, si sono procurati una settimana di silenzio con una distribuzione di polpette. Queste ed altre cagioni fanno sì che il numero dei cani diminuisca continuamente a Pera e a Galata; ma a che pro? Intanto a Stambul crescono e si moltiplicano, sin che non trovando più alimento nella città turca, migrano a poco a poco all’altra riva, e riempiono nella famiglia sterminata tutti i vuoti che v’han fatto le battaglie, la carestia e il veleno.

Servizio fotografico di Sandra Paoli

Liberi d’esser cani. Randagi in Turchia ultima modifica: 2019-09-03T22:30:55+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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